mercoledì, 26 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Riforma del lavoro, ammortizzatori avanti tutta
Pubblicato il 09-01-2012


La riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali è il corollario necessario della riforma pensionistica recentemente approvata dal Parlamento. Prioritari sono la riforma degli ammortizzatori sociali e l’eliminazione o riduzione dei contratti precari e (quasi) senza diritti. La priorità sono i giovani. La disoccupazione italiana è un problema soprattutto giovanile (pari al 27,4% tra i 15 ed i 24 anni di età), e la pensione del padre è spesso la “indennità di disoccupazione” del figlio. Ma disoccupazione diventa sempre più un problema per gli ultra cinquantenni e per molti quarantenni. Inoltre la riforma delle pensione ha spostato ai 70 anni l’età per il raggiungimento della pensione.

PARADOSSO – E’ il paradosso dei nostri tempi: viviamo sempre più a lungo (la vita media già prossima agli 80 anni è prevista allungarsi ulteriormente) ma la nostra vita economica utile (quella in cui troviamo un lavoro) si accorcia ed il livello di salario (e di pensione maturata) si riduce. Le imprese nascono e si espandono, si contraggono e chiudono. E con esse i loro dipendenti. Basti pensare alle acciaierie Falck a Sesto San Giovanni, allo spazio fisico che occupavano ed al numero di lavoratori che impiegavano. Oggi la Falck non esiste più, i metri quadri occupati sono usati per altre attività ed i lavoratori sono stati sostenuti nella ricerca di altri posti di lavoro o accompagnati alla pensione dagli istituti come la cassa integrazione ordinaria e straordinaria e la mobilità. L’esempio della Falck testimonia come per quanto rigida possa essere la normativa a tutela del posto di lavoro se l’impresa non riesce ad essere competitiva, è costretta a dimagrire e a chiudere ed i suoi dipendenti a trovare un altro posto di lavoro.

PROBLEMI MOLTEPLICI – I problemi dell’Italia sono molteplici. Abbiamo troppe imprese che non sanno innovare e quindi sopravvivere (la produttività in Italia è ferma dall’anno 2000 mentre in Germania ha fatto notevoli progressi). Quando un lavoratore perde il lavoro fa una fatica dell’accidente a trovarne un altro (e le sue capacità vengono sprecate). La tutela dei lavoratori quando lavorano e quando perdono il lavoro è molto diversa a seconda della dimensione e del settore economico dell’impresa per cui lavora e dell’età del lavoratore. Il primo punto è il più importante, ma dipende solo in minima parte dalle regole del mercato del lavoro. L’economista Sylos Labini sottolineò a suo tempo come la “rigidità” del contratto di lavoro dipendente in Italia avesse agito come uno stimolo alla crescita della produttività delle imprese italiane negli anni ’70 e ’80. Non bisogna confondere crescita economica e creazione di posti di lavoro con la regolamentazione del settore, anche se essa svolge sicuramente un ruolo. L’Italia deve abbandonare i settori produttivi maturi ad alta intensità di lavoro, nei quali la competizione a livello globale è fatta sul costo del lavoro. Il salario del lavoratore sul suolo italiano non può scendere sotto al livello di sussistenza, che è in ogni caso un multiplo del costo del lavoro di molti paesi emergenti. Dobbiamo permettere alle aziende di licenziare e di assumere con maggiore fluidità, ma garantendo al lavoratore licenziato un sostegno e la possibilità di apprendere un nuovo lavoro.

EQUITA´ – La regolamentazione del settore deve obbedire al criterio della equità, offrire una serie di diritti minimi ed indennità di disoccupazione uguale per tutti. E’ compito poi dei singoli settori economici e singole imprese offrire diritti e indennità superiori a quelli minimi. Oggi accanto al contratto di lavoro a tempo indeterminato per le imprese con oltre 15 dipendenti, per cui vale lo Statuto dei Lavoratori e che copre 9,4 milioni di cittadini lavoratori, ci sono 40 tipi di contratti a tempo determinato con paga e contributi previdenziali inferiori e pochissime garanzie che coprono 10 milioni di cittadini lavoratori. Questi contratti flessibili introdotti dai primi anni ’90 anziché agevolare l’inserimento nel mercato del lavoro li hanno impoveriti. Ed è un assurdo, il lavoro precario dovrebbe costare di più (a maggiore rischio dovrebbe corrispondere maggiore rendimento).

Bisogna trovare un nuovo livello di garanzie contrattuali minime (in qualche punto a metà strada tra il contratto a tempo indeterminato ed i contratti precari) che valgano per tutti i “cittadini”, equamente. Allo stesso modo non si capisce perché i contributi previdenziali siano al 33% per i lavoratori dipendenti, al 27,7% per i professionisti ed al 22% (in salita sino al 24% entro il 2018) per commercianti e artigiani. Se la pensione è pubblica, non hanno senso queste differenze.

AMMORTIZZATORI – Idem per gli ammortizzatori sociali: perché il meccanico della officina con meno di 15 dipendenti (cui non si applica lo Statuto dei Lavoratori) può essere licenziato e godere di una indennità di licenziamento pari al 60% dello stipendio per 6 mesi ed al 50% per altri 2 mesi (e se se ha più di 50 anni al 40% per ulteriori 4 mesi) con un tetto massimo di 900 euro mensili, mentre il meccanico della Fiat può godere della Cassa Integrazione Guadagni (CIG) ordinaria e straordinaria e della mobilità che coprono da un minimo di 2 anni a oltre 7 anni di mancato impiego con una indennità decrescenti ma a partire da percentuali elevate dello stipendio? La CIG ordinaria è pagata interamente dalle imprese e dura due anni. La CIG straordinaria è applicata solo alle aziende con più di 15 dipendenti, dura sino a tre anni,  pagata dalle imprese e dai fondi di contribuzione dei lavoratori. La CIG in deroga interviene dopo la CIG ordinaria e straordinaria e viene pagata dai contribuenti. Infine viene la mobilità che ha durate diverse a seconda delle aree geografiche e dell’età dei dipendenti, con un massimo di quattro anni per un ultracinquantenne espulso da un’azienda del Sud. Nel corso del tempo decresce il valore della mensilità ottenuta ed anche per la mobilità è prevista la deroga ai tempi massimi stabiliti.

FIAT – A pagare l’indennità del dipendente Fiat sono i lavoratori della Fiat e la Fiat stessa con un fondo speciale (come quello che hanno i dipendenti delle banche per lo scivolo pensionistico). Ma sono anche i cittadini contribuenti a pagare la indennità di disoccupazione al meccanico della officina e parte di quella del dipendente Fiat.  Non si capisce come sia possibile ritenere equa questa differenza di trattamento di due “cittadini” italiani che versano nella medesima difficoltà. E come non considerare i lavoratori autonomi? Il sistema degli ammortizzatori sociali italiano è una giungla di “particolarità”. La CIG vale per alcuni settori industriali e non per altri, l’indennità di disoccupazione per il settore edilizia prevede i primi 3 mesi all’80% del salario anziché al 60%, il settore della editoria ha una legge per i prepensionamenti che viene rifinanziata di anno in anno.  Bisogna riformare gli ammortizzatori sociali esistenti, potenziarli e se possibile e renderli più efficaci. La CIG protegge molto spesso aziende sul viale del tramonto ed illude per qualche anno i loro dipendenti. Domandiamoci se abbiamo fatto il bene del Paese gettando così tante risorse nelle varie Falck del passato più o meno recente, anziché destinare parte di quelle somme per la ricerca ed il sostegno allo studio dei figli dei dipendenti cassa-integrati?  E’ una scelta dolorosa ma è quella che andava fatta, perché un Paese come il nostro sopravvive se compete nei settori ad alto livello di tecnologia e di cultura e non nei settori ad alta intensità di lavoro poco qualificato.

RIFORMA – Come finanziare questa riforma?  Cassa integrazione, mobilità e sussidi costano ogni anno 30 miliardi di euro per gran parte pagati da imprese e lavoratori, si possono aggiungere parte dei risparmi assicurati dalla riforma pensionistica, parte dei proventi della lotta alla evasione fiscale, bisognerebbe insistere sulla strada dell’accordo con la Svizzera per i capitali illegalmente esportati come fatto da Germania e Regno Unito, si può smettere di regalare l’uso del patrimonio pubblico quali il demanio e l’etere. Si dovrebbe anche considerare di eliminare i 30 miliardi di euro annui di sussidi pubblici alle imprese. Tutte queste risorse consentirebbero anche di ridurre le imposte sul lavoro.

GIOVANI A RISCHIO – E dobbiamo essere previdenti: dobbiamo preoccuparci oggi di avere le risorse per aiutare almeno a sopravvivere le classi di lavoratori oggi giovani, precari a basso reddito non solo quando saranno pensionati, ma nei periodi in cui saranno disoccupati tra la fine della vita lavorativa e la maturazione del diritto alla pensione. Per il futuro il problema rischia di porsi in termini drammatici per i trentenni di oggi. la loro speranza di vita sarà più lunga di quella degli attuali cinquantenni, la loro durata di vita lavorativa rischia di essere più breve, ed il loro reddito totale (e conseguente contribuzione pensionistica) saranno molti più bassi.

Mario Zanco

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Commenti all'articolo
  1. Condivido molte delle osservazoni contenute nell’articolo e sono molto d’accordo che vada fatta la riforma sul mercato del lavoro.
    Voglio soltanto ricordare che lo “statuto dei lavoratori” è stato approvato nel lontano 1970, con un sistema economico neoindustriale in trasformazione dall’Italia prevalentemente agricola, con una crescita economica molto alta e con aziende significative sul piano numerico. In oltre 40 anni, il mondo è cambiato, il sistema industriale tailorista non c’è più e le nuove tecnologie hanno modificato strutturalmente il mondo del lavoro. Ciò significa adeguare gli strumenti e la struttura del mercato del lavoro, credo che ci sia la necessità di un nuovo statuto, uno “Statuto dei lavori”, che insieme alle nuove forme di stato sociale diano certezze di stabilità, alle aziende e ai lavoratori. Non sono necessari 34 forme di assunzione ma ne potrebbero bastare solo alcune (tempo indeterminato, tempo determinato, par-taim e un contratto a progetto per lavori speciali), ovviamente con costi del lavoro proporzionali alla sicurezza per tipo di contratto. Costruire un nuovo mercato del lavoro significa anche guardare all’Europa, in quanto essa si costruisce con la moneta, con la politica e con il sociale, dove si potrebbe pensare ad un contratto di lavoro europeo con alcuni capisaldo: 1) salario e sistema di tassazione previdenziale e fiscale; 2) orario di lavoro per tipologia di contratto; 3) aggiornamento e sistema di formazione professionale; 4) ecc…. ecc…..
    Credo che un nuovo “Statuto dei lavori” e un nuovo “Contratto di lavoro europeo” potrebbero portare un forte contributo al mondo del lavoro globalizzato e alla crescita politica ed economica dell’Europa. E’ solo un contributo alla discussione della riforma del Mercato del lavoro. Grazie!!!!!!!!!!!!!!!!

  2. Sono stato licenziato a luglio del 2011 fino a marzo del 2012 riceverò l’assegno di disoccupazione. nel frattempo ho compiuto 50 anni.La domanda è questa? Dopo? marzo e cioè dopo l’ultimo assegno cosa farò, come , lo stato prevede di aiutare coloro che si trovano in questa situazione? Vi preannuncio che abito, mio malgrado , a napoli, dove non esiste più il reddito di cittadinanza..sono disperato a forza di pensare a quella data..marzo 2012.

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