domenica, 21 Aprile, 2019

1922, verso la fine dello Stato liberale

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Dalla Grande Guerra alla guerra civile. Parte 18

Con il dilagare della reazione fascista tra il 1921 e il 1922 la situazione per gli operai ed i contadini andò peggiorando progressivamente. Abbiamo già analizzato la condizione delle fabbriche occupate e le conquiste sindacali che si ebbero dopo quella breve stagione che sembrava dovesse avere un esito rivoluzionario, adesso osserviamo un po’ più da vicino cosa accadde nelle campagne, specialmente nella Valle del Po.

I contadini padani non avevano mai goduto di situazioni particolarmente favorevoli; nella seconda metà dell’800 la condizione dello schiavo nero in America era notevolmente migliore rispetto a quella del contadino padano, sia per alloggio che per vestiario e nutrimento. La piccola nobiltà terriera che la faceva da padrona si sentiva da secoli nel diritto di trattare i contadini peggio che se avesse degli schiavi, pur vivendo in case lussuose e sontuose, li costringeva a vivere ammassati dentro una stanza in cui potevano anche convivere due famiglie intere, in condizioni igieniche paurose e con la minaccia costante della fame e delle malattie anche mortali.
Lo sapeva molto bene Matteotti, che nel Polesine aveva aiutato i lavoratori a fondare i loro giornali, le loro biblioteche, le loro associazioni, dedicando molta energia alla promozione culturale del proletariato rurale. Spesso andava lui stesso vestito da operaio a tenere discorsi nelle sedi locali, a organizzare le fasi successive di una azione o anche solo per aiutare a tenere la contabilità. E i contadini si erano affezionati molto a lui e alla sua presenza, che si imponeva con un linguaggio semplice e schietto ed una voce che si faceva udire con nettezza cristallina. Nel tempo egli insegnò loro ad organizzarsi in sindacati, consigli operai e cooperative, e soprattutto a candidarsi per potere amministrare quelle sedi comunali e regionali che in passato, per tempo innumerevole, erano restate in mano agli scherani corrotti degli agrari.

Così, tali leghe riuscirono a prevalere, costituendo una vasta e potente organizzazione, migliorando i salari e gli orari di lavoro e proteggendosi contro i licenziamenti senza giusta causa.. Tale opera capillare ed indefessa portò alla creazione di varie cooperative, tali da potere affittare appezzamenti sempre più vasti di centinaia di ettari da coltivare collettivamente, dando lavoro a più di un centinaio di contadini l’una, e garantendo una produzione sempre più cospicua.
Tra il 1920 e il 1921 il loro numero crebbe fino a raggiungere la coltivazione di circa 4.000 ettari, con la bonifica e l’irrigazione di terreni che aumentarono di valore fino a circa venti milioni di lire, colpendo i profitti dei latifondisti spesso indolenti ed incapaci. Alla produzione si accompagnava la distribuzione; con i profitti, infatti, si organizzavano cantine, panifici, imprese edili e negozi appartenenti alle stesse cooperative. In un solo anno dalla fine della guerra, furono create più di 3.600 cooperative, tali da vendere al consumo ai soci a prezzi altamente competitivi e scontati merci per un valore di sei milioni di lire.

Pane, pasta e vino furono così assicurati in abbondanza a prezzi decisamente vantaggiosi, tali da combattere efficacemente l’aumento del caro vita successivo alla guerra ma anche da mandare in malora gli speculatori parassitari. Le stesse cooperative furono in grado di incentivare la ripresa del mercato edilizio, assicurando la costruzione anche di edifici pubblici come quelli postali di Firenze. Ottomila operai metalmeccanici riuscirono con un capitale di cento milioni a varare persino delle navi, entrando in concorrenza con i cantieri sovvenzionati dal governo.
Vi furono cooperative di acquisto tali da potere comprare prodotti chimici, fertilizzanti e persino attrezzi da rivendere ai soci di altre fattorie a prezzi vantaggiosissimi. Ci fu addirittura una Cooperativa marittima garibaldina che noleggiò dal governo cinque navi di linea oceanica, investendo circa sei milioni, prima che fosse richiesta la loro restituzione e che l’organizzazione fosse distrutta dalle squadre fasciste; altre riuscirono anche ad acquistare navi per importare beni per oltre un milione di lire di allora. In varie province le vittorie anche elettorali e non solo sindacali dei socialisti furono tanto ampie da far perdere ai finanzieri e agli agrari il controllo del loro territorio.

In una delle più grandi banche di Milano, la Cassa di risparmio, le organizzazioni socialiste avevano ormai depositi per più di un miliardo di lire e ciò poteva essere il preambolo della costruzione di una maggioranza socialista nel consiglio di amministrazione di quella banca di notevole importanza nazionale. La stampa internazionale descrisse queste cooperative come “l’espressione più felice dell’associazionismo volontario nel mondo”, giustificando i loro risultati grazie allo “spirito di gruppo entusiastico sorto negli uomini che lavorano in cooperativa per migliorarsi; e a misure insolite di disciplina”.
Era effettivamente questo, sul piano economico, un quadro rivoluzionario e meno che mai statalista oppure diretto in maniera bolscevica da un partito unico a suo esclusivo vantaggio. Potremmo dire invece che era un modello straordinario di autogestione, così come teorizzato allora dal mondo anarco-sindacalista e da quello libertario. Esso era però tale da risultare fortemente concorrenziale rispetto a chi non voleva essere penalizzato nel controllo delle attività produttive e nel mercato delle vendite, e che pertanto si organizzò ben presto per demolire militarmente e capillarmente questo assetto organizzativo, ormai tale da determinare prezzi, occupazione e salari.

In mancanza, quindi, di una ulteriore sponda governativa ed istituzionale o di una vera e propria presa del potere militarizzata, la reazione doveva ben presto prevalere. Le violenze fasciste nel 1922 crebbero con velocità esponenziale, in modo sistematico e sempre più efferato, subendo solo a Parma e a Civitavecchia una battuta d’arresto sempre ad opera degli Arditi del Popolo, per poi riprendere fino alla Marcia su Roma e proseguire ininterrottamente anche dopo. Per ricordarle tutte, una ad una, come abbiamo già detto bisognerebbe rileggere il libro di Matteotti: “Un anno di dominazione fascista”, in particolare per quelle successive alla Marcia di Roma, dal novembre del 1922 al dicembre dell’anno successivo.
Ricordiamo almeno un episodio particolarmente brutale, prima di tornare a narrare gli eventi che portarono Mussolini al potere alla fine del 1922, un evento accaduto i primi di Ottobre del 1922 a Fossombrone ad un esponente comunista di nome Giuseppe Valenti. Una banda di fascisti decise di aggredire il comunista Valenti per dargli una lezione in quanto aveva preso a male parole uno dei loro.

La polizia che pur conosceva ciò che stava per accadere, non fece alcuna opera di prevenzione. Valenti si chiuse in casa e decise di difendersi con le armi, quando arrivarono i fascisti, rispose al fuoco e fece fuori tre di loro. Gli altri allora andarono a chiamare la polizia e lui ne approfittò per scappare nei campi. Il giorno dopo i fascisti iniziarono una vera e propria caccia all’uomo, battendo tutta la campagna, ammazzando cinque contadini che rifiutavano di dare informazioni e torturandone altri. Alla fine, uno di loro tradì il Valenti che fu così catturato. Lo presero per la gola, lo gettarono in un’auto e lì gli tagliarono le orecchie ed il naso, strappandogli i peli della barba ed i capelli ad uno ad uno poi, dopo averlo legato al paraurti posteriore, partirono trascinandolo per le strade di Fossombrone e facendone scempio, ogni tanto rallentavano e poi acceleravano per prolungarne l’agonia. Giunti al cimitero, lo finirono a copi di fucile, baionettate e bastonate su tutto il povero corpo martoriato che uscì da quello scempio irriconoscibile.
L’indebolimento progressivo del fronte socialista e delle mobilitazioni proletarie, proseguì in maniera inversamente proporzionale al rafforzarsi dell’organizzazione repressiva, con la collaborazione sempre più fattiva dei quadri dell’esercito e delle forze di polizia. Ben 60.000 ufficiali vennero congedati da Bonomi, massone ex socialista, ma tenuti lo stesso nell’organico dell’Esercito con l’80% dello stipendio. Lo scopo era quello di concentrarli nei centri politici nevralgici, di supporto ai Fasci di combattimento, affinché potessero controllarli e dirigerli. Una circolare del 20 ottobre del 1920 era diretta ai comandi di divisione affinché sostenessero apertamente le organizzazioni fasciste. Più denaro arrivava, più uomini era possibile pagare per sgominare le file dei socialisti. Si calcola che alla fine del 1920 ci fosse già un esercito di ben 100.000 fascisti, organizzati in vari gruppi e pronti ad aggredire i loro nemici.

Il 1922 si aprì con la crisi dello Stato liberale e si concluse con la conquista del potere da parte di Mussolini. Non potendo analizzare tutti gli episodi che lo caratterizzano, focalizzeremo quelli a nostro avviso più importati e cruciali. Nel gennaio del ’22 il papa Benedetto XV che tanto si era prodigato contro quella che aveva definito una “inutile strage” morì e la presenza dei cattolici in Parlamento spinse il governo a partecipare al lutto della Chiesa, facendo esporre la bandiera a mezz’asta e mandando il Ministro della Giustizia, un popolare, in Vaticano per esprimere le condoglianze. Era la prima volta da Porta Pia. Fu eletto un nuovo pontefice con il nome di Pio XI, un papa conservatore e nettamente antibolscevico che non poco influenzerà le vicende politiche successive, avendo già dimostrato, col benedire i gagliardetti fascisti, a chi andavano le sue simpatie, fu lui ad aprire per la prima volta dopo il 1870 il balcone di piazza S.Pietro e ad impartire la benedizione Urbi et Orbi.

A febbraio le grandi confederazioni sindacali CGL USI e UIL si distaccarono progressivamente dal Partito Socialista ancora dominato dai massimalisti di Serrati, formando una “Alleanza del Lavoro” a cui Mussolini cominciò a guardare con sempre maggiore interesse. Questa apertura al Vaticano di Bonomi, sconcertò la vecchia guardia liberale, portando il gruppo Democratico a ritirarsi e a farlo cadere alla fine di febbraio; vecchie dispute risorgimentali sulla laicità dello stato prevalevano sulla percezione di un pericolo sempre più grave ed imminente, quello fascista.
Si apriva così una crisi al buio, dalla difficilissima soluzione e Mussolini cominciò a temere che l’unico che avrebbe potuto fermarlo con le armi, così come aveva fatto con D’Annunzio, andasse di nuovo al potere. Ma Giolitti, che per governare avrebbe dovuto avere a favore una maggioranza composta sia da socialisti che da popolari, invece, aveva entrambi contro, persino alcuni gruppi liberali non erano soddisfatti di un suo eventuale ritorno e dalla sua parte egli aveva soltanto il gruppo di Amendola e di Frassati che spingevano per una coalizione larga che si adoperasse contro le violenze in corso. Paradosso dei paradossi, fu lo stesso Mussolini a farla votare con i suoi 45 deputati, come se il ladro avesse deciso di varare una legge contro il latrocinio.

Proprio nel momento in cui il governo avrebbe dovuto essere più forte e deciso, rivelava invece tutta la sua debolezza, entrando in una lunga ed irreversibile agonia. Pare che Sturzo avesse negato in seguito di essersi opposto alla fiducia a Giolitti, ma già da allora e probabilmente con il nuovo papa, si andavano prefigurando nuovi equilibri e nuove posizioni all’interno del partito cattolico, e in ogni caso se non fu lui a porre un veto, fu comunque nelle condizioni di lasciare che il suo partito lo ponesse. I giolittiani allora non erano sufficientemente forti da creare un governo, ma comunque lo erano tanto da potere impedire che se ne formasse un altro.

Così, dopo un periodo estenuante di veti incrociati ed infinite trattative, si arrivò ad una soluzione di compromesso debolissima, alla nomina di uno dei giolittiani più fedeli ma deboli che ci fossero allora, uno yes man, scialbo, del tutto privo di carattere, sicuramente onesto ed integro, ma che in politica era solo capace di servire il suo capo. Fu probabilmente per la sua inevitabile prevedibilità che i popolari finirono per appoggiarlo. Mussolini, nel frattempo, continuava a ricevere una buona quota di finanziamenti che stavolta, però, non andavano più ai ras locali, ma al partito, e questo gli consentì di rafforzare la sua struttura e di orientare il sistema del finanziamento anche verso orizzonti più vasti che non fossero solo quelli degli industriali e degli agrari, ma anche del mondo finanziario e speculativo.

Ci fu un tentativo da parte di De Ambris e di Giulietti di coinvolgere per l’ennesima volta D’Annunzio come antagonista di Mussolini, in una coalizione che, ruotando intorno a Nitti, potesse coinvolgere popolari e socialisti, ma il Vate ormai, sebbene amasse molto essere chiamato in causa, anche per poter giustificare la vita splendida e lussuosissima che conduceva nella sua villa a Gardone, pur incoraggiando chicchessia, non prendeva alla fine posizione per nessuno. Facta così diramò dispacci alle Prefetture per impedire le violenze fasciste, ma queste continuarono ad imperversare senza alcuna requie un po’ ovunque, anzi, in vari casi come a Cremona, persino raddoppiarono.

Solo a Parma esse subirono una battuta di arresto, sempre ad opera degli Arditi del Popolo, lì, come vedremo in seguito, nell’agosto del 1922 ben 10.000 fascisti ebbero la loro più cocente sconfitta. Prima dell’estate, Facta travolto dalle critiche e dalla incapacità di dirigere una azione decisa per interrompere le violenze in corso, fu costretto a dimettersi, lasciando che il suo capo: Giolitti se la sbrigasse da solo. Questa volta però Turati trovò il coraggio di andare contro il suo partito, incoraggiato anche da Anna Kuliscioff e dichiarò di essere disponibile a formare un governo, tra gli insulti dei suoi compagni che lo accusavano di “prostituirsi salendo le scale del Quirinale”, per conferire con il Re sulla persona a cui affidare il governo.

Sarebbe stata la fine per Mussolini, perché i socialisti anche se di ridotte proporzioni, insieme ai popolari, avrebbero messo all’angolo i fascisti. Egli si affrettò dunque a frenare le sue squadre e vi riuscì con Farinacci, per Balbo, invece, era troppo tardi, ormai aveva mobilitato ben 60.000 camicie nere, ma, come abbiamo già accennato, a Parma venne sconfitto di lì a poco sul campo. Giolitti però non ne volle sapere, scrisse persino una lettera a Malagodi, ribadendo sprezzantemente di non volere guidare “un ibrido connubio social-popolare” il cui unico risultato sarebbe stato quello di condurre il paese alla guerra civile. La realtà è che forse anche lui ormai aveva capito che di Mussolini si aveva bisogno per mettere le cose a posto, magari utilizzandolo temporaneamente con la segreta intenzione di liquidarlo poi. Così la pensavano anche molti altri liberali allora incautamente, senza capire che con Mussolini anche il liberalismo italiano sarebbe stato condannato a morte. La guerra civile che però Giolitti diceva un po’ ipocritamente di voler scongiurare c’era già da un bel pezzo, ed aveva visto proprio lui come principale protagonista, quando egli stesso aveva ordinato ai soldati italiani di prendere a cannonate i volontari italianissimi di Fiume..

Ci fu dunque un succedersi concitato di tentativi di formare disperatamente un governo, da parte di Orlando prima, poi di Bonomi che tornò a rivolgersi a Turati, il quale non fece in tempo a dargli la sua disponibilità che venne chiamato Meda, poi De Nava ed infine di nuovo Orlando. Si arrivò al 23 luglio quando il Re, quasi con le lacrime agli occhi, scongiurò Facta di assumere di nuovo l’incarico, questi accettò convinto di fare la stessa fine dei suoi predecessori, ma, forse per stanchezza, forse per disperazione, alla fine, riuscì nel suo intento. Balbo intanto proseguiva la sua avanzata in Emilia, saccheggiando Ravenna e la sua Casa del Popolo e dirigendosi verso Parma..qui avvenne quasi un miracolo.

© 18 continua

Carlo Felici

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