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Opinioni e commenti
 

Giovani avventurieri
Pubblicato il 11-01-2012


“Per il nomade il movimento è moralità. Senza il movimento i suoi animali morirebbero” 

Bruce Chatwin.

La prima volta che mi sono veramente allontanato da casa fu per andare in Australia. Da solo, dopo aver abbandonato il primo anno di universita’, con solo un paio di indirizzi in tasca in caso di aiuto. Avevo vent’anni e volevo scoprire il mondo, forse me stesso. Roma poteva aspettare. Allo scalo di Singapore i tabelloni dell’aeroporto annunciavano partenze ed arrivi da Wellington, Darwin e Noumèa, terre così lontane da me. Fu lì che ebbi per la prima volta la sensazione di essere solo e libero dall’altra parte del pianeta.

I primi mesi a Perth, Western Australia, furono segnati da festini e vita lasciva, confusione dettata dal mio primo vero svezzamento. Ero entrato nel giro degli studenti, giovani europei che lasciavano casa per farsi le ossa, imparare l’inglese e conoscere il mondo. Dopo pochi mesi i soldi finirono e mi toccò trovare lavoro, rendermi autosufficiente, motivo primario della mia visita down under.

L’ Australia era, ed è tutt’ora, un paese giovane, fiorente di oppurtunità. Australiani veri sono solo gli aborigini, triste realtà emarginata dalla società. I veri cittadini del grande continente sono in pratica solo vecchi coloni inglesi di quarta generazione, italiani, giapponesi e greci di semi/recente immigrazione. Un curioso mix, perfetto ed equilibrato nonostante la sua eccentrica multietnicità.

Iniziai ad inserirmi all’interno della comunità italiana: per la maggior parte ristoratori capitati lì per sbaglio o per necessità durante gli anni ’70, ora fervidi lavoratori appartenenti alla classe elitaria della società di Perth. Ricordo il mio primo datore di lavoro, un proprietario di un modesto caffè italiano che lasciò l’Italia circa vent’anni prima e che mai e poi mai ci sarebbe tornato. ”Troppa burocrazia, poche soddisfazioni, pochi soldi”, così mi raccontava. Man mano che i mesi passavano, e il mio lavoro di cameriere portava le prime soddisfazioni, mi resi conto di come anche tantissimi altri ragazzi italiani scelsero di trasferirsi là.

Nonostante le dure regole d’immigrazione del paese commonwealthiano, rigidissimo nel rilasciare cittadinanze e visti, la tenacia di questi giovani ebbe la meglio: manovali, cuochi e muratori riuscirono con la loro voglia di lavorare a prendere la residenza e costruirsi un futuro decisamente roseo. Per loro, come lo fu per me, trasferirsi in Australia voleva dire distaccarsi completamente dal paese di origine. Troppe ore di viaggio, troppi soldi per acquistare un biglietto di ritorno, troppa distanza. Ma il gioco valse la candela.

Io, come i miei nuovi amici emigranti, guadagnavamo più di 200 dollari australiani al giorno (circa 160 euro), svolgendo attività quasi sempre modeste: camerieri, cuochi ed imbianchini. Alcuni divennero padri, e lo stato australiano sosteneva le spese per i figli. Se rimasti senza lavoro, l’ufficio del lavoro elargiva mensilmente un assegno per i viveri, in attesa di un nuovo impiego: decine e decine di piccoli accorgimenti, burocratici sopratutto, che convinsero centinaia di giovani italiani, e non solo, a costruirsi una vita in questo nuovo continente.

Dopo mesi di gavetta, il mio datore di lavoro decise di prendersi alcuni mesi di risposo, e lasciò a me ed un altro amico il piccolo caffè da tenere in gestione. Fu il primo impegno di responsabilità della mia vita. Trovavo molta più soddisfazione ad impegnarmi giornalmente in un’attività, mia piuttosto che perdere mesi in fila a qualche sportello de la Sapienza o qualsiasi altro ateneo romano. Ben vengano gli studenti con le idee chiare sul loro futuro: io non le avevo allora, e forse neanche adesso.

Presto, stanchi e sinceramente ancora troppo giovani e libertini per un impegno così importante, affittammo una macchina e attraversammo da sud a nord il grande deserto del W.A.. A farci compagnia giovani avventurieri, italiani, francesi e svizzeri, che ci seguivano per alcune tratte del grande e desolato continente per poi essere lasciati nel mezzo del nulla.

Ognuno di noi inseguendo le proprie ”vie dei canti”, sia su terra australe, come nella vita. Un anno dopo tornai in Italia, per niente attratto dalle possibilità lavorative che mi aspettavano, ma semplicemente per nostalgia. L’Australia è ad oggi meta ambita da giovanissimi avventurieri di mezzo mondo, e anch’io vi son tornato più volte negli anni a seguire per poter ancora rivivere quella sensazione di distacco totale dalla mia realtà e dal mondo occidentale.

L’Australia fu il primo di tantissimi viaggi che mi hanno permesso di conoscere il lato più ambizioso e avventuriero di molti ragazzi italiani; ma sopratutto mi ha fatto capire che il mondo è grande, un agglomerato di innumerevoli società che vale la pena conoscere, sia per arricchire se stessi, sia per migliorare il mondo attorno a sé.

Paco Cianci

Scrittore - InterRail: italiani prove di fuga!

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Commenti all'articolo
  1. Ciao, finito di leggere adesso il tuo breve ma intenso racconto. Che dire esattamente un anno fa io feci la stessa identica cosa. stessa esperienza, cambia solo la città Melbourne invece di Perth.. hai descritto per filo e per segno le stesse sensazioni che ho provato anche io in un anno passato nella terra di oz.
    cheers mate

  2. Propio un bel articolo,che mi ha catapultato indietro negli anni, circa 12 quando ho vissuto un esperienza simile vivendo a Brisbane Eastern Australia.Mi è sembrato di rivivere quelle speranze quei sogni che ho portato con me dall’altro lato del mondo.Grazie Paco Cianci ! Keep writing mate ! ! !

  3. “Un anno dopo tornai in Italia, per niente attratto dalle possibilità lavorative che mi aspettavano, ma semplicemente per nostalgia …”
    Quando in un racconto c’è sincerità vale sempre la pena di leggerlo.

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