lunedì, 23 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Banche, nuovo governo ma solita storia
Pubblicato il 10-01-2012


In principio fu Tremonti il vendicatore. Chi non ricorda i proclami sulla Robin Hood Tax, agli esordi del quarto governo Berlusconi? Doveva fare giustizia degli squilibri finanziari colpendo banche e petrolieri. «Provino a rifarsi sui consumatori», tuonò allora l’ex ministro dell’Economia che già aveva abbandonato le furie liberiste ed era rimasto folgorato sulla via dei no-global. I TREMONTI BOND – Poi, però, ci fu Lehman Brothers, scoppiò la crisi internazionale e le banche italiane, pur restando ai margini del primo tsunami finanziario, iniziarono a traballare. Alla faccia delle presunte capacità divinatorie di cui si accredita e viene spesso accreditato, Tremonti dovette a quel punto cambiare rotta. La Robin Tax rimase solo per le società energetiche e ai banchieri furono elargiti zuccherini anziché mazzate. Più o meno tutti ricordano i Tremonti bond, l’unica forma di sostegno pubblico data finora agli istituti di credito italiani da quando è scoppiata la crisi (anche se Mario Monti ha già fatto qualcosa di simile). Avevano l’obiettivo di rafforzare il Core Tier 1, il patrimonio di vigilanza degli operatori, e favorire le erogazioni a famiglie e imprese. In realtà non se ne è avvalso quasi nessuno e i benefici per l’economia reale sono stati poco apprezzabili.

L’USURA E L’ANATOCISMO – Tutto qui? Nient’affatto. Si dice che quello di Monti sia il governo amico delle banche, tuttavia l’esecutivo del Cavaliere non è stato da meno in questi anni e ha prodotto in favore degli istituti di credito una sfilza impressionante di norme, regole e codicilli. Molti di questi provvedimenti a stento si ricordano, eppure ne sono pieni decreti crescita, decreti sviluppo, milleproroghe, leggi e leggine di varia natura. Prendiamo l’innalzamento dei tassi ai quali un prestito si considera da usura: la modifica risale al dl 70/2011 e a molti sembrò un grosso favore alle banche che hanno potuto così inasprire le condizioni di erogazione senza incorrere in reato. E le ricorrenti polemiche sull’anatocismo? Si tratta della capitalizzazione degli interessi, ossia un meccanismo infernale che comporta il pagamento di interessi anche sugli interessi. Il governo Berlusconi è stato sempre molto timido nell’affrontare il tema.

GLI ALTRI «AIUTINI» DI TREMONTI – Per carità di patria tralasciamo il lungo flirt tra Tremonti e le fondazioni bancarie (dopo gli scontri dei primi anni 2000) forse in parte giustificato dall’esigenza di «fare sistema» di fronte alla crisi e in parte certamente legato agli appetiti sulle fondazioni stesse da parte del migliore amico politico del «Divo Giulio», cioè la Lega Nord. Tuttavia, non si può scordare quando il tributarista di Sondrio, ex fautore pentito della finanza creativa, bocciò il modello trasparente di contratto per i derivati degli enti locali studiato da Consob e Bankitalia. Era l’aprile scorso e Tremonti preferì salvaguardare il contratto-tipo prediletto dalle banche, schema che aveva contribuito al dissesto delle amministrazioni periferiche in cerca di risorse «facili». E che dire di quella norma del milleproroghe di un anno fa che consentiva di trasformare in crediti di imposta (qualora ci fosse stata una perdita di esercizio) le imposte anticipate iscritte nei bilanci e relative a svalutazioni di crediti non ancora dedotte dall’imponibile? Ma ci si può forse dimenticare del conflitto d’interessi, mai sciolto, che si consuma in seno a ogni banca erogatrice di un mutuo e in contemporanea venditrice della polizia assicurativa su quello stesso prestito immobiliare?

E QUELLI DI MONTI – L’elenco dei favori alle aziende di credito non finisce qui e si potrebbe continuare a lungo. Certo, il governo Monti, dal canto suo, non si è molto impegnato a cambiare andazzo. E’ fresca la norma della garanzia data dallo Stato sui debiti contratti dalle banche. E come trascurare i benefici che gli istituti avranno dalla diffusione della moneta elettronica, con la tracciabilità a partire da 1.000? E i guadagni che deriveranno dall’obbligo di aprire conti correnti per le pensioni da 1.000 euro in su? Poi c’è la rivalutazione automatica degli estimi catastali ai fini Imu, che per i comuni mortali è al 60% mentre per le banche si ferma al 30% e, per giunta, dal 2013. Senza dimenticare che il famoso «Ace» ( l’Aiuto alla crescita mediante la detassazione degli utili che rimangono a rimpolpare il capitale dell’impresa) sembra fatto ad hoc per sostenere le banche alle prese con aumenti di capitale. Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera aveva addirittura pensato di convertire parte dei crediti vantati dalle imprese verso la pubblica amministrazione in buoni del tesoro. Probabilmente, anche in quel caso gli istituti di credito avrebbero goduto di un goloso ruolo di intermediazione. Ma poi l’idea è tramontata per l’urgenza di liquidità di cui soffrono le aziende. E forse è meglio così.

BANCHE, TRA LUCI E OMBRE – A parziale difesa del sistema bancario italiano si può dire che in passato esso ha giocato poco con i derivati e non ha gravato sul bilancio pubblico con la richiesta di sostegni. Inoltre, oggi pesa sulle aziende di credito lo sciagurato criterio del «mark to market» imposto dall’Eba per la valutazione dei titoli di stato detenuti in bilancio (anche per quelli acquistati non a fini speculativi ma conservati fino a scadenza).  Tuttavia, è pur vero che a dicembre le banche italiane hanno assorbito liquidità comoda dalla Bce (all’1%) per 210miliardi. Un flusso enorme di danaro che si sono tenute in pancia senza metterlo in circolo. E questo non va bene. Tirando le somme, si può anche dar spago alla vulgata secondo cui l’attuale sia il governo delle banche. Ma non è che il precedente fosse poi diverso: d’altronde Mediolanum non appartiene certo all’attuale premier o a uno dei suoi ministri. E nemmeno il Credito cooperativo fiorentino (vero Verdini?). E nel Cda di Mediobanca siede Marina Berlusconi, che evidentemente non è figlia di Mario Monti.

Ulisse Spinnato Vega

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