martedì, 18 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Articolo 18, licenziare non significa crescere
Pubblicato il 06-01-2012


La maggiore facilità di licenziamento può essere un incentivo alla ripresa economica? La domanda è senz’altro grossolana. E non spiega a fondo le ragioni per cui la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sia balzata in primo piano nell’agenda del governo Monti, che si accinge a mettere mano proprio alle regole che definiscono i rapporti di lavoro. Eppure, che si tratti di difetto d’informazione o di superficialità, sembra proprio questo il quesito che si pongono i lavoratori. Abbandonando le torri d’avorio dei Palazzi, dove chi fa la politica resta troppo spesso rinchiuso e dove gli stessi sindacati litigano sull’opportunità o meno di tavoli separati piuttosto che sulle questioni di fondo, tra i lavoratori l’interrogativo resta irrisolto: vogliono semplicemente annullarci i diritti o la volontà reale è quella di imprimere maggiore dinamismo al mercato del lavoro? La risposta prevalente è degna di una tragedia da teatro dell’assurdo, dove la risposta al problema non trova alcun nesso con la realtà dei fatti.

REINSERIMENTO – Per Federica Pigazzi, 35 anni, una laurea, due master e due bambine, “l’articolo 18 non può essere toccato”. Lei è una delegata della Cgil, vero, ma è anche una lavoratrice in cassa integrazione da un anno e mezzo. La sua azienda è la Nexans, che produce sistemi di cablaggio e cavi (elettici e informatici). Il suo posto di lavoro era a Latina: 200 dipendenti, mandati a casa dopo che l’azienda ha deciso di potenziare un sito in provincia di Salerno. Per Federica “il mercato del lavoro è cambiato, ma questo non vuol dire che si debbano annullare i diritti. Si pensi piuttosto ad aggiungere ulteriori tutele”. Modificando l’articolo 18 però, e bilanciando le modifiche con qualche disincentivo alle aziende contro i licenziamenti arbitrari, non si potrebbe ottenere un maggiore dinamismo senza troppe ansie per i lavoratori? “A me – afferma Federica – non bastano gli ammortizzatori sociali, a me interessa avere l’opportunità di guardare al futuro. Va bene, potrei stare qualche anno senza problemi di stipendio, ma dopo? E’ alle opportunità di reinserimento che dovrebbe guardare una seria riforma del lavoro. Non alla cancellazione dei diritti”.

NO DELOCALIZZAZIONI – Secondo molti, però, l’articolo 18 non è il problema. Claudio Renzi, metalmeccanico alla Ritel di Rieti (212 lavoratori in cassa integrazione straordinaria) sostiene che “se si volesse davvero porre rimedio alla mancanza di lavoro, si dovrebbe parlar d’altro”. Serve innanzitutto “disincentivare le delocalizzazioni. La discussione sull’articolo 18 riempie le pagine dei giornali, ma neanche quella parte dello Statuto dei lavoratori riesce a preservare le aziende dalla crisi e a evitare i licenziamenti, come è successo nel nostro caso”. Solo alla condizione che si attuino misure per “far rimanere il lavoro in Italia”, secondo Renzi, “si può anche aprire una discussione sull’articolo 18 che però, ripeto, a mio a parere e secondo i miei colleghi resta sullo sfondo rispetto ai problemi reali del mondo del lavoro”.

CRESCITA – A spiegare con un esempio pratico l’inutilità della modifica dell’articolo 18 ai fini di un maggiore dinamismo del mercato del lavoro è Pietro Monticelli, Rsu alla Maflow di Trezzano sul Naviglio (76 dipendenti, tutti in cassa integrazione): “Mentre tutti parlavano di crisi, nel 2010, alla Maflow c’erano 330 impiegati e fornivamo aria condizionata per le autovetture Bmw, casa automobilistica che proprio quell’anno faceva registrare il 27% di utile. Niente crisi per noi, dunque, in teoria. Ma la Merkel li ha riportati in Germania, dove il costo del lavoro è maggiore, pur di avere 330 posti di lavoro in più nel suo Paese. E noi siamo rimasti in cassa integrazione. Cosa c’entra l’articolo 18 con tutto questo?”. Vero, ci sono le delocalizzazioni dove la manodopera costa di meno, “ma il nodo è la crescita, il risanamento, il rilancio della previdenza sociale”. Per Monticelli “l’articolo 18 verrà modificato, questo è scontato. E sarà una ferita profonda per la dignità di tutti i lavoratori”. Ma è anche vero che “ad oggi pochi, tra i lavoratori, si preoccupano di questo: il problema è che soprattutto le aziende private ci mandano a casa dal giorno alla notte, in blocchi di 200 o 300, senza alcuna limitazione”. E allora “di quali limitazioni ai licenziamenti parliamo? La modifica dell’articolo 18 sarà solo dimostrazione della volontà di governi trasversali di cedere alle richieste delle imprese e delle loro lobby: almeno non ci vengano a dire che serve per rilanciare il mercato del lavoro”.

Matteo Valerio

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Commenti all'articolo
  1. Buona indagine che mette in primo piano i giudizi dei lavoratori. Quello che manca è infatti un dialogo che li prenda seriamente in considerazione. Detto questo, mi aspettavo che lo sforzo giornalistico comprendesse anche un giudizio, una riflessione, che desse spazio per il prossimo passo.
    Otto anni fa parlavamo di art. 18 in un’altra luce, eppure l’inazione di coloro che decidono delle sorti dei lavoratori non ha cambiato molto l’oggetto del contendere. A mio parere, bisogna considerare le leggi “modificabili”, appunto perché artificiali. Mettiamoci a discutere su come rendere il mondo del lavoro più fruibile!

  2. L’articolo 18 è la punta dell’Iceberg ” mercato del Lavoro”. Una seria riforma deve partire da alcuni obbiettivi fondamentali : come accennato nell’articolo, servono misure efficaci contro la delocalizzazione selvaggia . Si devono premiare le aziende che mantengono i loro siti produttivi in Italia , che lo fanno anche investendo soldi e risorse; si possono prevedere incentivi fiscali ad hoc. Occorre poi riformare e creare un vero ed idoneo processo di riqualificazione/ formazione della manodopera ( vedi anche rapporto più stretto tra scuola e mondo del lavoro per i giovani lavoratori di domani ), che esce da settori maturi,decotti ed obsoleti; per orientare tali lavoratori verso nuove opportunità ed in sintonia con le professionalità e specializzazioni richieste dalle aziende sul mercato. Basta con la formazione a pioggia e lo sperpero dei soldi nostri. Ci sono tanti esempi di pseudo corsi formativi fatti solo per usufruire dei contributi pubblici che danno poi risultati di scarso valore. Inoltre serve una significativa riforma normativa con l’adozione di un contratto unico e/o poche ma esaurienti tipologie contrattuali a livello nazionale , facendo pulizia delle decine e decine di CCNL oggi esistenti , e delle tante -troppe tipologie contrattuali individuali oggi presenti nell’ambito lavorativo. Potenziare la contrattazione di II°livello : territoriale -aziendale ecc .. Pensare di avviare anche in Italia , prendendo spunto dal sistema tedesco, strumenti reali di compartecipazione e cogestione dei lavoratori nella vita delle loro aziende. Democrazia vera sui luoghi di lavoro. Riforma degli ammortizzatori sociali … partire dai problemi veri poi si discuta del sesso degli Angeli ( art 18 ). La CRISI licenzia già troppa gente .. non serve un ulteriore aiuto.

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