martedì, 18 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Frutterie etniche, Confesercenti Roma: il rispetto delle regole deve essere di tutti
Pubblicato il 18-01-2012


Altro che Roma Capitale dell’integrazione, crocevia di culture, melting pot di etnie che dialogano pacificamente. Roma sembra saperne poco in fatto di accoglienza e il rigore nei controlli si trasforma in discriminazione quando ad essere sotto torchio sono gli stranieri che aprono attività commerciali. L’incontro si trasforma in scontro e le diversità etniche vengono considerate sinonimo di incompetenza, bassa qualità o peggio implicazioni malavitose da parte di chi ci vende la frutta piuttosto che altri tipi di generi alimentari. Questo sentire strisciante è tornato a far discutere i cittadini della Capitale da quando il vicecomandante Antonio Di Maggio, a cui il sindaco Alemanno ha affidato la gestione delle emergenze legate alla sicurezza, ha inviato una circolare ai capi dei diciannove gruppi della polizia municipale con oggetto: «Individuazione esercizi commerciali tipo frutterie etniche». Nel documento si legge: «L’ufficio del delegato del sindaco per le politiche della sicurezza ritiene fondamentale, ai fini della predisposizione di piani per il controllo del territorio, ricevere informazioni dettagliate, riguardanti i dati completi delle attività commerciali, gestite prevalentemente da persone originarie dei paesi del Nord Africa, che creano gravi disagi ai cittadini residenti negli edifici limitrofi alla loro ubicazione, occupando spazi pubblici abusivamente, creando rumori molesti, disagi al traffico e, cosa ancor più grave, utilizzando come manodopera cittadini stranieri che soggiornano illegalmente nel Paese». A tal proposito abbiamo chiesto l’opinione di Cesare Tirabasso, presidente Confesercenti di Roma.

Qual è la vostra posizione a riguardo?

Rimango molto sorpreso nell’apprendere di questa circolare. Se ci sono degli abusi, vanno colpiti a prescindere dalle origini etniche o dai credi religiosi degli esercenti. Il rispetto delle norme deve essere per tutti, non solo per alcuni. Rimaniamo decisamente stupiti da questa circolare.

Qual è l’incidenza e il giro d’affari dietro al frutterie etniche nella Capitale e nelle maggiori città italiane in genere?

Non sono a conoscenza di dati commerciali, l’apertura di una frutteria non è sottoposta a controllo su chi sta aprendo l’esercizio. Per aprire un’attività bisogna solo specificare il tipo: alimentare, non alimentare o mista. Per il resto i controlli vengono fatti al di là del colore della pelle.

Quali controlli e da chi vengono fatti?

Innanzitutto l’HACCP, l’autocontrollo di sicurezza alimentare, che i vigili sono tenuti a supervisionare periodicamente, poi i controlli sanitari effettuati dalla Asl, questi devono essere fatti su tutti gli esercizi commerciali al di là della provenienza.

Dietro l’apertura di questi esercizi ci sono fenomeni legati alla malavita organizzata?

Non sono a conoscenza di particolari legami tra frutterie e malavita, altrimenti sarei andato già a denunciarli come deve fare ogni buon cittadino. La presenza di realtà diverse negli usi e costumi non è sinonimo di criminalità organizzata.

Il fatto che questi esercizi propongono spesso prezzi stracciati non crea problemi concorrenziali?

I prezzi vengono dal gioco costi/ricavi dei mercati rionali, le realtà più piccole vanno sparendo lasciando il posto alle grandi distribuzioni nonostante i prezzi di quest’ultimi siano a volte superiori a quelli dei mercati rionali, che rimangono comunque il rifermento principale per i prezzi. Questo al di là dell’etnia del prezzo proposto dal singolo, straniero o non.

La circolare motivava il provvedimento dicendo che queste attività sono foriere di disturbi alla quiete pubblica, che ne pensa?

Quando parlo di rispetto delle regole alludo a tutto, dai controlli sanitari al rispetto della quiete pubblica. I controlli vengono fatti addirittura sul potenziale inquinamento acustico dei frigoriferi, è compito dei vigili occuparsi anche della quiete pubblica, nessun esercizio può creare episodi di inciviltà.

Diletta Liberati

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