giovedì, 19 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Disoccupata perché donna, succede solo in Italia
Pubblicato il 06-01-2012


Con il nuovo anno gli auspici sono d’obbligo. Ancor più se parliamo di occupazione femminile in Italia. Un tasto dolente da lunghissimo tempo e sul quale occorrerebbe intervenire con maggiore forza. In uno dei momenti più difficili della storia recente del Paese, con il rischio recessione alle porte, ci sono categorie sociali, donne e giovani in primis, che non riescono in alcun modo a cambiare la rotta di un percorso ad ostacoli. L’Italia è fanalino di coda in Europa per occupazione femminile con solo il 46,1% di attività tra i 15 ed i 65 anni (Istat). Basta andare poco lontano però che le cose cambiano di molto. In Francia e Germania, nonostante la crisi, i livelli di occupazione femminile si aggirano intorno al 60%. Le motivazioni sono riconducibili a più fattori ai quali le recenti manovre non hanno dimostrato volontà di intervento. Se da un lato permangono lacune culturali che vedono ancora la donna come angelo del focolare (il 76% del tempo dedicato alla famiglia è affidato alle donne), dall’altro è certo che vi sono motivazioni oggettive che limitano l’ingresso nel mondo del lavoro alle donne italiane.

WELFARE INESISTENTE – Il peso di un welfare inesistente, come ormai da più parti riconosciuto, è stato scaricato sulle spalle delle donne. A loro sono state affidate la gestione dei bambini come l’assistenza agli anziani e disabili, soprattutto per quella fascia di popolazione, che non può permettersi una baby sitter piuttosto che una badante a tempo pieno (di cui usufruisce solo l’11% della popolazione). Il sistema di asili pubblici e di assistenza agli anziani e diversamente abili, troppo spesso carente, è organizzato in maniera tale da non consentire alle famiglie di dedicarsi ad una piena attività lavorativa.

RISCHIO MATERNITA´ – All’assenza o quasi di reali politiche a sostegno della famiglia si aggiunge, come se non bastasse, un’odiosa barriera d’ingresso al lavoro per le donne chiamata ‘rischio maternità’. Il naturale diritto ad avere figli diventa un discrimine, un pericolo da allontanare, un disincentivo all’assunzione perché inevitabilmente collegato all’assenza prolungata dal posto di lavoro. Al contempo, secondo dati Istat, è dimostrato che al crescere del numero dei figli corrisponde una netta diminuzione nell’occupazione. Il curriculum passa in secondo piano quando si è donna, a ben leggere gli ultimi dati Istat. L’evoluzione di un Paese non si può calcolare solo su basi di crescita economica ma anche su indicatori di sviluppo come, ad esempio, il numero di donne che studiano, che lavorano o che partecipano attivamente alla vita politica e sociale. Se si valuta l’Italia in base a questi fattori ne vien fuori una fotografia ben lontana da quella di un Paese evoluto. Piuttosto ad imperare è ancora una mentalità patriarcale, che non propone incentivi per l’occupazione femminile ma che anzi continua a promuoverne un’immagine superficiale e non rappresentativa della realtà impegnativa che molte vivono.

GOVERNO IN ROSA – Investire su giovani e donne in questo periodo di crisi sarebbe un primo passo per permettere un concreto sviluppo al Paese. Il governo Monti ha al suo interno donne capaci  di porre all’attenzione pubblica la questione femminile. E qualcosa è stato fatto in questa direzione. Lo dimostrano le prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali che, in questi giorni, ospitano il dibattito sulle riforme del lavoro e della previdenza o sul decreto “svuota carceri”.

Claudia Bastianelli

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