venerdì, 14 dicembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Egitto alle urne democrazia in bilico
Pubblicato il 10-01-2012


Attacco ieri a un resort turistico nella zona di Taba, sul Mar Rosso, nel giorno di chiusura delle votazioni per la Camera Bassa del Parlamento, che interessava proprio le popolazioni del Sinai. Sembra che il commando di uomini armati volesse compiere una rapina, ma è stato subito fermato da una pattuglia della polizia.CAMERA BASSA -La composizione definitiva dell’“Assemblea del popolo”, o Camera Bassa, si conoscerà solo il 13 gennaio ma stando ai primi spogli i due partiti islamisti – Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani e Al-Nur dei conservatori salafiti (la frangia estremista) – avrebbero ottenuto insieme ben oltre il 60% dei 498 seggi dell’Assemblea. La seconda Camera del Parlamento, la Camera Alta o “Shura”, sarà invece eletta il 29 e 30 gennaio. Si può tuttavia già prevedere che, accogliendo non la paternità ma i frutti della rivoluzione e del crollo della dittatura, gli islamisti conquisteranno un netto predominio in entrambe le Camere del Parlamento.

MUBARAK – Per impiccagione o per cancro insomma, la fine dell’83enne Hosni Mubarak sembra ormai vicina. La richiesta di pena capitale per l’ex-faraone dell’Egitto, emessa dall’accusa il 5 gennaio, è stata rinnovata dinanzi alla Corte del Cairo, lunedì scorso. Gli avvocati delle vittime hanno inoltre accusato i due collaboratori stretti di Mubarak – Hussein Tantawi, attuale capo della giunta militare al potere, e l’ex-vicepresidente Omar Suleiman – di aver mentito in tribunale alle precedenti udienze del processo, presentando anche prove sull’uso di proiettili veri durante la repressione. La decisione della corte dovrebbe essere emessa entro il 25 gennaio, anniversario dell’inizio della “Primavera araba d’Egitto”.

PROCESSO – Mubarak, il suo ministro dell’interno Habib el Adli e sei collaboratori in carica nel gennaio 2011 sono ritenuti responsabili dell’uccisione di oltre 800 manifestanti (quasi 1.000 secondo il quotidiano locale Bikyamasr), nei 18 giorni seguenti lo scoppio della sommossa, prima della caduta del regime: la polizia non avrebbe potuto sparare contro la folla – hanno confermato i testimoni interrogati al processo – se non fosse stata autorizzata dall’alto, o comunque senza che l’allora dirigenza politica ne fosse a conoscenza. Hosni Mubarak, i suoi due figli Alaa e Gamal, e Habib el Adli sono accusati anche di corruzione e abuso di potere. Ma l’interesse popolare si concentra in questa fase sui morti di Piazza Tahrir, sull’esigenza condivisa di onorarli facendo giustizia. I giornali locali in edicola in questi giorni esprimono preoccupazione per la possibile reazione della società, qualora la richiesta di condanna a morte non venisse accolta dal Tribunale.

«Se Mubarak non dovesse essere condannato a morte, credo che il Paese si rivolterà, e i militari se ne accorgeranno. C’è molta ira tra la gente, si percepisce, ve l’assicuro», dichiara Omar, una giovane giurista tunisina che ha assistito le famiglie delle vittime durante il processo. Non basta dunque l’immagine dell’ex-faraone che assiste in barella al processo, ormai decadente, malato e a rischio di ictus o infarto secondo le dichiarazioni dei medici curanti, per cancellare le colpe politiche, il tradimento della nazione. Non basterà la fine del regime a placare la collera collettiva, a onorare i martiri della rivoluzione.

ELEZIONI -Le elezioni legislative in corso – le prime votazioni politiche dopo la caduta del regime – saranno seguite a giugno dal Referendum con il quale verrà varata la nuova Costituzione. Negli ultimi mesi, i Fratelli Musulmani hanno fatto della stabilità e dell’ordine, del rifiuto della violenza militare e dell’apertura al dialogo con le formazioni politiche laiche il cavallo di battaglia della propaganda elettorale. Sabato 7 gennaio hanno addirittura preso parte ai festeggiamenti organizzati nel Paese in occasione del Natale copto, per dare un segnale ufficiale di moderazione. Ma il quadro politico risulta ancora ambiguo e instabile, sia a livello nazionale sia nel contesto regionale.

La Fratellanza è estremamente divisa nel suo interno da una lotta intestina con le fazioni più estremiste e il loro leader, Rashad Bayoumy, ha recentemente assunto una posizione di totale chiusura verso Gerusalemme, ribadendo l’intenzione a non riconoscere lo Stato di Israele. Sul fronte amministrativo interno non sono stati per il momento stabiliti nel dettaglio i criteri di distribuzione dei seggi in relazione ai voti. Nonostante le violente proteste popolari dell’ultimo mese, i governanti militari continuano a detenere il potere politico e hanno dichiarato di voler mantenere il diritto di revoca del primo ministro, con il rischio di limitare notevolmente il ruolo di questo Parlamento, democraticamente eletto, a istituzione puramente formale, a «organo-fantoccio».

ESCALATION VIOLENZA – Negli ultimi mesi nel Paese si è poi registrata un’inquietante escalation di violenza nei confronti delle donne, manifestanti e giornaliste di emittenti sia locali sia occidentali, con numerosi casi di stupro, test di verginità e pestaggi compiuti dai militari. Quest’ultimo dato, associato alle notizie di blogger che continuano ad essere incarcerati anche dopo la caduta del regime di Mubarak, è sintomatico della censura che torna a comprimere la libertà di espressione e mediatica, dopo che una certa liberalizzazione era stata avviata nel primo periodo post-rivoluzione.

PRIMAVERA ARABA – L’indiscussa tendenza delle popolazioni arabo-islamiche a scegliere di lasciare potere politico nelle mani di forze d’ispirazione islamica – come emerge dagli ultimi risultati elettorali anche in Tunisia e Marocco – spinge ovviamente gli osservatori occidentali a riflettere sul futuro della rivoluzione nei Paesi della «Primavera araba» e sulla possibilità che i nuovi governi possano assumere scelte antidemocratiche in particolare nei riguardi di alcuni settori della società, i fedeli di altre religioni e le donne nello specifico. Tuttavia, le scelte elettorali post-rivoluzione tendono a smontare le analisi che associano automaticamente l’islam politico a fonte di pericolo per diritti, lasciando aperta la possibilità di un percorso condiviso tra le varie anime politiche e sociali – religiose e laiche – nella costruzione di nuove Istituzioni democratiche per questi Paesi.

La Primavera araba ha dimostrato che le popolazioni hanno il potere di rifiutare regimi dittatoriali, di partecipare al dibattito pubblico sul futuro politico-sociale del Paese. Resta da vedere se i nuovi spazi di democrazia aperti, e le giovani Istituzioni costituite, saranno sufficientemente forti da resistere ai pericoli da sempre associati, la storia lo insegna, ai momenti di transizione o vuoto di potere in politica. La conclusione del processo a Mubarak, la costituzione del nuovo assetto istituzionale e i primi mesi di amministrazione post-elettorale saranno, in questo senso, il primo importantissimo bancone di prova.

Silvia Koch

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. L’importante è che cessino le violenze; Mubarak è stato, come tutti i dittatori, un violento ed un sanguinario. Mi auguro che le due fazioni che hanno ottenuto la maggioranza, ristabiliscano un certo ordine ed equilibrio; dai casi di violenza verso le donne, non ne sono molto convinta…Gli islamici sono troppo chiusi e, in alcuni casi, applicano le leggi del Corano in maniera esagerata. Maometto si sarà più volte rivoltato nella tomba. A parte ciò, complimenti a voi tutti della Redazione

Lascia un commento