lunedì, 16 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

La versione di Bruno
Pubblicato il 27-01-2012


Di solito non mi avvisano nemmeno, soprattutto quando si tratta di parenti lontani e amici comuni. Ma quando morì Bruno fui il primo a saperlo, anche se ero diasporato in qualche nazione che non era l’Italia. Quel settembre di qualche anno fa, per me, morì anche la politica. Una certa politica. Bruno mi insegnò che si poteva far del bene anche facendo politica e, secondo la sua versione (che subito feci mia), la strada era quella di diventare socialista. Partivamo in macchina avvolti dalla spessa nebbia della pianura padana, per andare ad incontri carbonari in sperdute frazioni.

Ci chiamavamo tutti Compagni e questo mi dava uno straordinario senso di appartenenza, come mai più mi è successo. Nella nebbia giallastra galleggiavano le osterie, che erano le sezioni del partito da cui partivano le opere di proselitismo che cercavamo di mettere in atto. I rarissimi passanti che si incontravano per strada, molti dei quali inforcavano improbabili biciclette, sembravano soldati di guardia alla trincea del socialismo. Bruno conosceva e salutava tutti e di tutti sussurrava: “Quello è un Compagno”.

Quando eravamo nei pressi della sezione mi affacciavo dal finestrino per chiedere informazioni, ma ricevevo in cambio solo mugugni e vaghe indicazioni su qualcosa di sempre più prossimo alla meta, ma mai esattamente la meta stessa che raggiungevamo, così, a tentativi. Il circolo tale, la sezione talaltra, erano luci disperse nel cosmo nero e muto della campagna addormentata. Erano porte che si aprivano come d’incanto nel deserto di una strada, spesso nascoste in cortili interni dove la nebbia ghiacciata faceva sudare le pareti delle case. Le sezioni erano di uno squallore talmente tattile da sembrare metafisico. Le pareti – altissime, bianchissime e scrostatissime – erano scaccheggiate dal ritratto di Pertini, dal sorriso rassicurante di Nenni, dallo sguardo intenso di Matteotti. La prima cosa da fare, quasi un rito iniziatico, era l’accensione della sigaretta. Fumavamo tutti; di solito il segretario di sezione metteva in bocca la pipa (ma su questo, penso, abbia pesantemente influito il carisma di Pertini).

Sotto quei soffitti oramai fradici di riunioni e interventi, uomini con la camicia azzurra di terital, sbracciati e sudati in pieno inverno, agitavano le mani arrossate e le puntavano oltre ogni orizzonte possibile, oltre le loro fabbriche e le loro case. Spesso di trattava di vaniloqui universali sulla raccolta del mais in Sudamerica e la possibile rivolta degli indios. L’epilogo di quelle riunioni era un bicchiere di vino rosso, con una moglie, una figlia o una sorella che metteva su l’acqua per gli spaghetti; quelle stesse donne erano quelle che manufacevano tortelli e abbrustolivano salsicce alla festa dell’Avanti (tutto questo gratuitamente, particolare non secondario). Una macchina perfetta, un laboratorio artigianale di politica, forse anche un ideale di vita.

Già si faceva strada, però, il colpo di cancellino: compagni, sezioni e discussioni sui destini del mondo lasciavano spazio alle cronache giudiziarie dei mariuoli nostrani. Un segno netto, una linea di demarcazione. Era arrivato il momento del Disanganno. Anche per Bruno arrivò il radde rationem, l’abbandono del Socialismo, almeno di quello delle fumose sezioni di periferia. Per me, già da molto tempo prima spuntò il cinismo del ragazzo di vent’anni con il culo nel burro, la spocchia del pseudo quasi intellettuale. La ritrosia del bambino viziato. Di questo ti devo chiedere scusa, cristosanto, Bruno. Ti devo chiedere scusa tanti anni dopo. Adesso ti lascio e ti saluto. Ti sia lieve la terra, Compagno.

Aldo Boraschi

Giornalista - Faccia di culatello

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Commenti all'articolo
  1. erano i momenti in cui, noi ragazzi andavamo a far la guardia, di notte, ai manifesti affissi. GUAI A CHI li toccava ! Erano momenti in cui anche nelle piccole pedine albergavano grandi ideali !
    noi giovani ci sentivamo forti colonne di un erigendo edificio
    ripensare a quei momenti è quasi romatico
    pensare ai momenti che stiamo vivendo con lo stesso animo d’allora è quasi impossibile
    non abbiamo fallito, non abbiamo perso il gioco, è cambiato il gioco ! il gioco di ora è un gioco dove l’unica regola è : si cambiano le regole in continuazione mentre si sta giocando e vince solo il banco, fino a che anche il banco perde e sembra che ci siamo vicini…

    • Come DiversamenteStrutturati siamo sldloaii con Orsini (fa sempre bene ripeterlo ed esplicitarlo ).Abbiamo trovato l’interessante articolo di Ferrarotti, nell’archivio de l’Unita, tuttavia non lo abbiamo ancora postato perche non si legge bene stiamo cercando di risolvere il problema!

  2. Aldo,si quelli erano tempi d’oro quelli in cui essere compagno significava entrare nel cuore dell’etimologia dellla parola,sventrarla e incorporarla iin eternaeum…:cum panis…il compagno era colui con il quale si condivideva il pane della res publica…

  3. Caro Aldo, è vero: è stato un periodo eroico. Si veniva dalle esperienze recenti della guerra perduta, dal fervore della ricostruzione, dagli entusiasmi di un’Italia che rinasceva. Le motivazioni erano tante ed esaltanti.
    Personalmente, pur sentendo – ed ancor oggi – le istanze della giustizia sociale, nonché l’ingiustizia delle suddivisioni in classi, tra chi aveva troppo e che non riusciva a sfamarsi, ho sempre odiato tutto ciò che sospingeva l’individuo verso il collettivismo. Parole come socialismo, o peggio, comunismo, mi davano il voltastomaco ed istintivamente le aborrivo, al pari di fascismo.
    Sono tutti gli “ismi”, infatti, che pretendono d’ inquadrare l‘individuo, col risultato di comprimerne la libertà e le ambizioni. Sicché, m’avessero chiamato “compagno”, l’avrei sentito un insulto intollerabile.
    Libero da gli schematismi delle ideologie, mi sono adoperato tutta la vita con successo alla costruzione della mia famiglia e della società nella quale mi sono mosso con sempre crescenti responsabilità.
    Non ho, quindi, nessuna nostalgia per quel periodo del quale rimpiango soltanto gli ideali, il fervore e la fede in… buonafede. Che forse è poi quello che rimpiangi anche tu.

  4. Ciao Aldo, ineccepibile ciò che hai scritto. NOn sono mai stato iscritto al PSI, però ho sempre rispettato la funzione che ha avuto questo partito, anche se nel periodo governativo insieme alla DC cui ero iscritto non ha avuto una visione di lungo orizzonte. Io mi sono rammaricato dell’esosizione debitoria del paese, e del fardello che oggi abbiamo sulle spalle. Bisognava costruire l’alternanza democratica, e di questo mi rammarico di più con i miei ex amici DC, oggi ne avremmo govato rutti. L’Italia è cresciuta, ma sulla svalutazione e sui debiti, oggi abbiamo grandi realtà produttive ex IRI, alcune svendute senza creare competizione, concorrenza, e finite male. Non rinnego il solidarismo cristiano, e guardo congrande rispetto una socialdemocrazia che sappia guardare il popolo e i suoi bisogni. Sono desolato e intimamnente afflitto di tanti ortolani ancora attaccati a piccolo spazi, senza creare ununico soggetto capace di affrontare meglio i problemi reali e proiettarsi sul palcoscenico mondiale per frenare lo strapotere della finanza, e mettere al centro di ogni attività umana la dignità dell’uomo. Mi dispiace di tante pipe offese, spero anche io che la terra sia generosa e pietosa con chi meritava qualcosa in più.
    Un fraterno abbraccio
    ANTNIO LANZA

  5. Socialista da sempre, padre socialista. Quando non ci si poteva permettere una Sede ci si riuniva in casa. Quando eravamo in campagna elettorale si spendeva tutto di tasca nostra,Non c’era certo il rimborso spese.Era un fai da te.Prima di tutto il programma, poi il volantino.Chi scriveva indirizzi, chi chiudeva buste, che appicccicava francobolli.Magari andavi anche in giro con il cubo sulla macchina con scritto ” VOTA ANTONIO”.: Quello che hai scritto mi commuove.Politica pulita, sentita, aderente ai bisogni della gente. Pochi Professori e tanta passione.

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