giovedì, 22 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Asservito al Pdl, Bossi teme Maroni
Pubblicato il 15-01-2012


 

Il sabato leghista era iniziato con una bomba: Umberto Bossi che vieta a Bobo Maroni di tenere comizi sul territorio. Poi, dopo una manifestazione di solidarietà dei militanti verso l’ex ministro degli Interni, il divieto veniva ritirato. Tutto tranquillo, allarme rientrato. Per Maroni non c’è più alcuna inibizione. Anzi, a La Padania Bossi dichiarava di aver chiarito tutto col diretto interessato, e che presto avrebbero tenuto un comizio insieme. «Chi spera in una Lega divisa e dà ascolto a intermediari confusionali rimarrà deluso», ammoniva il Senatùr. Il partito, quindi, è di nuovo compatto.

ANTEPRIMA DI UNA BATTAGLIA – Sì, beato chi ci crede. Perché basta sollevare un po’ il tappeto e la polvere è tutta lì. Solo un marziano atterrato oggi sul nostro pianeta potrebbe credere alle parole di Bossi. Infatti, ciò che è successo è l’anteprima di una battaglia che si annuncia furente. Da un lato il vertice della Lega, con il padre-padrone in testa, e dall’altro la base del movimento, che vede in Maroni l’interprete di una svolta (resta da vedere in che direzione, ma questo è un discorso che andrà fatto poi).

LO SCONTRO – Ripercorriamo brevemente quanto è accaduto. Venerdì sera Bossi inviava una lettera a tutte le segreterie provinciali della Lega. Nella missiva si leggeva che, riguardo a Maroni, «è fatto divieto di organizzare incontri pubblici alla sua presenza». La reazione del dissidente Bobo arrivava via Facebook: «Sono stupefatto, mi viene da vomitare: qualcuno vuole cacciarmi dalla Lega ma io non mollo». Sul social network scattava allora la mobilitazione dei militanti, i quali inserivano la foto di Maroni sul proprio profilo in segno di solidarietà. Inoltre, decine di amministratori leghisti invitavano l’ex capo del Viminale sul loro territorio a tenere comizi. Una mobilitazione importante che non è passata inosservata a Bossi e al suo entourage. Di qui il dietro front e l’intervista riparatoria a La Padania.

HIGHLANDER – Come dicevamo, si è trattato solo di un’anteprima dell’aspra battaglia che verrà. «Andremo alla conta», dichiarava ai suoi lo stesso Maroni. E tra i messaggi di solidarietà postati sul suo profilo Facebook, molti militanti chiedevano l’avvio immediato di una stagione congressuale per il Carroccio. Sarà proprio quello il campo di battaglia. Si conteranno tessere e delegati, e come nella famosa saga Highlander, alla fine ne resterà uno solo.

IL BLOCCO SCRICCHIOLA – Ma come si presenterà il partito secessionista a quell’appuntamento? Se prima sembrava essere un blocco granitico, da tempo ormai dà segni di lesioni e fratture. Certo, finora è prevalsa la pratica ben riassunta ieri dal segretario provinciale di Varese, Maurilio Canton, in una intervista a La Stampa: «Se sei un militante leghista le regole le conosci. La linea del capo va seguita pedissequamente. Altrimenti nessuno ti obbliga a restare nel movimento». Ma col tempo anche il Carroccio ha imparato a “democristianizzarsi”, facendo nascere diverse fazioni al proprio interno, che sebbene non ufficialmente riconosciute, somigliano molto a delle correnti.

LE CORRENTI – Al comando c’è il cosiddetto “cerchio magico”. Una invenzione della moglie di Bossi, Manuela Marrone, per tentare di garantire la successione del trono al famigerato Trota, al secolo Renzo Bossi. Del cerchio fanno parte Federico Bricolo e Rosi Mauro, presidente e vicepresidente del gruppo leghista al Senato, oltre a Marco Reguzzoni, capogruppo del Carroccio alla Camera. In antitesi ci sono i maroniani, che negli ultimi tempi sembrano riscuotere sempre più il consenso della base leghista. Con Maroni sono schierati l’europarlamentare e consigliere comunale milanese Matteo Salvini, il presidente del Consiglio regionale della Lombardia Davide Boni e il sindaco di Varese Attilio Fontana.

Poi ci sono i calderoliani, berlusconiani di ferro che godono della fiducia cieca di Bossi, ma comunque in grado di mantenere una certa autonomia. Intorno al coordinatore delle segreterie Roberto Calderoli si stringono in prevalenza gli esponenti bergamaschi del partito. Anche i veneti Luca Zaia, governatore regionale, e Luca Tosi, sindaco di Verona, sono abbastanza forti da formare una corrente autonoma. Spesso in contrasto con Bossi, sarebbero pronti a sostenere un eventuale cambiamento al vertice del movimento. Infine, c’è l’altro governatore, il presidente del Piemonte Roberto Cota. E’ un fedelissimo di Bossi, ma con i parlamentari leghisti della sua regione sta provando a mettere su una sua corrente personale.

In una situazione del genere viene da chiedersi quando gli elettori leghisti si renderanno conto di cosa è diventato il Carroccio. Era nato per combattere i partiti di Roma ladrona, invece ha finito col somigliare alla “balena bianca”. Manca solo l’ultimo atto di questa tragi-commedia: l’arenarsi del cetaceo che fu.

Nicola Bandini

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Commenti all'articolo
  1. La novità sta nel fatto che questa guerra da sotterranea è diventata manifesta.
    In realtà, da molto tempo nelle regioni a forte presenza leghista (come la Lombardia, e in particolare, Brescia, da dove scrivo) la battaglia segreta tra i due gruppi è senza quartiere.
    In Lombardia, per la campagna elettorale delle regionali 2010, che hanno visto l’elezione del figlio di Bossi in Valle Camonica, si è scatenato un fuoco incrociato di dossier destinati a screditare avversari e possibili avversari (materia attualmente costituente un fascicolo d’indagine della Procura di Brescia).
    La competizione per l’elezione del segretario provinciale della Lega di Brescia ha seguito lo stesso stile: io stesso ho ricevuto offerte di segnalazione di illeciti addebitabili ai candidati, da pubblicare su tempomoderno.it, e provenivano dall’interno della stessa Lega.
    Ancora oggi ricevo lettere anonime il cui contenuto autorizza a pensare che siano inviate da informatissimi leghisti.
    Il vero nodo politico è questo: l’elettorato leghista non ha votato, ne mai ha voluto votare, soprattutto a livello locale, per mercanti di posti e di incarichi; e, invece, questo è quel che sono i dirigenti leghisti

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