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Opinioni e commenti
 

Cogne, Taormina: riaprire le indagini su studio macchie di sangue
Pubblicato il 31-01-2012


A dieci anni dall’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, 3 anni, nella casa di Cogne, piccolo paese della Valle d’Aosta dove viveva con il padre Stefano, il fratello Davide e la madre Anna Maria Franzoni, condannata in Cassazione a sedici anni di carcere (ridotti a tredici per l’indulto), il super avvocato Carlo Taormina fa il punto sulla vicenda giudiziaria nonché umana. Legale in processi clamorosi, docente universitario, parlamentare, Taormina è un uomo dalle dichiarazioni roboanti e tra i primi ad aver colto il peso dei media nella rappresentazione delle vicende giudiziarie e nel loro sviluppo dopo aver assunto la difesa della Franzoni nel 2002. Se qualcuno pensava che il caso Cogne si sarebbe risolto in una manciata di ore si sbagliava. Un bimbo di tre anni era stato ucciso, in casa, in presenza della madre, una donna che non stava molto bene visto che la notte precedente aveva chiamato il 118 per un malore di poco conto. Eppure, con il passare dei giorni, il delitto di Cogne si trasformò nel “giallo” di Cogne, nel caso mediatico che appassionò milioni di telespettatori divisi in colpevolisti e innocentisti. A suon di colpi di scena in aula e nei talk show  la vicenda si è chiusa dopo sei anni e quattro mesi con una pesante e discussa sentenza di colpevolezza.

A 10 anni dall’omicidio del piccolo Samuele, che bilancio si sente di fare?

Un bilancio negativo sul piano del sistema giustizia e drammatico su quello umano per una donna incarcerata pur non avendo colpa e dei figli costretti a vivere senza madre. Dietro la vicenda resta il problema della effettiva responsabilità della Franzoni. Pur rispettando la sentenza emessa, continuo a dire che la prova sul piano tecnico giuridico non c’era: la pistola fumante non è mai emersa e la Franzoni sta scontando una pena che non merita.

Lei è stato il secondo avvocato ad assumere la difesa della Franzoni. Col senno di poi lo rifarebbe?

Senz’altro. Né in questo né in nessun altro caso ho avuto dubbi nell’assumere una difesa e tutto quello che ogni vicenda processuale comporta. Prendo atto della situazione e svolgo il mio lavoro. Sul piano tecnico lo rifarei e non ho nessuno scrupolo: ho fatto molto di più del mio dovere cercando di mettere a conoscenza l’autorità giudiziaria di tutti gli elementi della vicenda. Esprimo ancora una volta l’amarezza per la incapacità dimostrata in questo caso dalla magistrata.

Il suo aver “cavalcato” sui media la vicenda è stata una strategia studiata ad hoc?

Nel caso della Franzoni c’era stata una mediatizzazione a senso unico. Da parte dell’accusa e degli investigatori è stata portata avanti un’azione di colpevolizzazione dell’imputata. Devo precisare che il fenomeno si era verificato già prima della mia entrata in scena. A quel punto ho ritenuto di dover contrapporre una strategia difensiva ugualmente mediatizzata. Nonostante sia passata in giudicato una sentenza di condanna, sono in molti ancora oggi a ritenere la Franzoni innocente ed è anche merito della mia difesa portata avanti nelle aule di tribunale come in tv. Purtroppo la difesa e la magistratura hanno eretto una barricata, comportando che perizie che ci davano ragione non siano state prese in esame.

Quanto ha contato la mediatizzazione del processo ai fini del suo corretto svolgimento e della sentenza finale?

Ha avuto un peso rilevante sia per l’assunzione delle prove sia sulla decisione della sentenza. Nel frattempo la Franzoni è diventata preda di un circuito di persone che le stava vicino e non si è più fermata. É andata avanti, mentre io no. C’è stata ad esempio la pubblicazione di un libro da me non autorizzato. Insomma è stata mal consigliata da chi le stava attorno pensando di poter usare i media a suo favore finendo, invece, per peggiorare le cose. Giorno dopo giorno ha perduto credibilità nei confronti di milioni di telespettatori.

Perché nel 2006 ha lasciato la difesa della Franzoni?

A un certo punto si voleva introdurre sul piano probatorio il famoso scarpone come arma del delitto. Mi sono fermamente opposto per l’elementare ragione che il marito Lorenzi ne aveva ben 14 e mi sembrava di mettere l’arma del delitto nelle mani della Franzoni. Prevalsero le parole dei consiglieri della donna, il medico legale Torre – tra gli artefici dell’ultima parte della vicenda che si è conclusa tragicamente – e un sacerdote. Io non accettai e l’avvocato d’ufficio invece portò avanti la strategia.

In che rapporti è oggi con la Franzoni?

Ho rapporti frequenti con la famiglia che mi scrive e mi telefona spesso per chiedermi consigli. La Franzoni è una donna molto sensibile e la lontananza dai figli la sta distruggendo. Erano molto legati e la lontananza dalla madre li segnerà per sempre.

Ha un rammarico?

L’unico è che ad oggi non ci sono elementi per fare una revisione. Gli elementi di prova che potevano essere acquisiti sono già stati assunti. Pur non curando più la sua difesa sto continuando a studiare il caso. Andrebbero riaperte le indagini assumendo il famoso studio della morfologia delle tracce di sangue rinvenute sul pavimento della villetta di Cogne. Studio che in primo grado scomparve e poi, come per magia, ricomparve in secondo grado.

Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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