domenica, 22 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Pet therapy, Pres. Ass. Italiana: molto utile per persone con disturbi anche gravi
Pubblicato il 20-01-2012


Il Giudice di Pace del Tribunale di Varese ha accolto il ricorso presentato da una donna che, costretta ad una lunga degenza in ospedale, si è vista negare la richiesta di poter ricevere la visita del suo cane. La sentenza ha fatto discutere suscitando dubbi circa l’opportunità di far entrare nelle strutture ospedaliere animali da compagnia. Sui benefici che si possono avere avendo accanto il proprio animale domestico, si è espressa Spartia Piccinno, presidente dell’Associazione italiana pet-therapy.

Che ne pensa della decisione del giudice?
Era ora. In altri paesi già succede: per esempio in Svizzera, a Bellinzona, ci sono case di riposo, spesso a gestione privata, con alloggi specifici che permettono di ospitare animali da compagnia. Quando ci si sposta in casa di cura o di riposo già si lascia tutto ciò a cui si è abituati e i rischi di depressione diventano seri. L’opportunità di avere con sé il proprio animale domestico aiuta a sentirsi a proprio agio, pur essendo lontani dalla propria casa e dalle abitudini di una vita.

Negli ospedali italiani esistono percorsi di pet-therapy?
Esistono buoni esempi come l’ospedale pediatrico di Padova e, se ben ricordo, il Bambin Gesù a Roma, ma parliamo più di compagnia e vicinanza dell’animale domestico che di pet-therapy. Bisogna distinguere tra la possibilità di avere vicino il proprio animale, che sicuramente è un grande aiuto, e il progetto di pet-therapy. Noi operiamo nelle scuole, con percorsi volti ad esempio alla socializzazione, o nelle case di cura per anziani. Il principio è lo stesso, ma se non c’è un progetto ed un’equipe predisposta e preparata non si può parlare di pet-therapy.

Ci sono problematiche legate all’igiene?
Il pericolo di zoonosi, ovvero il passaggio di malattie tra l’animale e l’uomo, non esiste se il cucciolo è seguito costantemente da un veterinario. Si fanno percorsi anche con bambini con un basso sistema immunitario proprio perché se l’animale è controllato non c’è pericolo né per l’uomo, né per l’animale stesso.

Di quali animali vi avvalete e come sono addestrati?
Noi operiamo con i cani. I cuccioli vengono scelti con piccoli test per valutare se hanno l’imprinting giusto alla relazione con l’uomo: nei primi due mesi di vita il cucciolo fa attività di gioco volte alla socializzazione con l’essere umano, mirate a far diventare fondamentale il proprietario nella vita del cane e viceversa. I cani sono anche educati rispetto agli ausili di cui si avvale il paziente, per esempio carrozzine o treppiedi.

La terapia è efficace anche con altri animali?
Esistono percorsi che hanno dato buoni risultati anche con i cavalli, però c’è più difficoltà di accesso, anche perché la terapia avviene all’aperto. Inoltre spesso i cavalli arrivano a centri di ippoterapia alla fine della loro carriera e ovviamente sono più abituati al salto agli ostacoli che alla relazione con l’uomo. Un altro animale utilizzato è l’asino, di cui si sa poco, ma che ha dato finora ottime risposte in quanto c’è più facilità di approccio. Parliamo di un animale meno pauroso del cavallo e quindi meno pericoloso.

Quali patologie possono essere trattate con la pet-therapy?
Possiamo trattare tutti i tipi di disturbo, dal Parkinson all’Alzheimer o all’autismo, dai disabili ai giovani con difficoltà di apprendimento. Il panorama è ampio, la differenza la fa l’operatore: l’importante è la qualifica professionale di base che dia la garanzia di serietà.

Martina Perrone

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