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Opinioni e commenti
 

Pentiti, Sorrentino: strumento utile ma gestito male
Pubblicato il 11-01-2012


Con la morte di Rosario Spatola finisce un’epoca storica della lotta antimafia: fu lui uno dei primi pentiti di Cosa Nostra, e fu lui a raccontare a Borsellino i fatti più importanti relativi alle cosche trapanesi. Fu lui, inoltre, a denunciare la gestione dei collaboratori di giustizia, definendola «arbitraria». Sul tema dell’utilità sociale del sistema dei pentiti mafiosi è intervenuto Carlo Sorrentino, docente di Sociologia dei processi culturali e di Sociologia della comunicazione pubblica e istituzionale presso l’Università degli Studi di Firenze.

In un periodo di crisi economica, ci si interroga sulla convenienza del sistema dei pentiti mafiosi. Qual è, secondo lei, l’impatto sociale del dover pagare la «redenzione» del pentito?

È una questione controversa: continuo a pensare che sia uno strumento utile, l’importante è saperlo utilizzare. Nella storia della lotta antimafia ci sono state due stagioni importanti: una in cui l’utilità sociale del sistema pentiti era palese e tangibile, e un’altra in cui invece c’è stato un abuso dello stesso, sia da parte delle autorità che da parte dei pentiti.

Quanto è conveniente quindi per la società sostenerne i costi?

Secondo me il problema non è la questione dei costi, è quello di gestione del fenomeno: se lo gestisci male, il rischio per la società è inevitabilmente elevato. È uno strumento, e in quanto tale non può prescindere da chi lo sta utilizzando.

La mafia è stata spesso definita come una società all’interno della società. Secondo lei è possibile il reinserimento sociale del pentito?

Credo poco alla redenzione del pentito. Credo a un patto fra Stato e persona: tu mi dai qualcosa e io ti tutelo. Credo che i casi di vero pentimento, di vera redenzione, siano davvero pochi.

E allora perché i pentiti vengono tutelati?

Spesso e volentieri i pentiti sono diventati tali quando hanno trovato una qualche forma di convenienza.

Quindi è uno strumento che loro usano per proteggersi?

Sì. Ripeto, non credo alla vera redenzione. Poi è ovvio che bisogna tener conto delle diverse tipologie di pentito, ma se non ci fosse convenienza il criminale, abituato a usi e costumi mafiosi, non avrebbe altri motivi per rivolgersi alla giustizia.

Secondo lei la qualifica di “pentito”, per un criminale, è un ostacolo o una propulsione al suo reinserimento in società?

I programmi di reinserimento mi sembrano molto laboriosi perché i pentiti seri devono essere sinceramente pentiti: la mafia non perdona. Purtroppo, i pentiti ‘veri’ si contano sulle dita di una mano.

Un criminale può uscire dall’impronta culturale lasciata dal sistema mafioso?

No, non credo.

Raffaele d’Ettorre

Giampiero Marrazzo

@giamarrazzo

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