martedì, 25 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Processo Onofri, prima udienza in Corte d’Appello
Pubblicato il 30-01-2012


È iniziata a Roma la prima udienza in Corte d’Appello per il delitto Onofri, la tragedia a sfondo amoroso avvenuta il 5 dicembre 2009 nelle campagne vicino Castel Madama. Nel macabro episodio perse la vita il ventiseienne Stefano Onofri, “il gigante buono”, ucciso per mano di Nicolas Iori e dei suoi due complici, Micheleluigi Sisti e Gianluca di Nardo. Iori era stato condannato in primo grado, con rito abbreviato, a trent’anni di reclusione, in quanto ritenuto autore materiale dell’omicidio. Per i due complici invece la pena è stata più lieve, con rispettivamente 16 anni di carcere per Sisti (accusato di aver procurato l’arma del delitto, una pistola calibro 6,35) e 8 per Di Nardo, condannato per concorso anomalo. Ad impugnare la sentenza sono stati i tre legali dei condannati, che hanno chiesto il proscioglimento dalle aggravanti di premeditazione e occultamento di cadavere. Si è affidato al ricorso anche l’avvocato di parte civile della famiglia Onofri che, insieme al sostituto procuratore Otello Lupacchini, ha chiesto una riconfigurazione del reato per Gianluca Di Nardo (attualmente ai domiciliari), da concorso anomalo a concorso in omicidio, con conseguente inasprimento della pena. L’udienza d’appello proseguirà il prossimo 21 febbraio.

PRELUDIO ALLA TRAGEDIA – Stefano è turbato e irrequieto, soffre, non riesce a mandar giù l’idea che la sua ex, Elisa, giri per le strade della piccolissima Castel Madama con il nuovo compagno, un “ragazzino” appena diciottenne. Un’offesa personale alla quale “Stefanone” cerca di dare sfogo con una telefonata ai genitori di lei. Vuole capire, magari cercare un contatto con l’ex. A Nicolas Iori, rivale in amore, questo gesto non piace per niente: «Basta, mi so’ rotto… mo lo ammazzo», avrebbe dichiarato la sera dell’aggressione. Non tollera che Stefano “ronzi” ancora intorno alla sua ragazza. E più tardi, al bar, si lascia andare ad uno sfogo profetico con un amico: «Mi vedi adesso, ma nun me vedi più, che stasera me faccio carcera’».

L’AGGRESSIONE – Stefano si vede con Nicolas in una campagna tra Tivoli e Castel Madama, per risolvere una volta per tutte la questione di Elisa. “Stefanone” cerca chiarimenti verbali, vuole andare in fondo alla faccenda, è turbato ma non ha cattive intenzioni: stando a chi lo conosce bene, non è proprio nella sua indole. Ma Nicolas è di diverso avviso, e il faccia a faccia sfocia nel sangue: dopo averlo colpito ferocemente con una mazza da baseball, Iori (stando alle ricostruzioni) costringe Onofri a inginocchiarsi, per poi sparargli in testa. Il proiettile attraversa il cranio e gli lacera un occhio: il ventiseienne respira ancora, e viene nascosto in fretta e furia in un casolare poco distante. Nicolas torna a casa e, preda dei sensi di colpa, confessa tutto al padre. I boxer calati fino a metà coscia, nient’altro indosso, il corpo ancora in vita avvolto in un drappo di moquette: in questo stato viene ritrovato “il gigante buono” (come usavano chiamarlo affettuosamente in paese) dalle forze di polizia. Stefano viene subito soccorso ma per lui non c’è più niente da fare: morirà due ore più tardi al policlinico Umberto I di Roma.

I COMPLICI – Insieme a Nicolas ci sono due amici coetanei, Micheleluigi Sisti e Gianluca Di Nardo. Sono presumibilmente loro a bruciare gli abiti di Stefano e ad aiutare Iori nell’occultamento delle prove e, particolarmente, del corpo ancora in vita di Stefano. Vista la differenza di stazza fra i due rivali, infatti, viene esclusa quasi subito dagli inquirenti l’ipotesi che Nicolas abbia trascinato Stefano da solo fin dentro la cascina.

L’UDIENZA DI OGGI – C’è una tensione sottile in aula. I familiari della vittima sono irrequieti, amareggiati per una sentenza che, come aveva dichiarato a suo tempo l’avvocato di parte civile Flavio Albertini, «lascia scontenti e insoddisfatti per la sproporzione fra il fatto e la pena». E la tensione non tarda a sfociare in aperto rancore. La ricostruzione del giudice viene infatti spezzata dal grido soffocato di Luigi, il papà di Stefano: «Bastardi!», rivolto ai due ragazzi (Iori e Sisti) presenti in aula. I giovani non reagiscono, rimangono in posizione sommessa, il volto chino e la schiena incurvata dal senso di colpa, una postura che conserveranno per tutto l’arco della mattinata. L’uomo si appoggia allora alla ringhiera di legno e cede alle lacrime. Viene portato subito fuori dai congiunti, che cercheranno – invano – di confortarlo per il resto dell’udienza. «Io non voglio vendette – aveva dichiarato Luigi in un’intervista al TG5 – ma come è possibile che dopo un anno, uno dei tre condannati torni a casa ai domiciliari?».

PUNTI D’OMBRA – La pubblica accusa punta, in questa fase d’appello, a far crollare il filo sottile che lega le dichiarazioni dei tre imputati. Dichiarazioni ritenute palesemente contrastanti nel tempo e fra di loro. C’è da considerare inoltre che le ricostruzioni che hanno portato alla sentenza sono basate esclusivamente su queste dichiarazioni fatte degli imputati. Imputati che, sostiene l’avvocato, «hanno tutto l’interesse a mentire». Vengono poi contestate alcune emergenze fattuali trascurate nel primo grado di giudizio: sono state rinvenute tre armi sul luogo del delitto (la pistola e la mazza da baseball già menzionate, più un coltello lungo 21 cm). Tre armi, tre imputati, di cui uno solo è ritenuto autore materiale dell’omicidio: per l’accusa qualcosa non quadra. «Viste le dinamiche dell’aggressione – sostiene il procuratore – è più probabile che Iori abbia colpito Onofri con la mazza, e poi di corsa gli sia andato dietro per sparargli in testa, o che magari i due complici erano lì con lui (e non a 40 metri di distanza, come sostenuto dalla difesa) per dargli man forte?». Per quanto riguarda il ritiro dell’aggravante di premeditazione, la logica dell’accusa sembra non lasciare scampo: perché portarsi appresso una tanica di carburante di tipo diverso da quello usato per la autovetture? «Evidentemente – ha incalzato l’avvocato di parte civile – i tre avevano già idea di disfarsi delle prove prima ancora di incontrare Stefano».

Raffaele d’Ettorre

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