mercoledì, 21 novembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il tribunale rivoluzionario
Pubblicato il 20-01-2012


2 settembre 1792. Il tribunale rivoluzionario, costituito da pochi giorni e che ha all’attivo soltanto tre teste, sta giudicando il maggiore Bachmann, della guardia svizzera del re. Sono le tre del pomeriggio, di una giornata limpida e calda. Un rumore sordo e lontano invade la grande sala delle udienze, che prende il nome di san Luigi: chiamata a raccolta da radi colpi di cannone una folla immensa, la folla di tutte le rivoluzioni, emerge dai bassifondi e si riversa. Impassibili, i giudici si apprestano a interrogare alcuni soldati svizzeri: arrestati anch’essi il 10 agosto, devono rendere testimonianza contro il loro capo. Verso le quattro e mezza, il rumore si fa più vicino e insistente: sembra salire dall’interno dello stesso palazzo. A un usciere che s’affaccia alla finestra, sul cortile delle carceri sottostanti, si presenta una spaventosa visione: un’orda di sanculotti, eccitati da qualche mestatore, ha forzato i cancelli, e armata di scuri, di pugnali, di picche, sta trascinando quanti prigionieri trova in mezzo al cortile, davanti a un improvvisato tribunale del popolo, e ne fa orribile scempio.

Né le lotte, né gli urli, né i singhiozzi, né gli urli disperati, né il rumore dei colpi e delle porte divelte, le teste schiacciate, i petti squarciati, il sangue che scorre a rivi, l’orrore, che da questa arena di massacro monta, con l’odore della carneficina, verso le finestre, nulla interrompe o ritarda l’udienza che si svolge davanti al tribunale. D’improvviso, tra la folla imbestialita corre la voce che gli svizzeri del re sono nella sala delle udienze. Con urla belluine balzano su per le scale, attraversano stanze e vestiboli, venerabili per antichi ricordi, e appaiono sulla soglia, i cenci e le armi grondanti di sangue. Lo spavento è tale, che gli svizzeri si gettano a terra, strisciando sotto le panche per sfuggire alla caccia.

L’accusato Bachmann, sicuro di morire, poco importa se per fatto dei giudici o per mano di questi assassini, discende dalla poltrona ove da trentasei ore è seduto e si presenta alla sbarra come per dire: uccidetemi. Mirabile visu: il presidente Lavau ferma d’un gesto gli invasori, intimando, con poche parole, « di rispettare la legge e l’accusato che è sotto la sua spada ». I massacratori, in silenzio, ripiegano docilmente verso la porta: hanno compreso che l’opera ch’essi compiono laggiù in basso, le maniche rivoltate e la picca tra le mani, questi borghesi in mantello nero e cappello a piuma la perfezionano sui loro seggi.

In questo episodio, che si offre come un mistero doloroso all’osservazione del giurista, il dramma ha la fissità di una favola; l’azione è come fermata nel quadro di una via crucis: due gruppi di uomini sono uno di fronte all’altro, nella sala di san Luigi. Di uno di essi, quello sulla soglia, non può nutrirsi alcun dubbio: sono degli assassini; le loro mani sono lorde di sangue e sangue chiedono ancora, con gli occhi fissi sui poveri prigionieri di là delle sbarre. Nella sostanza delle cose, che altro non è se non la valutazione morale, anche le persone distinte soltanto da un mantello nero e un cappello piumato sono assassini: se dicono « l’accusato è sotto la spada della giustizia », essi intendono « lasciatelo stare, ci  pensiamo noi ad ammazzarlo ».

Eppure, il giurista che contempli l’orribile scena sente che la valutazione morale non basta a penetrarne l’essenza, dunque si chiede: se gli uni e gli altri sono assassini, perché questi, che potrebbero impunemente uccidere con l’azione diretta, uccidono, invece, attraverso un processo? Domanda a cui non è agevole rispondere: l’interesse che determina l’atroce opzione manet alta mente repostum, non essendo riconducibile a princìpi o categorie.

Ma, sebbene sfugga a coloro che vogliono uccidere attraverso un processo, quel che conta è che vogliono « il processo », cioè un atto essenzialmente e per definizione antirivoluzionario. Danton, che avrebbe fatto istituire il tribunale rivoluzionario del 1793, forse lo sentiva e lo esprimeva in termini brutali, quando, nel processo del re, per trascinare i dubbiosi, i non rivoluzionari, e aggiogarli al carro sanguinoso della rivoluzione, gridava dalla tribuna: « Noi non vogliamo giudicare il re, vogliamo ammazzarlo ». In tempi come il nostro, in cui prepotente è la vocazione a vivere senza il diritto, c’è senz’altro di che riflettere.

Otello Lupacchini

Giusfilosofo - Riflessioni inattuali

More Posts

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento