sabato, 7 Dicembre, 2019

1989-2019. Berlino e il muro. Intervista a Michael Braun: “Successi e inquietudini dell’unificazione tedesca”

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L’Avanti! inizia una serie di riflessioni sull’anniversario della cosiddetta ‘caduta del muro di Berlino’, con una conversazione con Michael Braun, corrispondente per l’Italia di Die Tageszeitung, tra i più importanti quotidiani di Berlino, della Radio pubblica tedesca e già presidente della Fondazione Friedrich Ebert in Italia.
Con Braun intendiamo guardare ai giorni-clou del grande cambiamento, la Wende, risultato delle proteste pacifiche in molte città della Repubblica Democratica Tedesca e delle inquietudini dei mesi precedenti. Il rinnovamento gorbacioviano mai arrivato nella RDT- DDR, le prime dimostrazioni contro i brogli nelle elezioni di maggio, poi la grande crisi estiva con le fughe all’Ovest via Ungheria, grazie al governo dei comunisti riformisti di Budapest e, soprattutto, la svolta dei movimenti popolari, sfociati in autunno nel Nuovo Forum e nei rivitalizzati partiti satelliti della SED.

Ma, intanto partiamo da qui. Come ricordi quel giorno e quei giorni? Tu eri un giovane ricercatore, professore universitario nella Repubblica Federale, ma cosa avvertivi di quello che stava avvenendo? Vi era appena stata a Berlino Est la grandiosa manifestazione del 4 novembre, la prima libera e autorizzata dal regime, promossa dagli artisti, scrittori, attori, gli intellettuali della DDR con anche alcuni esponenti rinnovatori del partito-Stato, il Partito Socialista Unitario, la SED. Ma il 9 novembre?
Io, a suo tempo, vivevo in Germania nel profondo Ovest, verso la frontiera con l’Olanda, lontano da Berlino. Seguivo quel che accadeva attraverso i media e quella sera ero incollato alla tv, e come me, milioni di tedeschi e non solo. Quel che è successo era una completa sorpresa. Ci ricordiamo tutti della conferenza stampa del portavoce del Politburo del Partito-Stato, (Günter Schabowski, Ndr) che dichiara che le frontiere erano aperte, “da subito”. E subito abbiamo capito che qualcosa di grosso stava succedendo.
Si capiva che la DDR, quella DDR come era prima, a quel punto era finita. Ma non capivamo ancora dove tutto questo ci avrebbe condotto. Era del tutto poco realistico pensare, in quei primi giorni, che si sarebbe arrivati addirittura alla unificazione delle due Germanie entro nemmeno un anno, nell’ottobre del 1990.

Gli intellettuali, gli artisti e quei coraggiosi dei movimenti per i diritti che erano scesi in strada da soli, dapprincipio, e poi il 4 novembre, furono scavalcati dal corso frenetico degli eventi, e il sentimento popolare andò oltre. Stefan Heym, Christa Wolf a Est e Günter Grass nella RFT vennero ingiustamente dileggiati per quel sogno che poteva condurre, intanto, a una Confederazione tra due Stati democratici, ma diversi. Forse.
Tu ricordi la manifestazione del 4 novembre, il milione di cittadini della DDR in piazza a Berlino Est, ad Alexanderplatz. Era una dimostrazione pacifica, che andava tutta sotto la parola d’ordine di una DDR riformata, socialista e democratica. L’intellettualità, l’élite che guidava le proteste, aveva questo come traguardo: non si immaginava affatto l’unificazione, si voleva un’‘altra’ DDR; si voleva uno Stato socialista e democratico.
Ma ben presto si comprese che era una avanguardia abbastanza isolata, una élite appunto, erano generali senza esercito, perché l’esercito – la popolazione tedesco-orientale – stava già altrove e aveva preso tutt’altra direzione. La parola d’ordine popolare, lo slogan delle persone non era più “Noi siamo ‘il’ popolo”, “Wir sind das Wolk”, ma divenne presto “Wir sind ein Wolk”, “Noi siamo ‘un’ popolo”, reclamando così l’unificazione con la Germania occidentale.

Il cogliere l’attimo magico da parte dell’Unione democristiana con il Piano Kohl, non fu compreso dai social democratici e dalla sinistra tedesca. Le elezioni libere del 18 marzo dell’anno dopo in RDT, il Nuovo Forum, il movimento della Bohley e gli altri più variopinti delle donne o della Pace, infatti, poi presero una manciata di voti. L’‘Allianz für Deutschland’, promossa di fatto dalla CDU/CSU dell’Ovest, vinse largamente le elezioni perché “Unificazione, subito!” divenne il sentimento diffuso. Si mostrò plasticamente dove si andava. Insomma, a parte Willy Brandt e pochi altri, i progressisti in RFT e RDT sulla questione dell’unità tedesca non erano in sintonia con il popolo?
In tutta la sinistra tedesco-occidentale vi erano molti timori riguardo una unificazione. Timori derivanti da una paura che potesse rinascere una Germania quasi imperiale, che avrebbe potuto coltivare l’idea di essere una potenza a sé, fuori dal contesto dell’Unione europea, impegnata a perseguire i suoi interessi, anche intavolando degli accordi con l’URSS o con altri. Si paventava l’idea di una Germania dalle tradizioni nefaste, dalla quale partirono due guerre mondiali devastanti. E c’erano gli esponenti della SPD, a partire da Lafontaine e Schröder che esprimevano queste paure, che parlavano apertamente di un “progetto reazionario”, temendo una grande “ubriacatura nazionale”. Brandt, invece, aveva capito che se i social democratici volevano rappresentare anche una parte degli elettori dell’Est, la SPD non doveva seguire questa strada, ma doveva conformarsi alla volontà della stragrande maggioranza dei cittadini orientali.

E’ stato, in parte, trascurato il ruolo nella transizione e nella Rivoluzione pacifica anche dell’ex Partito di regime, la SED-PDS, rinnovato e trasformato dai gorbacioviani Hans Modrow e Gregor Gysi, e poi unitosi con il movimento dell’ex leader SPD, Oskar Lafontaine, in una formazione oggi importante del panorama politico tedesco, come la Linke. Come consideri questo partito?
E’ stata per anni, fino a dieci-quindici anni fa, soprattutto la rappresentanza politica di quella fetta di cittadini tedesco-orientali che si sentivano, e si sentono, cittadini di serie B. Anche se si chiama Linke, la Sinistra, e prima PDS, non era votata solo per quel motivo o per un orientamento ideologico oppure per come la pensava sulle questioni sociali, ma era soprattutto, una sorta di ‘Lega-Est’.
Un partito, direi, che rappresentava le frustrazioni di coloro che avevano anche pagato sul piano personale e professionale prezzi notevoli per via dell’unificazione, perdendo il lavoro, dovendo reinventarsi una vita. E magari veniva votato non vedendo sbocchi, non vedendo riconosciuto quanto si era fatto, lavorato e operato, per decenni nella RDT.
Questo parlando di ieri. Invece, poi, vi è stata la unificazione della PDS dell’Est con i fuoriusciti dalla SPD dell’Ovest, ai tempi del Cancelliere Schröder, ed è nata la Linke, come la conosciamo oggi. Un partito tedesco e nazionale tout court. E che, anzi, si rafforza sempre più all’Ovest, e indebolendosi ad Est.

E, in effetti, adesso il quadro politico all’Est e nazionale è ben diverso per via dell’AfD, l’Alternative für Deutschland, che miete molti nuovi voti.
Sì, la Sinistra perde consensi perché adesso nell’Est della Germania abbiamo i populisti di destra dell’AfD, che rappresentano più efficacemente quelle frustrazioni. Costoro argomentano che devono completare l’opera iniziata dai cittadini nel 1989, con l’abbattimento di quella che chiamano una “democrazia fasulla”. I dirigenti di Alternative für Deutschland descrivono davvero una incredibile caricatura del nostro Paese, che in più oggi è da loro ironicamente rappresentato proprio da una cittadina che proviene dall’Est, la Cancelliera Angela Merkel.

E’ da dire che la Bundeskanzlerin, politicamente non ha mai rivendicato quella origine, non mettendo mai in primo piano la sua provenienza dalla Germania Orientale.
Sì, in effetti, lei non ha mai giocato la carta di essere nata e cresciuta nella DDR, ma si è sempre presentata come una donna politica tedesca tout court. Oggi viene dipinta dalla destra dell’AfD come una traditrice degli interessi della Germania, ed in particolare, degli interessi dei cittadini dei Landër dell’Est. E qui, oggi, i populisti ultras viaggiano, infatti, sul 20-25% dei voti.

Ma quali le prospettive, Michael Braun, a trent’anni dal 1989? A che livello permangono ancora i problemi alla base della crescita elettorale, spesso spettacolare, dell’AfD negli Stati-regioni dell’Est, come la Turingia o il Meclemburgo? Sul piano locale si rendono necessarie inedite alleanze ‘democratico-antifasciste’ più ampie, e anche la CDU pare vacillare nel suo ‘niet’ alla Linke. Oggi appaiono fattori importanti una certa sfiducia degli Ossis, il divario economico Est-Ovest e la questione-immigrazione.
Quali prospettive per il futuro è una buona domanda. Va detto, come premessa, che l’unificazione non è stata affatto la storia di un insuccesso. Al contrario, a livello socio-economico sono stati raggiunti tanti successi. I redditi dell’Est oggi non si discostano molto da quelli dell’Ovest, ma ugualmente rimane una unificazione un po’ incompiuta, specie se guardiamo le élites orientali, cioè se pensiamo ai professori universitari, manager, giudici e segmenti sociali analoghi.
Se guardiamo le loro biografie, registriamo come la grandissima parte di loro sono persone occidentali che si sono trasferite all’Est. E queste sono cose che si notano molto nei Landër orientali. Qui c’è un sentimento abbastanza diffuso di essere stati ‘colonizzati’.
Senza dubbio bisogna lavorare su questo aspetto, e magari cercando di spingere nella direzione di avere più persone provenienti dall’ex DDR, soprattutto nelle posizioni di vertice, quelle apicali e direttive.
Ma dobbiamo anche lavorare sul riconoscimento delle vite di quelle persone, di quei nostri concittadini che, magari, hanno trascorso metà della loro vita nella ex Germania Orientale. E bloccando la versione, la narrazione semplificata che “di là” tutto andava storto e che all’Ovest, invece, abbiamo fatto tutto per bene. E’ necessario arrivare a una lettura più differenziata della storia, altrimenti non ne verremo mai a capo.

La SPD a livello nazionale e locale appare debolissima. Le sconfitte elettorali sono continue. La ‘Grosse Koalition’ è problematica, i tradizionali temi sociali dei social democratici sono, di fatto, assunti, con qualche correzione, dalla Cancelliera. E questo fa annebbiare il profilo politico-programmatico della SPD, guidata peraltro da una esponente non centrista, anzi di sinistra, come Andrea Nahles. Ma come può avere la SPD un nuovo appeal di fronte ai Grünen divenuti, di fatto, un partito quasi di massa?
I Verdi sono, più che altro, un partito dall’elettorato di massa. I Grünen rappresentano in grandissima parte coloro che in Italia definiremmo ‘ceti medi riflessivi’. E’ nelle metropoli, nelle grandi città, che questi elettori votano i Verdi. Posso dire che sono quei cittadini che in Italia voterebbero il PD.
Oggigiorno, nella SPD quegli elettori non trovano una risposta. I social democratici non sanno come ricreare quel grande compromesso tra ceti popolari e gli operai di una volta e questi ceti urbani, che anzi un tempo, nelle città, erano la forza dell’SPD.
Il partito perde sia a destra e sia a sinistra. Perde verso i Verdi, verso i ceti medi colti e perde verso Alternative für Deutschland e verso l’astensione, tra i ceti più popolari.
Finché non riusciranno ad introdurre una narrazione plausibile e per quale motivo si dovrebbe votare l’SPD, anche le diatribe continue su chi deve guidare il partito non risolveranno un gran che.

Roberto Pagano

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