sabato, 20 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

La Casta finge di tagliarsi lo stipendio
Pubblicato il 31-01-2012


 

Giustizia è fatta: è stato questo il primo pensiero di molti italiani, quando è stata diffusa la notizia del primo taglio agli stipendi dei parlamentari. Se è crisi, che sia crisi per tutti: e quindi che paghino anche i superprivilegiati della casta, è opinione ormai diffusa. E lunedì 30 gennaio è arrivato il primo segnale concreto. L’ufficio di presidenza della Camera dei deputati – con il voto contrario dell’Italia dei valori e l’astensione della Lega Nord – ha stabilito una decurtazione degli emolumenti che va tra i 1250 e 1500 euro lordi, se si considerano anche la diaria e l’indennità lorda. Più o meno 700 euro netti al mese.

FINTO DECURTAMENTO – Poco, ma meglio di niente. Purtroppo a ben scavare ci si accorge che l’autodecurtamento degli stipendi in realtà è una grande bufala, una messinscena mediaticamente ben riuscita – almeno per le prime ore – che si traduce in un aumento stanziato e poi non concesso. Guarda caso di 700 euro netti, gli stessi che la politica in queste ore sbandiera come “taglio alla casta”. Ma  procediamo per gradi.

PENSIONI – Dal 10 marzo i deputati dovranno produrre una “apposita documentazione” per giustificare almeno la metà della somma che ricevono per i portaborse, per le spese di segreteria e di propaganda: 1845 euro su 3690. Quest’ultima è una norma provvisoria, in attesa che il Parlamento vari una legge apposita. La vera novità, però, riguarda le pensioni: anche i deputati, come tutti i comuni mortali, dovranno passare dal sistema previdenziale retributivo a quello contributivo. Finisce così l’era dei vitalizi d’oro, che valevano tre volte più delle pensioni ora previste a partire dai 60 anni (due legislature) o dai 65 anni (una legislatura). Anche se già 22 deputati hanno presentato ricorso al consiglio di giurisdizione presieduto da Giuseppe Consolo.

LA VERITÁ – Prima di cantare vittoria, però, forse è il caso di andare oltre le apparenze. Poche ore dopo l’annuncio, rilanciato con grande euforia da giornali e telegiornali, un blog ha riportato le parole del giornalista Franco Bechis, vicedirettore di Libero. Insomma fatta la norma, trovato l’inganno che si annida proprio nelle nuove regole sulle pensioni. Il segreto è tutto nelle nuove norme previdenziali dei parlamentari che sono scattate dal primo gennaio scorso. «Passando dal sistema retributivo a quello contributivo, i deputati – scrive Bechis – si sarebbero visti lievitare la busta paga di circa 700 euro netti al mese, perché non è più richiesto loro di versare tutti e due i contributi che versavano prima: uno per il vitalizio (1.006 euro al mese) e uno previdenziale (784,14 euro al mese), oltre alla quota assistenziale (526,66 euro al mese).

La riforma delle pensioni avrebbe toccato solo marginalmente i deputati in carica (un anno su 5 di legislatura), che avrebbero recuperato ben più di quello svantaggio con i 700 euro netti in più in busta paga. Se la notizia degli stipendi aumentati fosse uscita, li avrebbero linciati. Così hanno deciso non di tagliarsi lo stipendio, ma di rinunciare a quell’aumento”. La casta sembra ancora lontana dal voler mollare l’osso.

Chiara Merico

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