domenica, 23 settembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Pentiti, Lupacchini: utili per scoprire retroscena insondabili
Pubblicato il 11-01-2012


Con la morte di Rosario Spatola, che denunciò la problematica dei “finti pentiti” definendo “arbitraria” la gestione di tali figure, se ne va uno dei primi collaboratori di giustizia. La gestione dei pentiti, regolata dalla legge n. 45 del 2001, è una questione dibattuta sia in giurisprudenza che in politica, sotto vari aspetti. Tra questi, uno dei più rilevanti riguarda il peso economico per lo Stato. Si è espresso in merito Otello Lupacchini, giudice consigliere in Corte d’Appello nella Procura di Roma.

Ritiene che l’attuale legge sulla gestione dei collaboratori di giustizia sia adeguata?

Nulla di ciò che è umano è perfetto, tutto è perfettibile. La legge può dar fastidio sul piano etico, ma si è dimostrata molto utile per scoprire retroscena altrimenti non sondabili. Sia a livello legislativo che giurisprudenziale lo strumento si è venuto affinando, a volte con eccessi restrittivi, come ad esempio l’inutilizzabilità delle dichiarazioni effettuate fuori termine. A mio parere sarebbe necessario separare il rapporto dei benefici legati allo status di collaboratore rispetto all’utilizzabilità di una dichiarazione ancorché tardiva.

Una delle problematiche maggiormente evidenziate è la “convergenza del molteplice”: ovvero la possibilità di condannare l’imputato sulla base di dichiarazioni di più collaboratori non supportate da altro riscontro, violando i principi del contraddittorio. Che ne pensa?

La verifica da parte del giudice viene comunque operata, non è una pura e semplice convergenza del molteplice. Ogni dichiarazione deve essere supportata dalla credibilità e attendibilità delle fonti, che devono trovare una qualche verifica oggettiva. Se i pentiti hanno potuto concertare una versione, come nel caso di ex detenuti insieme nella stessa cella, o hanno lo stesso difensore ovviamente la dichiarazione può essere fallace. La prova deve essere comunque filtrata da una valutazione del giudice che verifica l’attendibilità prima e la credibilità poi delle dichiarazioni del collaboratore: il riscontro, in quanto elemento certo al quale ancorare la dichiarazione, è comunque necessario in quanto i margini di errore non sono né maggiori né minori rispetto ad altre fonti di prova.

Rosario Spatola è stato tra i primi collaboratori a denunciare la presenza di “finti pentiti”. Ritiene che questo sia un problema concreto?

“Pentito” è il termine comune usato in riferimento ai collaboratori di giustizia. Tuttavia queste figure devono essere valutate non dal punto di vista morale o etico. L’espressione collaboratore di giustizia è più adeguata in quanto calca l’accento sul fatto che tali figure rendono delle confessioni o fanno dichiarazioni accusatorie. Il pentimento è al di fuori, magari se ne poteva parlare dal punto di vista dei terroristi, perché si pongono in una posizione eretica nei confronti dello stato. Nel caso della criminalità organizzata il tema di fondo è quello del beneficio economico. E’ difficile trovare il pentimento, il sentimento di rimorso, è più facile riscontrare il rammarico per i rischi che si corrono sotto il profilo del processo o della pena. Il collaboratore fa semplicemente un calcolo costi-benefici.

Ritiene che ci sia un abuso del ricorso ai collaboratori?

I collaboratori di giustizia sono stati molti fino ad un certo momento storico, poi sono diminuiti. Un abuso attualmente non lo vedo. D’altra parte il processo è organizzato in funzione di una possibilità di errore dove un collaboratore considerato attendibile in un grado potrebbe non risultare tale nel grado successivo, ma chi garantisce la minore possibilità di errore delle sentenze di secondo grado rispetto al primo?

Economicamente parlando, quanto pesa la gestione dei collaboratori di giustizia?

La gestione ha un peso che cambia in ragione del numero dei collaboratori e dei soggetti che vengono protetti insieme a loro. Sicuramente è un onere per lo stato non indifferente che si aggira su somme piuttosto consistenti. Tuttavia l’entità è variabile in quanto proporzionata alla qualità del contributo dato alla giustizia.

La figura del pentito è riabilitativa del criminale davanti all’opinione pubblica?

Ci sono diversi modi di percepire i fenomeni. Secondo il principio utilitaristico il collaboratore contribuisce all’individuazione della verità procurando a volte nocumento a se stesso, e lo fa perché ne trae un beneficio. Il collaboratore non va giudicato “buono” perché pentito. Nell’enfasi moralistica il pentito viene esaltato, quasi santificato, per questo suo concedere qualcosa, oppure demonizzato per aver contrattato confessioni in cambio di benefici. In un rapporto laico bisognerebbe guardare esclusivamente il fatto che il collaboratore dà qualcosa in quanto si prospetta un beneficio.

Martina Perrone

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento