sabato, 16 Gennaio, 2021

1921 – Scissione di Livorno. Tra analisi e prospettiva: ancora oggi la scelta è il riformismo

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Il 21 gennaio ricorrerà il centenario del congresso di Livorno del 1921, con la scissione del PSI e la nascita del PCI.
L’occasione è (sarebbe) propizia per una seria riflessione sulle ragioni che portarono a quell’evento e le conseguenze che ne derivarono ed hanno contraddistinto le vicende della intera sinistra lungo il ventesimo secolo fino ai giorni nostri.
Innegabilmente si accavalleranno celebrazioni evocative all’insegna di esperienze personali e dell’afflato che ha contraddistinto una comunità di uomini e donne che si sono spese, impegnate e sacrificate per l’ideologia comunista.
Celebrazioni, che dovranno essere, dunque, all’insegna del rispetto dovuto ad una forza politica che ha contribuito alla costruzione della Repubblica italiana e che ha rappresentato una parte molto significativa della sinistra italiana.
Una storia che ha significato un complesso di valori profondi, come tutti quelli che hanno definito la nostra storia breve e contraddistinto storie politiche diverse, eppure significative, nella costruzione delle nostre istituzioni.
Ma non sarebbe una vera occasione, se limitassimo la ricorrenza ad un esercizio esclusivamente retorico, privo di una analisi oggettiva e critica.
L’occasione deve porci nella necessità di affrontare torti e ragioni che ancora oggi, ed a maggior ragione col senno dell’esperienza, dovrebbero e potrebbero indicarci il percorso per una sinistra che vuol proporsi come forza di governo, costruendo una visione di prospettiva per il nostro Paese.
L’analisi storica ci dice senza infingimenti, che il quadro sociale del ‘19-20 è caratterizzato fortemente da uno squadrismo crescente, con la sfida fascista portata da Trieste fino alla Puglia alle organizzazioni del movimento operaio, con le Camere del Lavoro incendiate, con i municipi socialisti decapitati, perché sindaci ed assessori costretti alle dimissioni a seguito di “visite” notturne. Sarà dell’agosto del 1922 poi, l’esempio che toccherà da vicino la nostra città, quando il segretario locale del fascio e Costanzo Ciano si rivolsero al sindaco socialista ed al deputato socialista: “Sindaco Mondolfi, Onorevole Modigliani, sono le ore 12, alle due di oggi dovrete avere abbandonato Livorno, in caso contrario vi impiccheremo in piazza. Ci siamo intesi?”.
Ebbene in questo quadro, la sinistra allora operò animata da una visione quasi romantica e messianica della Rivoluzione Russa, fino alla fondazione del partito comunista avvenuta proprio quando il movimento stava in riflusso e lo squadrismo invece stava crescendo. Una visione acritica di accettazione fideistica dei diktat di Mosca con i suoi 21 punti irrinunciabili.
L’evocazione della “violenza proletaria”, della conquista armi alla mano del potere da parte dell’avanguardia bolscevica, accentuava lo smottamento di pezzi dello Stato, della borghesia, del ceto medio, sulla linea della “reazione preventiva” di tipo fascista e squadrista.
Massimalisti e comunisti unitari non avevano compreso ciò che stava accadendo, tanto che, mentre si stava preparando la marcia su Roma, erano quasi tutti a Mosca a contendersi l’investitura di Lenin che pretendeva l’espulsione di Turati e dei riformisti e, sprezzante, disse loro riferendosi a Mussolini: «Vi siete fatti sfuggire l’unico capace di farla, la Rivoluzione».
Nei lunghi ed intensi giorni del Congresso di Livorno, nonostante aspri e profondi confronti, mai emerse come sostanziale il concetto di libertà. Una assenza che fa comprendere come questo non fosse valutato come elemento dirimente per la rivoluzione bolscevica e la reazione in Italia.
A Livorno la sinistra corre a passi svelti verso la più grande delle divisioni senza accorgersi del momento di massimo pericolo per il Paese.
E’ questo il clima in cui si consuma a sinistra l’irrisolto scontro fra riformismo e massimalismo, come fosse una condanna del destino. A sinistra, pur accomunati dal lavoro come baricentro, emerge l’incapacità di una sintesi, di suscitare una cultura unitaria, un progetto politico conseguente ed egemone.
Turati ribadì a Livorno in quel congresso del 1921, il valore del riformismo e del gradualismo come metodo, di fronte a un mito, quello della Rivoluzione russa e del “culto della violenza” eretto a prassi e dottrina politica, destinato prima o poi a svanire come tutte le illusioni.
La posizione di Turati si differenziava nella valutazione dei processi che avrebbero condotto a maturazione la società socialista. Una differenza radicale che condusse i riformisti, molto tardi nella Storia, ad avere ragione e gli scissionisti che generarono il Partito Comunista Italiano, ad avere torto.
Le sue solenni considerazioni rimangono scolpite come una delle più grandi profezie della Storia politica italiana:
“E quando avrete fatto il Partito Comunista Italiano, quando avrete impiantato i Soviet in Italia, se vorrete fare qualcosa che sia rivoluzionaria per davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, perché siete onesti, a percorrere la via dei socialtraditori, e questo lo dovrete fare perché questo è il socialismo che è solo immortale, che è solo quello che veramente rimane di vitale in tutte queste nostre beghe e diatribe…”.
Come detto in apertura le analisi della storia dovrebbero e potrebbero indicarci il percorso per una sinistra che vuol proporsi come forza di governo, costruendo una visione di prospettiva per il nostro Paese.
La politica da allora si è trasformata ed in teoria potremmo assumere che la stagione delle divisioni nel campo della sinistra siano tramontate. Ovvero potremmo affermare che la scissione di Livorno appartiene al passato.
Ma l’analisi oggettiva non può prescindere dal fatto che lo strappo dal comunismo mondiale, avvenne un minuto dopo e non un minuto prima che si concretizzasse la drammatica fine dell’impero sovietico. Che sulle sue ceneri nasce un’esperienza politica che sceglie di non chiamarsi socialista.
Un passaggio in cui ci si limitò a cancellare le proprie insegne, ma non venne mai sanata concretamente la frattura consumatasi. Non vi fu cioè l’evoluzione naturale, ovvero il ricongiungimento formale e sostanziale nell’alveo del Socialismo italiano. Non si volle operare un necessario, logico e storicamente corretto superamento e revisionismo della scissione comunista di Livorno.
Ma oggi, come allora e nonostante tutto, davanti alla sinistra tutta, si pongono ancora questioni di metodo nella lotta politica.
Di interpretazione dei modelli di società, a maggior ragione in una società globalizzata e che oggi mostra molte debolezze e ritardi rispetto allo tsunami rappresentato dall’impatto del virus Covid-19 ed in cui sembrano tornare di moda le mitologie dei primi del secolo scorso, anche con l’imperversare del populismo.
La vicenda pandemica ha messo in piena luce l’arretratezza delle strutture politiche, sociali e culturali del nostro Paese. Da qui la necessità di una nuova interpretazione del modello di società per le prossime generazioni. Di costruire una visione di prospettiva che delinei le forme di sviluppo che correggano le distorsioni della globalizzazione ed in cui rilanciare concretamente i valori ancora attuali del socialismo. Tenendo ferma la capacità di creare ricchezza senza dimenticare la massa crescente e disperata degli ultimi.
Ma tenendo anche presente che l’espansione produttiva degli anni ha modificato sensibilmente la struttura sociale ed i riferimenti storici della sinistra, intesi come configurazione di una classe esclusiva. Oggi essere riformisti significa dare alle nuove generazioni un punto di riferimento credibile e solido, una visone ed una prospettiva.
Rigenerare, a fronte delle sfide dell’oggi, l’obiettivo di cambiare i rapporti di forza tra i deboli e i forti. Comprendendo quale è la frontiera vera su cui costruire un impegno a tutela di chi non è garantito nel lavoro e non solo. Attraverso un cammino progressivo, graduale, faticoso e lento, ma sempre animato dalla volontà di cambiare nel profondo gli equilibri e le strutture. Esercitare una forza di regolazione, di contrasto alle forme più disumane prodotte dalla pura logica del mercato e del profitto. Ancora oggi: libertà, diritti, solidarietà, merito, lavoro, sociale e, importante sempre più, conoscenza.
La storia ed il futuro è il Socialismo umanitario. Ancora Turati:
“Il socialismo è l’espressione ideale dell’evoluzione dello strumento tecnico; è lo sforzo di adeguare le condizioni politiche della vita sociale alle necessità materialistiche del momento storico. In questo senso, e in doppio senso, il socialismo è scientifico: in quanto sorge dalla coscienza storica, e quindi scientifica, dell’evoluzione; e in quanto chiama la scienza a proprio servizio”
Il metodo riformista, oggi come allora, mostra la propria attualità e per questo, superare le ragioni di quella scissione, significa comprendere quell’errore e lavorare col metodo per una società più giusta, più libera, solidale e moderna, libera dai pregiudizi e dalle scorie del passato irrisolto. Noi nel nostro piccolo continueremo ad esserci e confrontarci con quanti lo ritengono ancora un percorso attuale.
La speranza è che si concretizzi quanto riportato sulla tessera preparata dalla componente dei socialisti rimasti nel PSI nel 1921: una donna che ricuce una bandiera rossa proprio sopra il sole, la falce ed il martello. Comincia a riparare lo strappo storico di Livorno. Una lacerazione profonda, una “dannazione” per la sinistra, un grande rattoppo che ancora non è finito, ma per la quale, volendo, ci sono tutte le condizioni!

 

Aldo Repeti
Direzione Nazionale PSI
Segretario Provinciale PSI Livorno

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