giovedì, 19 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Lo Stato è cattivo pagatore e le imprese possono saltare
Pubblicato il 26-01-2012


Forse sono 60 o 70 miliardi di euro. Qualcuno calcola addirittura 90. In ogni caso si tratta di una montagna di debiti. Il cattivo pagatore è lo Stato, i creditori le imprese. La Pubblica amministrazione liquida i suoi fornitori, in media, con sei mesi di ritardo. Ma ci sono casi estremi di fatture saldate a 3 o 4 anni. La situazione più grave riguarda, manco a dirlo, il Meridione. E il settore della sanità è il più colpito.

LA DIRETTIVA UE DA RISPETTARE – Un bel guaio per gli imprenditori già alle prese con la recessione e con una difficoltà di accesso ai prestiti bancari che ormai assomiglia a un «credit crunch» (blocco totale del credito). Ora però il ministro per lo Sviluppo Corrado Passera ha deciso di mettere mano alla questione e come prima cosa ha promesso un recepimento anticipato, novembre 2012 anziché marzo 2013, della direttiva Ue 7/2011 che obbliga le pubbliche amministrazioni a pagare i fornitori entro 30 giorni (salvo deroghe). L’Europa fissa un termine anche per il saldo dei debiti tra privati a 60 giorni, mettendo il dito su un’altra grave piaga che condiziona in primo luogo le piccole aziende fornitrici di quelle grandi.

LA QUESTIONE TITOLI DI STATO – Il principale problema del governo, dunque, è quello di non risultare inadempiente nei confronti dell’Ue: pesa infatti sulla nostra testa la spada di Damocle della solita procedura di infrazione. Tuttavia, bisogna conciliare l’esigenza di saldare i crediti e dare ossigeno alle imprese con quella di non appesantire il deficit e soprattutto il debito.  Passera, per cominciare, ha detto di aver trovato fondi per iniziare a smaltire 5,7miliardi di buco dei ministeri: l’articolo 35 del dl liberalizzazioni si concentra infatti sul debito statale, lasciando da parte quello delle regioni e in special modo della sanità. Circa metà delle risorse dovrebbe arrivare da fondi per rimborsi e compensazioni di crediti di imposta (in sostanza soldi che lo Stato dovrebbe restituire ai contribuenti che hanno pagato tasse in eccedenza). Mentre 2miliardi potrebbero giungere da titoli del Tesoro che sarebbero erogati alle imprese come una sorta di «pagherò». In più, resta in piedi l’ipotesi della mora all’8% per le amministrazioni che non ottemperano entro i termini.

L’IMPATTO SU DEBITO – Le aziende già oggi, se vogliono, possono chiedere di essere pagate in titoli di Stato. Il governo, però, è partito con il freno a mano tirato per i possibili impatti sulla dinamica del debito. E tuttavia la prima ondata di pagamenti tramite bond potrebbe costare oltre 200milioni di interessi, che Palazzo Chigi punta a recuperare tramite maggiori entrate da Regioni a statuto speciale e Province autonome e tramite incrementi fiscali sulle bollette elettriche. Non per niente gli enti locali hanno già protestato: «Il governo vuole pagare i suoi debiti con i nostri soldi». Sempre il decreto liberalizzazioni precisa che l’operazione non deve portare nessun aggravio sulle emissioni nette (cioè al netto dei titoli rimborsati perché in scadenza). Il Tesoro dunque dovrebbe creare dei titoli ad hoc e soprattutto dovrebbe convincere Eurostat che si tratta di qualcosa di diverso da normali obbligazioni a lunga scadenza tipo Btp.

LA CDP IN CAMPO – L’istituto statistico europeo ha già messo sotto la lente il «rosso» statale verso le imprese e sta cercando di capire se i tempi lunghi possano comportare una trasformazione dello stesso da commerciale a finanziario vero e proprio. Qualora ciò dovesse malauguratamente accadere, considerando una settantina di miliardi, il rapporto debito-Pil dell’Italia schizzerebbe al 125% e oltre. E per il premier Mario Monti sarebbe un’autentica iattura. Allora ecco la manovra che chiama in causa la Cassa depositi e prestiti: per farla semplice, lo Stato potrebbe vendere alla Cdp importanti partecipazioni di controllate in buona salute e incamererebbe gli introiti nel Fondo di ammortamento titoli di stato (nato nel ’93 per ridurre il debito grazie alle privatizzazioni). Per mezzo del Fondo, poi, il Tesoro ricomprerebbe titoli pubblici dal mercato secondario e li piazzerebbe alle imprese creditrici, senza aumentare in tal modo il volume delle sue emissioni.  In gergo si chiama «buy-back» ed è una delle soluzioni allo studio.

I RISCHI DELL’OPERAZIONE BOND – La Cdp è un forziere (oltre 200miliardi di raccolta postale) importantissimo in questa fase e già da tempo lavora anche in favore delle imprese. Il timore ora è quello della partita di giro: una Cassa depositi e prestiti impegnata ad aiutare lo Stato a tamponare i debiti verso le aziende, potrebbe infatti ridurre il suo apporto di liquidità alle stesse aziende in crisi di credito. In più c’è un altro rischio finora molto sottovalutato: ossia che le imprese vendano in massa i bond ricevuti per realizzare liquidità, generando ulteriori tensioni su tassi e spread nel mercato secondario. Finché l’ammontare resta limitato, sarebbe limitato anche l’impatto. Ma cosa accadrebbe se imprenditori con l’acqua alla gola provassero a dismettere tutti insieme 50 o 70miliardi di titoli? Meglio andarci con i piedi di piombo.

Ulisse Spinnato Vega

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