domenica, 19 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Presidente comitato, senza Referendum difficile cambiare legge
Pubblicato il 12-01-2012


 

«La vedo tutta in salita e sinceramente credo che il Parlamento, senza il pungolo del referendum difficilmente arriverà a buon fine sulla modifica della legge elettorale». Appare un po’ scoraggiato il professor Andrea Morrone, presidente del Comitato per i referendum, dopo la bocciatura dei due quesiti abrogativi del “porcellum” da parte della Corte Costituzionale.

Sul perché della decisione non si pronuncia, «aspettiamo le motivazioni della sentenza per capire le ragioni», ma giura che andrà «avanti con l’iniziativa politica».

Anche Arturo Parisi, che insieme con lei ha condotto la raccolta firme, ha dichiarato che intende «proseguire la battaglia dentro e fuori dal Parlamento». Che iniziative avete in mente?

Non abbiamo ancora definito nulla di preciso, ma senza dubbio porteremo avanti i contenuti politici dell’iniziativa. Chi ha a cuore la trasformazione piena del sistema politico istituzionale, da una democrazia bloccata a una democrazia dell’alternanza e quindi competitiva, deve continuare la battaglia in questa direzione. Io ci sono e con me credo molti italiani.

Un po’ tutti i partiti hanno dichiarato la volontà di modificare comunque la legge elettorale. Crede che lo faranno?

Prima della sentenza tutti hanno dichiarato quello che lei giustamente ha ricordato. Dopo, le dichiarazioni non sono più univoche in questo senso. La Lega ha già detto che la riforma della legge elettorale non è una priorità. Poi, anche Silvio Berlusconi ha dichiarato che la legge Calderoli è una buona legge e che, semmai, va migliorata. Per il resto, tutte le altre forze politiche, ciascuna nel dire che la legge va cambiata, hanno espresso un giudizio per un modello elettorale. Ciascuno ha un’idea diversa, che a volte è diametralmente opposta a quella del partito più vicino. E’ una partita molto ardua.

Il problema del “porcellum” è solo che produce un Parlamento di nominati?

Il problema sono i soggetti politici che abbiamo oggi, che sono incapaci non solo di riformare sé stessi, ma anche di rendere più moderne le istituzioni della Repubblica. Dagli anni 70 si parla di riforme istituzionali ma non si è mai riusciti a fare nulla. Anzi, le poche cose che sono state fatte sono state realizzate grazie ai referendum del ‘91 e del ’93, che hanno portato, guarda caso, alla legge Mattarella e alla democrazia – anche se solo incipiente – dell’alternanza. Noi abbiamo la stessa classe politica da vent’anni. In Italia, l’elettore deve limitarsi a scegliere il partito, non più neppure i rappresentanti, e i partiti poi potranno costruire alleanze programmi, maggioranze, anche a dispetto di quello che pensa l’elettorato. Quindi fare e disfare nonostante il voto popolare. Cosa che non accade in nessun paese d’Europa.

In realtà in Germania si è fatto un governo di coalizione tra Cdu e Spd, e oggi in Inghilterra il conservatore Cameron governa con l’appoggio dei liberali.

Ma da loro è l’eccezione e non la regola. Da noi è al contrario. I sistemi democratici si possono dividere in democrazie consociative e democrazie dell’alternanza. Le prime sono quelle nelle quali il cittadino non sceglie rappresentanti e governi, ma solo rappresentanti. Poi i partiti in Parlamento scelgono le alleanze che ritengono più opportune. Di queste faceva parte l’Italia e probabilmente ancora oggi è da annoverare in questa tipologia. Mentre invece le democrazie competitive sono quelle in cui gli elettori scelgono non solo i rappresentanti, ma anche il programma e il governo. Io credo in questa seconda alternativa.

Nicola Bandini

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