sabato, 21 aprile 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Primarie in South Carolina: a sorpresa vince Gingrich
Pubblicato il 23-01-2012


Ora i giochi sono di nuovo aperti. Stravolgendo le previsioni dei media, l’ex presidente della Camera Newt Gingrich ha vinto le primarie del Partito Repubblicano sabato scorso in South Carolina (Usa). Con il 40% delle preferenze, il 68enne ultraconservatore presente sulla scena politica dai tempi di Ronald Reagan ha sconfitto di larga misura il favorito Mitt Romney (28% dei voti), ex governatore del Massachusetts che aveva trionfato alle primarie del 10 gennaio scorso in New Hampshire.

Poco dopo la chiusura delle urne il vincitore ha scritto su Twitter: “Grazie South Carolina! Aiutami a sferrare il colpo decisivo in Florida”, riferendosi alla prossima tappa delle primarie  il 31 gennaio nello Stato americano sudorientale. Rivitalizzato dall’inaspettato successo (tra l’altro è da decenni che i repubblicani che vincono le primarie in South Carolina vincono anche le elezioni), nel suo discorso post-voto Gingrich ha sfidato ripetutamente il presidente in carica Barack Obama a confrontarsi con lui nei dibattiti televisivi e ha parlato di un’America che “deve tornare a primeggiare, a schiacciare i nemici e a mettere in riga gli alleati”.

Poco incisivi i risultati degli altri sfidanti: l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum, un cattolico con sette figli ed idee estremamente conservatrici, ha ottenuto il 17%, mentre il radicale e libertario Ron Paul si è guadagnato uno scarso 13%. La campagna per le primarie in South Carolina era stata caratterizzata, tra le altre cose, dall’abbandono del candidato Rick Perry, che aveva poi scelto di dare il suo appoggio proprio a Gingrich.

Con la sua affermazione, Gingrich ha rimesso in gioco tutta la partita della nomination repubblicana per selezionare il candidato che affronterà Obama nelle presidenziali di novembre. Accusato a pochi giorni dal voto dalla seconda ex moglie, Marianne, di avere cercato di imporle un “matrimonio aperto”, l’ex grande oppositore di Bill Clinton sembrava destinato all’insuccesso. Invece è stato molto abile nell’attacco diretto a Mitt Romney, mormone, sposato, cinque figli. Lo ha descritto come un finanziere che, alla guida della società di investimenti Bain Capital, ha accumulato centinaia di milioni di profitti smembrando aziende, vendendole a pezzi e licenziando migliaia di persone. Lo ha incalzato affinché pubblicasse la sua dichiarazione dei redditi, richiesta a cui Romney ha risposto in modo evasivo e che comunque non ha ancora esaudito. Infine, per contrastare le dichiarazioni della ex consorte, ha accusato i media “elitari e di sinistra” di voler “distruggere i repubblicani per far rieleggere Obama”.

La strategia, evidentemente, ha funzionato. Eppure l’ultimo numero del settimanale “The Economist” (immediatamente precedente alle elezioni in South Carolina) si sbilanciava mettendo in copertina un primo piano di Mitt Romney con un titolo in forma  interrogativa, in realtà molto simile a una presa di posizione: “America’s next CEO?” (“Il prossimo amministratore delegato dell’America?”).

Romney resta il candidato che dispone di maggiori risorse finanziarie e di una macchina organizzativa più imponente degli altri. È anche maggiormente disposto a mettere in discussione personali convinzioni in nome del compromesso politico, una caratteristica che potrebbe piacere agli elettori ma non troppo all’entourage dei politici repubblicani “duri e puri”. Stavolta il suo punto debole sembra essere stata soprattutto l’omertà sulla questione delle tasse: “Quando sei contestato da una folla di repubblicani per mancanza di trasparenza finanziaria – scrive Arianne Huffington sul giornale online “The Huffington Post” – è molto probabile che abbia fatto un madornale sbaglio. Non è mai una buona idea, e specialmente non lo è quest’anno, apparire completamente estraneo alle preoccupazioni del cittadino medio americano in materia economica”.

A tutt’oggi il Partito Repubblicano appare diviso, ma su questo dato i commentatori hanno punti di vista diversi: alcuni pensano che i conflitti interni faranno il gioco di Obama, altri ritengono che una gara dura e senza esclusione di colpi contribuirà alla fine a far eleggere il candidato migliore.

Luciana Maci

 

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi siria UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento