sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Lavoro, lavoro, lavoro e il resto verrà
Pubblicato il 06-01-2012


Gennaio sembra un mese agitato per l’economia mondiale e per gli sforzi dei diversi governi di contrastare una crisi prima provocata e poi acuita da una finanza depredatoria che, all’atto pratico, sembra ormai l’unica padrona del mondo seguito alla fine della guerra fredda. E mentre di guerre si sono moltiplicate quelle calde – con l’industria bellica che crisi non ha mai sofferto – oggi ci si confronta con uno spaventoso regresso dei diritti sociali anche in quei Paesi europei, compresa l’Italia, che ne sono stati la culla.

Si potrebbe parlare, anzi, di diritti umani tout court se solo si riflettesse allo spaventoso e progressivo allargamento della forbice tra i pochi che hanno moltissimo e moltissimi che non hanno nulla. Vale soprattutto in quel sud del mondo dove tale forbice taglia ogni giorno milioni di vite umane, per esempio con gli aumenti dei prezzi alimentari provocati dai giochi di Borsa. In Italia, per fortuna si continua a non morire di fame, anche se si vive sempre peggio. Ovviamente non tutti. Saremo pure in recessione, ma questo non intacca la condizione dei privilegiati. Se non altro perché negli ultimi tre anni, quelli della crisi internazionale indicata come unico responsabile dell’impoverimento, oltre il venti per cento della ricchezza nazionale si è spostata dal lavoro alla rendita da capitale, con buona pace del primo articolo della Costituzione. Magari su  questo si concentrerà Mario Monti nei suoi colloqui della settimana entrante con Sarkozy e Merkel, per decidere verso quali obiettivi devono indirizzarsi gli interventi economici e finanziari dell’Unione europea, che sembra aver smarrito la sua spinta propulsiva a un’integrazione basata sui diritti, primo tra tutti proprio quello al lavoro.

RIVOLUZIONE STATUNITENSE – Tornando ai governi e ai loro rapporti,  non solo quelli del cortile italiano o di quello più vasto europeo, ma a quelli globali, va comunque detto che con l’inizio del 2012 si cominciano a registrare novità. Alcuni analisti, per esempio, si spingono a parlare di una vera e propria rivoluzione riguardo al fatto che la Federal Reserve (Fed), la Banca centrale statunitense, a partire dalla sua prossima riunione del 24-25 gennaio, incomincerà a pubblicare le proprie previsioni sull’andamento dei tassi di interesse, per la prima volta nella sua storia, con una scelta che l’avvicina all’impostazione europea del ruolo delle Banche centrali. L’obiettivo è quello di aiutare la fragile ripresa americana, sia rafforzando la trasparenza, sia offrendo indicazioni chiare agli investitori, già preoccupati per la crisi del debito dell’Europa, sia aiutando l’economia e il mercato del lavoro. Le previsioni sono che la Fed lascerà aperta la strada a nuovi aiuti alla ripresa e manterrà a lungo i tassi a livello basso.

Nel verbale dell’ultima riunione della Fed, in dicembre, quella in cui è stata decisa la suddetta svolta, si legge che i rischi associati con le difficoltà fiscali e finanziarie in Europa restano al centro dell’attenzione degli investitori. Secondo il presidente della Fed, Ben Bernanke, gli investitori restano comunque troppo cauti, anche se si sono allentati i timori in seguito ai recenti sviluppi europei. In ogni caso, la Fed punta sul mercato interno, definendo determinante per la ripresa economica soprattutto la salute di quello immobiliare, come scrive Bernanke in uno studio inviato al Congresso sulle difficoltà del settore, il più colpito dalla crisi. «Non c’è una soluzione unica per risolvere le difficoltà del mercato immobiliare, ma i prezzi continueranno a scendere in assenza di un’azione del governo. Servono sforzi continui e attenti per aiutare il settore», scrive Bernanke. Cioè, nel Paese tradizionalmente portabandiera del liberismo si chiede più Stato.

PRIMATO DELLA POLITICA – Da parte sua, il governo di Washington fa da sponda alla Fed sullo scacchiere internazionale, cosa sulla quale su questa riva dell’Atlantico settentrionale – quella meridionale africana ovviamente sta ancora peggio – possiamo contare molto di meno, se non altro perché la Banca centrale europea un governo di riferimento non lo ha. E se il nemico da battere è la finanza depredatoria di cui sopra, pesa l’assenza di un’autorità che risponda solo al Parlamento di Strasburgo, espressione del suffragio universale, cioè di qualcosa di ben diverso dalla Commissione europea che sottosta a quasi trenta governi, ciascuno dei quali con potere di veto su una miriade di argomenti. Il che conferma il primato della politica, se mai di conferme ci fosse bisogno.

ANCHE PECHINO NON RIDE – Così come un significato politico in senso alto e proprio ha la missione che il segretario al Tesoro statunitense, Timothy Geithner, si accinge a compiere la settimana entrante in Cina e in Giappone per discutere dello stato dell’economia mondiale e delle politiche per rafforzare la crescita. Geithner il 10 gennaio arriverà a Pechino, dove incontrerà il vice premier Wang Qishan. Il giorno seguente incontrerà il premier cinese Wen Jiabao. Il 12 gennaio vedrà a Tokyo il premier giapponese Yoshihiko Noda e il suo ministro delle Finanze, Jun Azumi. Non si tratta di una missione di routine, se non altro perché i dossier che saranno trattati avranno incidenza rilevante sull’economia mondiale. A Washington non si ignora che bisogna aprire nuovi canali di dialogo, soprattutto dopo le recenti tensioni sul fronte dei cambi.

E se Geithner dovrà muoversi appesantito dalle difficoltà dell’economia statunitense, con una ripresa che ancora stenta e un tasso di disoccupazione ancora molto elevato, i suoi interlocutori non sono comunque in grado di alzare più di tanto la voce. Anche la Cina — quella del turbocapitalismo di Stato senza le esigenze di confrontarsi con il pluralismo politico  — ha i suoi problemi e sembra intenzionata a puntare non più tanto sulla produzione a basso costo di manodopera destinata all’esportazione quanto sull’incremento dei consumi interni, se non altro perché le esportazioni stanno rallentando per la diminuita domanda da parte dell’Unione europea, suo principale partner commerciale. Tra i provvedimenti allo studio delle autorità di Pechino, ci sono anche sussidi per i consumatori che vivono in case popolari per favorire l’acquisto di elettrodomestici e per coloro che vogliono cambiare automobile. Insomma qualcosa come le rottamazioni che noi italiani abbiamo avuto modo di conoscere, moltiplicate per più di un miliardo di persone.

In Italia ci accontenteremmo persino dell’applicazione elementare di una regola dell’economia di mercato, cioè che in tempi di recessione bisogna aumentare la spesa pubblica, non tagliarla. Ovviamente, se possibile quella produttiva. Ma quando Franklin Delano Roosevelt tirò il mondo fuori dalla crisi del 1929, era di gran voga uno slogan secondo il quale, in mancanza di meglio, si deve mettere i lavoratori a scavare buchi per terra e poi a riempirli. Cioè, paradossi a parte, che è il lavoro l’unico produttore di ricchezza che conta.

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Commenti all'articolo
  1. il nostro giornale on line non deve essere fotocopia degli altri giornale ma qualcosa di veramente nuovo e antico in poche parole qualcosa di socialista, è inutile riportare le notizie he gli altri giornali ben più forti di noi pure pubblicano,invece il giornale potrebbe essere palestra e voce del popolo socialista italiano.ì;comunque l’iniziativa è superlativa,ma bisogna parlarne tra noi e capire cosa fare bene in futuro

  2. Non sapevo molte cose scritte in questo pezzo, ma una cosa l’ho capita: che la cosa più importante è il lavoro. Se c’è il lavoro possiamo costruirci una casa, un futuro, una famiglia, certezze, tutte quelle cose che a noi giovani stanno rubando. Continuate così! Avanti!

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