martedì, 19 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Passera non svende il «tesoretto» BancoPosta e fa l’indiano con Banca d’Italia
Pubblicato il 18-01-2012


La novità dell’ultimo momento è che sembra sparire dall’orizzonte del decreto liberalizzazioni “in cottura” a Palazzo Chigi la possibilità di una dismissione del BancoPosta. La collocazione in Borsa o la vendita non paiono buone carte da giocare con questi chiari di luna. Tuttavia, il settore dei servizi postali nel suo complesso resta centrale in seno al piano di smantellamento dei vecchi blocchi di potere che il governo Monti vorrebbe approvare già venerdì prossimo.

IL PROGETTO PASSERA – L’ipotesi che prende corpo è quella di scorporare il business bancario e i servizi finanziari del gruppo Poste italiane dal resto delle attività. Come consigliato dalla stessa Antitrust, il BancoPosta subirebbe un’operazione di spin-off e diverrebbe un istituto di credito a tutti gli effetti, con tanto di licenza bancaria e vigilanza da parte di Bankitalia. Il ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera, conosce bene la materia per aver un tempo guidato le Poste. E si suppone che il suo piano liberalizzazioni possa anche prevedere la ridefinizione e la messa a gara del servizio universale di corrispondenza (compresa quella tra banche e correntisti). Su questo fronte la concessione statale a Poste italiane vale per 15 anni e sul tavolo c’è anche l’ipotesi di ridurne la durata. Così come si discute di esenzione Iva su alcuni servizi garantiti da Poste e non dagli operatori concorrenti, per esempio le raccomandate.

IL TESORO DI BANCOPOSTA – Insomma, in gioco c’è anche il futuro del capillare network di 14mila sportelli che il gruppo detiene in tutta Italia, ma la partita più delicata rimane quella dei servizi bancari. D’altronde BancoPosta è diventato via via più importante nel bilancio di Poste italiane. Guardando i conti del primo semestre 2011, dai soli servizi finanziari sono giunti ricavi per oltre 2,5miliardi, una bella fetta dei 10,5miliardi di fatturato dell’intero gruppo guidato da Massimo Sarmi (la parte maggiore, 5,5miliardi, arriva dalle polizze assicurative, le cosiddette Postevita). E i ricavi di Bancoposta si sono attestati in crescita di un 3% rispetto allo stesso periodo 2010. Morale? Oggi come oggi il suo valore potrebbe aggirarsi intorno ai 30miliardi di euro. Ed è per questo che il governo vuole pensarci bene prima di (s)vendere. Nel frattempo, però, la Banca d’Italia mal tollera un soggetto con funzioni bancarie che fa concorrenza agli altri senza avere uguali vincoli e obblighi. Sarmi ha risposto nel 2010 costituendo un patrimonio separato di 1miliardo di euro per BancoPosta. Briciole rispetto al suo vero valore.
UN FORZIERE DA 330MLD – Dopotutto stiamo parlando di un forziere da almeno 330-340miliardi di euro tra giacenze di buoni presso le Poste (201miliardi a fine giugno), depositi di libretti (circa 95miliardi) e conti correnti (38miliardi). Peraltro, BancoPosta è una banca «sui generis», perché raccoglie liquidità e non rischia con gli impieghi. Un atout di grande valore in questi tempi di vacche magre, pregio che non viene intaccato dal fresco taglio del rating a BBB+ per il gruppo ad opera di Standard&Poor’s, esattamente come quello sovrano dell’Italia. Anche la Cassa depositi e prestiti lo sa bene e infatti nel primo semestre 2011 il gruppo di Sarmi ha ricevuto da Cdp un assegno da 775milioni, oltre il doppio rispetto ai 340milioni di un anno prima. Soldi legati alla convenzione firmata dalla Cassa e da Poste per la distribuzione dei buoni e dei libretti postali. C’è da aggiungere, infine, che il settore postale ha beneficiato della terza e ultima tappa della liberalizzazione imposta dalla Ue con l’approvazione del decreto legislativo di recepimento della direttiva 2008/6.

LE INCOGNITE – Eppure non mancano i problemi. Intanto i sindacati sono preoccupati per le ricadute occupazionali di un eventuale processo liberalizzatore e poi va valutata l’incognita legata al peso preponderante che le Poste hanno nell’avvio del progetto tremontiano della Banca del Sud. Il tema dell’apertura al mercato, inoltre, porta con sé quello dei poteri regolatori e di vigilanza di una vera authority che potrebbe essere identificata nell’Antitrust o nell’Agcom, anche per evitare di creare l’ennesimo organismo ex novo. Di certo, l’attuale Agenzia nazionale di regolamentazione del settore postale non sembra all’altezza dei futuri compiti di una autorità forte ed efficiente.

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