lunedì, 23 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Meglio la legalità statale o l’illegalità civile?
Pubblicato il 13-01-2012


Purtroppo, quando si discute dello Stato italiano, dal periodo postunitario ai giorni nostri, assai spesso non se ne dice altro che male, sino a giungere a porre il dilemma se sia preferibile per il cittadino italiano la legalità statale o l’illegalità civile.

Non v’è dubbio che dall’Unità d’Italia a oggi, i fallimenti della costruzione dello stato democratico di diritto nel nostro Paese appaiano di giorno in giorno sempre più evidenti. La continuità storica che contraddistingue la classe politica dirigente, dall’Unità alla Seconda Repubblica, passando per il fascismo e il dopoguerra, tende sempre più a identificarsi con comportamenti autoritari, violenti e illegali. Tali pratiche politiche hanno avuto anche pesanti riflessi nella gestione della giustizia, non sempre apparsa super partes e talvolta espressione dei poteri egemoni nel paese.

La descrizione, che fa Napoleone Colajanni alla fine dell’ottocento (Le istituzioni municipali. Cenni ed osservazioni, Piazza Armerina, 1883, p. 121), dell’uso strumentale del diritto e del diritto amministrativo, in particolare, per asservire il cittadino, viene evocata quale fotografia della situazione attuale: «I cavilli non mancano; le leggi e i regolamenti, innumerevoli, redatti in modo sibillino, si incrociano, si urtano, si contraddicono; e la massa degli elettori, che ordinariamente li sconosce, non se ne avvale quando gli fanno comodo, e casca nei motivi di nullità, che vengono abilmente messi a profitto da chi li conosce a menadito, perché fa professione esclusiva di questa nuova cabala, ch’è il diritto amministrativo italiano».

L’esperienza storica produce inevitabilmente un profondo senso di disagio: dall’insuperato conflitto medievale tra Stato e Chiesa, tra laici e cattolici, ad una sorta di continuità culturale e comportamentale autocratica del Regno d’Italia con la Prima e la Seconda Repubblica, attraverso il fascismo, i gruppi dirigenti hanno costantemente manifestato un  fermo disprezzo verso le leggi poste dallo Stato; si sono appoggiati, per governare indisturbati, alla delinquenza organizzata; il trasformismo politico, l’indifferenza ideale e l’arroganza di voler conservare il potere ad ogni prezzo sono stati costantemente i loro principali segni distintivi.

Sebbene fosche tinte colorino la realtà italiana da sempre e fitte ombre la oscurino in vari punti, solo gli osservatori disincantati, animati cioè da intenti conoscitivi e descrittivi, dunque non politici e polemici, si sottrarranno alle trappole propagandistiche o agli estremismi utopistici: nel mare in tempesta di finzioni, di menzogne e di ipocrisie politiche, di strade oblique per consentire ai gruppi dirigenti di ottenere ciò che si prefiggono, di transazioni non palesabili, non confessabili e di corruzione dilagante e permanente, è facile che i cittadini, sistematicamente fiaccati nelle loro forze vitali, diseducati alla verità, all’onestà, alla chiarezza ed alla fiducia, siano indotti ad interpretare lo Stato, e non invece il ceto dirigente non all’altezza dei suoi compiti, come il loro peggiore persecutore, come il vero nemico ed aguzzino da combattere, che impunemente, con l’aiuto di leggi imposte, commette le peggiori violenze contro chi,  indifeso, è assoggettato al suo potere.

Otello Lupacchini

Giusfilosofo - Riflessioni inattuali

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