mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il prezzo dell’informazione
Pubblicato il 16-01-2012


C’era una volta l’intellettuale. Ovvero la persona che usava l’intelletto in tutte le sue molteplici sfaccettature. Antonio Gramsci era uno di questi. Dei tanti argomenti dei quali si occupò c’era anche quello del prezzo dei quotidiani. Gramsci diceva che il prezzo dei giornali non doveva essere troppo basso perchè indicava il valore – non solo economico – che gli editori attribuivano ai giornali e ai giornalisti. Anche la politica e i “poteri forti” entravano in questo ragionamento. Al giorno d’oggi i quotidiani che vanno per la maggiore, soprattutto nelle grandi città, sono i free press, ovvero contenitori su carta di informazioni alla rinfusa a prezzo zero; ci sono addirittura gli strilloni che ti vengono incontro con la copia fresca di stampa. Stesso discorso per le televisioni: i palinsesti delle Tv sono alla portata di tutte le tasche, ma la conduzione dei programmi è affidata troppo spesso a shampiste o a bellimbusti imbellettati.

Per capire lo spessore giornalistico dei Tg basta dare un’occhiata alle scalette di questi giorni. L’intelletuale socialista non è vissuto abbastanza per assistere allo sbarco dei quotidiani su internet: i giornali si leggono gratis e il loro sostentamento è basato essenzialmente sulla pubblicità, con buona pace della terzietà dei giornalisti. Stesso dicasi per siti internet e blog. Insomma tonnellate di informazioni, rigorosamente gratis. Ma il prezzo – per niente economico – che stiamo pagando è altissimo. C’è una frase di uno scrittore colombiano che sintetizza a meraviglia la situazione attuale. Efraim Medina Reyes dice: “La stupidità è un male che si diffonde anche leggendo spazzatura”. Come dargli torto.

Aldo Boraschi

Aldo Boraschi

Giornalista - Faccia di culatello

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Commenti all'articolo
  1. Trovo più che giusto che l’informazione debba avere un valore, ma – con buona pace di quanti sostengono che lo Stato debba farsi carico di ripianare i debiti dei giornali, o quanto meno dare un contributo in nome della libertà d’informazione – ritengo che tutti i cosiddetti “mass media” debbano essere autosufficienti.
    Abbiamo assistito, ed assistiamo ancor oggi, agli sprechi ed agli abusi che le contribuzioni a pioggia producono: grandi testate che non badano a spese; piccole realtà che non si adeguano alle utenze; pseudo micro partiti o movimenti di opinioni che nascono e muoiono nel giro d’una legislatura e che stampano esclusivamente per il macero. Per non parlare della carenza di qualità cui un sicuro introito, spesso commisurato a tirature artificialmente prodotte, induce.
    Se oggi vanno per la maggiora i free press, dietro i quali mi chiedo chi ci sia, è indice della disaffezione del pubblico cui bisogna attribuire l’opinione che “un giornale vale l’altro”.
    Il discorso vale per la carta stampata, per la televisione, per la radio, nonché per lo spettacolo nel suo insieme, infatti solo la qualità dell’informazione e dei prodotti può fare la differenza.

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