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Opinioni e commenti
 

La tecnologia del ‘bisogno’
Pubblicato il 09-01-2012


Tra le tante invenzioni di ultima generazione ce n’è una, in particolare, che ha modificato radicalmente la nostra cultura del bisogno. Una volta, se ti fermavi di notte in un autogrill con la vescica in panne, entravi in bagno, accendevi la luce, facevi quello che dovevi fare, ti lavavi le mani e te ne andavi soddisfatto. Oggi no. Oggi non entri in un cesso qualunque, ma in una macchina infernale piena di congegni invisibili. Parlo proprio di loro, maledette, inesorabili. Le fotocellule.

La prima cosa che ti capita, quando entri in un gabinetto del 2012, è quella di azzardare quel gesto da “Prima Repubblica” che è la ricerca dell’interruttore. L’interruttore non c’è, brutto vecchio che non sei altro. L’interruttore del cesso è come il gettone telefonico, il giornaletto porno, il 45 giri, le espadrillas, la mezza piotta (50 euro), portobello, l’idrolitina… roba vecchia insomma, che non si usa più. La luce si accende da sola perché il cesso lo sa, che tu sei lì. A occhio sa anche quanto pesi; glielo dice un altro sensore sul pavimento, quello che controlla i livelli della tua bilirubina. Nel momento in cui, imbarazzato, decidi di fare pipì prende nota anche delle dimensioni, ma su questo sorvoliamo.

Torniamo al sensore sul pavimento, quello che sa quanto pesi. C’è chi ha iniziato ad usarlo al posto della bilancia. Si spegne entro i primi 5 secondi? Hai perso un chilo, un chilo e mezzo. Arriviamo al punto. Sei lì che fai pipì, con un peso corporeo nella media, la mano destra già impegnata, quando la luce si spegne. Cosa fai? Saltelli. Saltelli perché sei un esperto di quel miracolo tecnologico e sai perfettamente che così si riaccenderà, anche se in quei 2 secondi probabilmente non avrai fatto centro. È una danza curiosa, che prosegue in modo direttamente proporzionale al contenuto della tua vescica.

Una mano alla cabeza, una mano alla cintura, un movimiento sexy, una mano alla catena. Ma lo sciacquone non c’è, brutto vecchio che non sei altro. La catena del cesso è come il macinino da caffè, le zigulì, il subbuteo, l’alfasud, le mecapp, il califfone, il mangiadischi… roba vecchia insomma, che non si usa più. Il cesso scarica da solo perché lo sa, che tu hai finito. Non so come faccia, ma lo sa. Confesso: una volta ho anche bluffato. Mi son detto: “La trattengo”. Non si è azzardato a scaricare. Poi non ce l’ho fatta più e mi son tolto il peso, saltellando perché nel frattempo si era spenta la luce. È partito, puntuale come un orologio svizzero. “E se il bisogno non fosse così banale? Se mi trovassi nel bel mezzo di qualcosa di grosso?”. Fortunatamente non mi è mai capitato, ma voglio comunque provare ad ipotizzare la situazione.

Nessuno, penso, ha il coraggio di sedersi su quegli affari. Saranno pure tecnologici, ma col cavolo che ci appoggio le mie chiappette d’oro. Scelgo una posizione improbabile: Tom Cruise, Mission: Impossible, 1996. Penso che se non tengo i piedi sul sensore principale, quello davanti al water, la luce potrebbe spegnersi. Leviamo il potrebbe. Si spegne la luce e si accende un quesito: “Come faccio a saltellare?”. Ci rinuncio, scelgo il buio. Ed ecco, all’improvviso, il fotogramma chiave di questo miracolo tecnologico: Io. Pioniere dell’arrampicata libera su WC, sconfortato paladino dell’igiene, impavido 007 in fuga dalle spie. Non ci crederete, ma sono esperienze che lasciano il segno. Guardateli, i volti di quegli eroi appena usciti dal gabinetto. Soffermatevi su quell’espressione compiaciuta che sembra voler dire: “Ce l’ho fatta. Anche stavolta”, mentre nell’estremo tentativo di lavarsi le mani cercano un rubinetto che non esiste. Già. Il rubinetto non c’è, brutto vecchio che non sei altro.

Due di picche

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