sabato, 5 Dicembre, 2020

200 anni fa inizia a Nola il Risorgimento italiano

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Nella notte fra il 1° e il 2 luglio 1820 partì da Nola il moto rivoluzionario teso ad
ottenere la Costituzione e ad instaurare un regime liberale: è considerato l’inizio
del Risorgimento italiano.
Le premesse di tale evento sono da ricercare nella diffusione degli ideali della
Rivoluzione francese, anche con le conquiste delle armate della Repubblica e di
Napoleone. Il meridione d’Italia era stato segnato dalla breve esperienza della
Repubblica Partenopea, o Napoletana, del 1799, ideata e guidata da alcune delle
menti più lucide di quel periodo: Eleonora Fonseca Pimentel, Francesco Mario
Pagano e tanti altri, tra i quali il rettore del Seminario Vescovile di Nola Ignazio
Falconieri e il giovane pensatore politico Vincenzio Russo, già allievo dello stesso
Seminario e originario di Palma Campania, presso Nola, autore di saggi in cui
auspicava una repubblica egualitaria dei “contadini filosofi”, quasi un socialismo
ecologico ante litteram. Altri nolani, per nascita o per studi seguiti presso il liceo
del Seminario, protagonisti di quella gloriosa e tragica esperienza, terminata con il
massacro di un’intera classe dirigente voluto dal Re Borbone Ferdinando IV, del
quale rimasero vittime anche Falconieri e Russo, furono Giovanni Jatta,
condannato a 10 anni di “esportazione”; Antonio Napolitani, poi esule in Francia;
Luigi Arcovito, poi ufficiale napoleonico e murattiano; Girolamo Arcovito,
condannato a morte ma salvato dall’indulto; Antonio Mercogliano, medico,
esiliato in Toscana.

I sopravvissuti al massacro del 1799 ebbero modo di farsi luce
nell’amministrazione e nell’esercito del Regno di Napoli, tolto ai Borboni nel 1806
e affidato prima a Giuseppe Bonaparte e poi a Gioacchino Murat, durante il
cosiddetto “decennio francese” (1806-1815) in cui, a detta dello storico
napoletano Giuseppe Galasso, fu fatto molto di più per il miglioramento dello
Stato e della società che non nei 116 anni di dominio dei Borboni. Murat fu
anch’egli un precursore del Risorgimento, dell’ideale di un’Italia unita e
indipendente, guidando il suo esercito contro le truppe austriache per liberare
anche il Nord Italia, conquistando Bologna, lanciando il famoso Proclama di
Rimini per un’Italia unita, libera e costituzionale, ma venendo poi sconfitto e
costretto a capitolare il 20 maggio 1815. Un suo ultimo tentativo di riconquistare
il Regno naufragò a Pizzo Calabro, dove venne fucilato il 13 ottobre 1815: il
temerario generale, artefice con le cariche di cavalleria, che guidava
personalmente, di molte delle vittorie di Napoleone, morì dando egli stesso il
comando al plotone di esecuzione: “Risparmiate il viso. Mirate al cuore. Fuoco!”.
Il decennio francese aveva lasciato in eredità le idee liberali e le società segrete, in
particolare la Carboneria.

Entrata nel meridione d’Italia durante il regno di Murat,
con lo scopo di ottenere ordinamenti rappresentativi, continuò ad operare dopo la
restaurazione borbonica. Essa aveva attecchito soprattutto presso la borghesia
provinciale, che aspirava ad una autonomia amministrativa che sottraesse
province e comuni alla burocrazia centralistica, e a un ordinamento costituzionale
che rendesse possibile una politica finanziaria maggiormente rispettosa degli
interessi dei proprietari, e nelle forze armate, fra ufficiali e sottufficiali,
prevalentemente formatisi nel decennio francese, insidiati nella loro posizione dai
legittimisti. In altre parti d’Italia cii furono tentativi di insurrezione promossi dalla
Carboneria, ma non ebbero esiti eclatanti, come quello di Macerata del 24 giugno
1817, facilmente e rapidamente represso dalle truppe pontificie. I capi carbonari
del Sud Italia tennero un convegno segreto, sempre nel 1817, nel suggestivo
scenario delle rovine di Pompei, e nel dicembre di quell’anno furono diffusi dai
carbonari manifesti che chiedevano la Costituzione spagnola del 1812.

Gli eventi spagnoli, con il pronuciamiento (dichiarazione) di Cadice delle truppe
che sarebbero dovute partire per reprimere le rivolte delle colonie in America
latina il 1° gennaio 1820, che determinò la concessione della Costituzione da parte
del Re Ferdinando VII e l’inizio del cosiddetto Trienio liberal,, ebbero una
notevole eco nel Regno di Napoli, nelle logge carbonare e negli ambienti liberali.
Dato il ruolo fondamentale delle forze armate in Spagna, la Carboneria intensificò
la propaganda tra i militari, tra i quali, comunque, era presente anche una
componente più moderata, non carbonara ma di idee murattiane, che faceva capo
al generale Guglielmo Pepe. Piani e preparativi di insurrezione si susseguirono
nella primavera. A Nola era particolarmente attiva la Carboneria, di cui era
animatore soprattutto il religioso nolano (abate) Lugi Minichini. Già coinvolto in
una cospirazione anglo-borbonica contro Murat nel 1809 (la Carboneria in quegli
anni fu prevalentemente antifrancese) ed esiliato per due anni in Inghilterra, dove
forse fu affiliato alla Massoneria, rientrato in patria e, dal 1818, a Nola, svolse una
intensa attività di propaganda carbonara, con l’aiuto di Antonio Montano, ex
ufficiale murattiano e gestore di un caffè, ritrovo dei carbonari nolani. Fu
pianificata l’insurrezione dei militari del Reggimento di cavalleria Real Borbone,
acquartierato nel Palazzo Orsini, attuale sede del Tribunale di Nola, programmata
per la notte fra il 1° e il 2 luglio, giorno in cui si ricorda San Teobaldo di Provins,
patrono dei carbonari. Le truppe che insorsero, 150 uomini, furono guidate dal
tenente Michele Morelli, calabrese, e dal sottotenente Giuseppe Silvati,
napoletano.

Ad essi si unirono gli insorti civili, guidati dal Minichini, con
“occhiali e abito talare, armato di schioppo, montante un cavallo bianco della
scuderia del quartiere”; egli si diresse inizialmente verso zone in cui era più forte
la presenza carbonara, per fare proselitismo tra i contadini, mentre Morelli e
Silvati, carbonari ma anche murattiani e vicini al generale Pepe, decisero di
raggiungere le truppe a lui fedeli ad Avellino. Raggiunta Avellino, gli insorti
proclamarono la costituzione spagnola e passarono il comando al colonnello De
Concilij, capo di stato maggiore di Pepe. La rivolta si estese a Salerno e a Napoli e
il 6 luglio 1820 il re Ferdinando I fu costretto a promettere formalmente la
Costituzione, nominando Vicario del Regno il figlio Francesco, che la concesse la
sera stessa, chiamando al governo, il 9 luglio, esponenti del decennio francese
quali Giuseppe Zurlo e Francesco Ricciardi. A richiedere la Costituzione, assieme
a Morelli, De Concilij e Minichini, si recò anche il generale nolano Antonio
Napolitani, mentre all’insurrezione avevano partecipato anche i citati fratelli
Arcovito, Jatta con suo fratello Giulio e i fratelli del Minichini, Vincenzo e
Raffaele.
Alla fine di agosto fu eletto il Parlamento, con votazione di triplice grado, secondo
il modello della Costituzione spagnola, a suffragio universale (che nel Regno
d’Italia fu raggiunto poi solo nel 1913). In Sicilia scoppiarono insurrezioni per
l’autonomia, ci fu l’intervento militare per reprimerli e, alla fine, si raggiunse un
accordo.

Il Parlamento si riunì il 1° ottobre 1820: da Nola e dal nolano furono eletti i
deputati Girolamo Arcovito, Mariano Semmola di Brusciano, Carlo De Filippis e
Antonio Mercogliano.
Il Parlamento ebbe poco tempo per discutere dei vari problemi, quali quello delle
compensazioni per la fine del regime degli usi civici, in conseguenza
dell’eversione della feudalità sancita durante il decennio francese. Si approvò una
legge sull’amministrazione civile e, nel febbraio del 1821, si tennero le elezioni
comunali. Furono stabilite la libertà di stampa e la libertà di culto.
Il successo dell’insurrezione nolana del 1820 destò grande preoccupazione fra le
potenze della Santa Alleanza, in particolare l’Austria, che vedeva messo in
pericolo il suo regime illiberale nei suoi vasti domini italiani. Nell’ambito
dell’azione diplomatica tesa a far accettare il nuovo regime costituzionale in
Europa, fu affidata un’importante missione al principe Fabio Albertini di Cimitile
(paese nelle immediate vicinanze di Nola), incaricato di rappresentare le istanze
del nuovo governo presso la Corte dello Zar e quella di Vienna. L’Albertini, un
moderato non liberale, sembrava l’uomo adatto a mediare con i regimi assolutisti e
con i conservatori inglesi: ebbe colloqui con i Ministri degli Affari Esteri
Castlereagh a Londra e Metternich in Austria, purtroppo senza successo.

Nel frattempo il Re Ferdinando, nonostante la parola data (che non era nuovo a
tradire, come dimostravano già i tragici fatti del 1799), facendosi autorizzare dal
Parlamento la partecipazione al congresso di Lubiana, in cui si decideva la linea
della Santa Alleanza sulla questione delle Due Sicilie, anziché chiedere il
riconoscimento del legittimo regime costituzionale, come da mandato conferitogli,
chiese l’intervento armato dell’Austria per ripristinare l’assolutismo. I legittimi
Governo e Parlamento di Napoli decisero di resistere, ma l’esercito, guidato da
Guglielmo Pepe, fu sconfitto nella battaglia di Antrodoco, presso Rieti, il 7 marzo
1821 e il 23 marzo le truppe austriache entrarono a Napoli: era la quarta volta in
meno di un secolo che le truppe straniere imponevano il potere assoluto borbonico
nel meridione d’Italia (prima era accaduto nel 1734, nel 1799 e nel 1815). La
consueta ferocia borbonica colpì i protagonisti del moto costituzionale: Morelli e
Silvati furono impiccati; Morelli, prima di salire sul patibolo, rifiutò i conforti
religiosi, dichiarando che “voleva andare all’inferno per vedere il re com’era
ricevuto”; furono emesse altre condanne a morte, al carcere e molti furono
costretti all’esilio, come Luigi Minichini, condannato a morte, che si recò prima in
Spagna, partecipando alla difesa di quel regime costituzionale, alla fine anch’esso
represso dalla Santa Alleanza nel 1823, e poi in Inghilterra e negli Stati Uniti,
convertendosi al protestantesimo, o Fabio Albertini di Cimitile che, nonostante
fosse un moderato e non avesse partecipato ai moti, ma solo a una missione
diplomatica, rifiutò di continuare a servire il re spergiuro e andò in esilio in
Inghilterra, dove ebbe modo anche di frequentare Ugo Foscolo, di cui organizzò i
funerali.

I moti del 1820 si erano estesi anche all’Italia settentrionale, dove pure non ebbero
successo, ma le insurrezioni continuarono incessantemente fino al 1860, quando il
regime borbonico fu abbattuto dall’Esercito meridionale (composto in
maggioranza da volontari meridionali) guidato da Garibaldi. Anche in
quell’occasione, come già nei moti precedenti e nelle campagne del 1848-1849 nel
Nord, molti nolani (intesi come originari di Nola e del suo Distretto) si misero in
luce, come Antonio Ciccone, poi deputato e Ministro. Lo stesso Generale ricordò
nelle sue memorie il contributo decisivo dei nolani nella vittoria sul Volturno:
“Parlando di Guardia Nazionale, mi sento in dovere di menzionare (…) quelle di
Salerno e di Nola, che mandarono i loro contingenti mobilizzati ad accrescere
l’esercito, assai decimato dalle battaglie e dalle febbri intermittenti”. Si trattava di
440 uomini, guidati da Mariano Sorice.
Il 1820 rappresentò la continuazione ideale di una tradizione di lotte per la libertà
che a Nola aveva avuto i suoi prodromi nel martire protestante Pomponio Algerio
nel XVI secolo e nella prominente figura di Giordano Bruno, non a caso adottato
dai rivoluzionari risorgimentali e dai loro continuatori laici quale simbolo della
libertà di pensiero, e allo stesso tempo, dopo la restaurazione del 1815, fu il primo
evento rivoluzionario in Italia per la costituzione e la libertà, il primo atto del
Risorgimento.

Antonio Trinchese

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