martedì, 20 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

“L’arte di vincere”, il romanticismo nel baseball
Pubblicato il 31-01-2012


In generale si cade su un pregiudizio quando si parla di statistiche. Apparentemente ci si accoda alla fila degli analisti e le si reputa utili e convenienti, ma dentro di noi, e spesso in maniera neanche tanto velata, le disprezziamo come qualcosa di innaturale, freddo e che non ha nulla a che fare con la vita. “L’arte di vincere” va in controtendenza. È un film sulla prospettiva. Sui punti di vista alternativi. Prende la statistica come un riferimento valido, elogia la formula a regola di vita, addirittura la vuole erigere a meccanismo rivoluzionario. 

Inizialmente la cosa mi ha sorpreso, finché non ho compreso il vero senso di questa operazione. Non è tanto il fatto di ridurre l’uomo a numero, ma proprio il contrario. Dare al numero, alla statistica, al dato, un nome e un cognome ben precisi. Dare al numero un’anima. È stata una bella scoperta. In realtà, quello che vuole dire questo film sul baseball, dove in realtà di baseball se ne vede ben poco, è che ognuno ha un talento specifico. Un talento unico, magari incompreso, non visto o semplicemente frainteso con un altro da chi ci vede esternamente o anche da noi stessi. Ma è proprio quello che ci rende speciali e necessari agli altri. Anzi,  proprio la sottovalutazione subita ci porta in vantaggio.

Moneyball – L’arte di vincere” è scritto da due veterani come Steven Zaillian (Oscar per Schindler’s list) e Aaron Sorkin (Oscar per The social network) ed è diretto da Bennett Miller (Truman Capote). Ha ricevuto 6 nomination agli Oscar, tra cui miglior attore protagonista per Brad Pitt, che l’avrebbe sicuramente meritato di più per The tree of life.

Siamo nel 2002. Billy Beane (Pitt), ex promessa del baseball che non ha sfondato, è il manager generale degli Oakland Athletics, squadra in crescita ma che all’inizio del campionato viene depredata dei suoi migliori giocatori. Il budget è ridotto e quindi bisogna accontentarsi degli avanzi, a sentire i suoi consiglieri. L’incontro con Peter Brand (Jonah Hill), neolaureato in economia e appena affacciato al mondo del lavoro, sarà la sua svolta. Giocatori che nessuno vuole, la cui carriera è in declino, o che vengono emarginati perché troppo particolari o inadatti. Eppure ognuno di questi giocatori ha una caratteristica particolare che, se sommata a quelle dei compagni, può portare a formare una squadra imbattibile.

L’impresa è ardua, i vecchi e rodati consiglieri non ci stanno molto a sposare questa strategia bislacca, l’allenatore continua con i suoi schemi (un sottoutilizzato Philip Seymour Hoffman), e il campionato li vede ultimi in classifica. Fino a che Billy non inizia a fare piazza pulita per rendere concreta la sua pazzia. Insomma, un film sanguigno, testardo e struggente quanto la dichiarazione d’amore di Beane: “Come si fa a dire che il baseball non è romantico?”. Già, come si fa.

Stefano Nicotra

 

 

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