martedì, 17 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Pubblicato il 05-01-2012


Con espressioni suggestive, Marco Pannella, il quale è giunto a definire l’Italia «il criminale che si aggira per l’Europa», denuncia ormai da tempo un problema reale: il collasso dell’amministrazione della giustizia penale, di cui l’inferno delle carceri è l’indicatore più evidente, e dunque non il solo. Lo stato di decozione in cui versa la giurisdizione penale è, a dire il vero, da ancor più tempo oggetto di veementi denunce. Queste, però, lungi dal catalizzare seri progetti di riforma, idonei ad ovviare alle gravissime criticità che affliggono il sistema, dissimulano, invece, una velenosa e tutt’altro che sotterranea polemica contro l’asserita, e poco importa se presunta o reale, abusiva invasione del campo riservato al politico da parte del giudiziario. Lascio volentieri agli specialisti il diletto della caccia al capro espiatorio. Da parte mia, invece, mi limiterò ad evidenziare, innanzi tutto, come sia un dato di comune esperienza, confermato del resto da studi condotti dalla Cassazione, che la durata media di un processo di merito, per reati puniti con la pena detentiva dai cinque agli otto anni, nel massimo, si assesti sui nove anni, con la conseguenza che il termine di prescrizione, secondo la normativa vigente, per i reati puniti con pena detentiva sino a sei anni, sarà decorso prima della sentenza definitiva, ma dopo la celebrazione del giudizio d’appello, con un evidente spreco di mezzi e di energie. Non occorreva, dunque, che fosse il CSM ad avvertire che la previsione di termini di prescrizione ridotti per gli incensurati avrebbe l’effetto di far lievitare il numero delle attuali 150 mila prescizioni l’anno e d’incentivare ulteriormente, in vista del conseguimento di un simile risultato, atteggiamenti dilatori, così da allontanare ancor più l’obiettivo, imposto dall’art. 111 Cost. e dalle Convenzioni intenazionali, d’un impianto processuale finalizzato al rispetto dei principi delle efficienza e della ragionevole durata del processo: sarebbe stato sufficiente, per rendersene conto, un po’ di buon senso, ma si sa che questo è buono proprio perché il più raro. Così stando le cose, senza spingersi ad auspicare l’abrogazione tout court del diritto penale – soluzione, sia detto per inciso, per nulla irragionevole: il sistema così come congegnato, lungi dal conseguire il suo scopo, produce spesso inutili sofferenze e dissipazione di ingenti risorse, che altrimenti investite, magari per la diffusione della cultura, potrebbero produrre benefici incommensurabilmente maggiori, dal momento che in una società di sapienti è bandito il crimine, per l’incapacità dei filosofi di delinquere –, basterebbe: introdurre meccanismi di accelerazione dei processi penali, differenziando i riti, pur nel rispetto di tutte le garanzie che non assolvano a funzioni puramente ed esclusivamente dilatorie, in ragione della diversa gravità della sanzione, constatato il fallimento a cui sono destinati gli attuali riti negoziali, quando l’alternativa, come oggi accade, si ponga tra una pena lieve subito o una pena grave mai;  procedere ad una reale depenalizzazione, riservando la sanzione penale alle sole condotte che ledano beni costituzionalmente protetti; creare un sistema sanzionatorio articolato in funzione del bene protetto e delle concrete esigenze rieducative del condannato, nel cui ambito la pena detentiva rappresenti sempre e solo l’extrema ratio; ridurre, da subito, la discrezionalità del giudice in materia cautelare penale, ridisegnando gli ambiti delle misure restrittive, in funzione della obiettiva gravità delle violazioni oggetto d’accertamento. Precondizione – per non continuare ad assistere impotenti alla falcidia indiscriminata delle prescrizioni e ricorrere, pressati dalla necessità e dall’urgenza, a misure amministrative «svuotacarcere», oltre tutto di dubbia legittimità costituzionale, dal momento che non c’è diseguaglianza peggiore del trattare le differenze in modo uguale – un’amnistia, che impedisca a migliaia dì persone, magari colpevoli dei peggiori reati, di andarsene libere grazie alla prescrizione; che consenta di superare il collasso del sistema carcerario e di porre i magistrati nelle condizioni di fare il loro lavoro, man mano che i processi vengono a maturazione, e senza che il peso dell’arretrato possa costituire ancora un alibi alla poltroneria o peggio. Naturalmente, dovrà trattarsi di un’amnistia non indiscriminata, ma che tenga conto sia della obiettiva gravità del reato, parametrata sul bene protetto, sia della personalità dell’imputato o del condannato, dovendone restare esclusi i recidivi.

Otello Lupacchini

Giusfilosofo - Riflessioni inattuali

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