venerdì, 23 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Riforma pensioni, quando l’equità è di sinistra
Pubblicato il 06-01-2012


Chi scrive ha 52 anni, è di sinistra e da almeno vent’anni litiga con gli amici di sinistra sulla necessità di riformare il sistema pensionistico italiano. E non sono sorpreso. Sono 30 anni che penso che non sarei andato in pensione prima dei 70. Non era difficile prevederlo osservando la curva demografica italiana, l’aumento della durata di vita media, la dinamica della struttura per classi di età della popolazione e le sue conseguenze sul rapporto tra popolazione attiva e popolazione inattiva. Sono piuttosto irritato con chi a sinistra ha seguito una linea che non ritengo affatto di sinistra: se io andrò in pensione a 70 anni anziché a 68 è perché negli ultimi 20 anni abbiamo consentito ad un numero eccessivo di persone di andare in pensione troppo presto, spesso ben prima del compimento dei 60 anni di età. E’ un problema di equità tra classi di età. Posso citare un esempio che a me pare grave: mia zia ha la pensione sociale (corrisposta un tempo a chi, privo dei requisiti contributivi per conseguire il minimo pensionistico, meritava una integrazione per poter sopravvivere). Bene, oggi molti giovani con contratti precari a basso reddito stanno maturando una pensione inferiore alla sociale. C’è qualcosa che stride, a mio avviso.

CATTIVA INFORAMAZIONE – Alla base delle difficoltà ad accettare la ineluttabilità della riforma c’è la cattiva informazione. Tutti pensano di aver versato contributi pensionistici nel corso della propria vita lavorativa che sono stati in qualche modo investiti, e rivalutati di anno in anno, che vengono poi restituiti al lavoratore sotto forma di una pensione mensile. Falso! Il sistema pensionistico funziona così: chi lavora e produce paga la pensione a chi non lavora più. Nel gergo economico: la popolazione attiva (gli occupati) mantiene la popolazione inattiva (i pensionati). Anche se il sistema di calcolo (figurativo) della pensione è cambiato passando dal “retributivo” al “contributivo”, la sostanza non è mutata: è il reddito prodotto annualmente da chi lavora che paga anno per anno la pensione di chi ha maturato il diritto ad essa. Tre figli che lavorano e guadagnano 4.000 euro a testa e versano annualmente 1.000 euro ciascuno di contributi pensionistici, permettono alla Stato di pagare una pensione mensile di 3.000 al mese al loro padre. Se poi come accadeva un tempo il padre non supera i 65 anni di vita l’onere per i figli è limitato a pochi anni.

Cosa succede se i figli sono due, guadagnano 1.500 euro al mese e il loro padre vive oltre gli 80 anni?  Se questo padre ha maturato “figurativamente” una pensione di 3.000 euro al mese, chi gliela paga? I due figli a cui non resta un centesimo? E come sopravvivono?  La famiglia allargata si deve indebitare, ma come farà a restituire il debito che si accumula di anno in anno? Semplice, pagheranno i nipoti che non avranno alcuna pensione (oppure si dichiara fallimento e si vive tutti con molto meno). Per garantire al padre la pensione di 3.000 euro al mese e mantenere un proprio reddito di 3.000 euro al netto dei contributi previdenziali, i figli dovrebbero guadagnare ciascuno 4.500 euro al mese e versare ciascuno un contributo previdenziale di 1.500 euro al mese.

DIRITTO INSOSTENIBILE – Basta sostituire alla parola “reddito dei figli” la parola “PIL”  (Prodotto Interno Lordo), alla parola “figli” la parola “popolazione attiva”, alla parola “padre” la parola “popolazione inattiva”e passiamo dal “nucleo familiare allargato” alla “Nazione”, all’Italia. La sostenibilità del diritto acquisito alla pensione calcolata figurativamente dipende dal livello del PIL annuo, dal rapporto tra popolazione inattiva e popolazione attiva e dalla durata di vita media della popolazione inattiva: negli ultimi 40 anni la durata di vita media dei pensionati e il rapporto tra popolazione inattiva e popolazione attiva sono aumentati progressivamente in misura sostanziale mentre il tasso di crescita del PIL è andato decrescendo sino a ridursi a valori  prossimi all’1% nel decennio appena trascorso.

Per avere pensioni sostenibili nel tempo dovremmo fare più figli, far lavorare questi figli in settori produttivi di successo che garantiscano loro redditi più elevati. E non si pensi che sarebbe diverso in un sistema pensionistico basato sui fondi pensione che investono sui mercati finanziari i contributi pensionistici: nell’esempio di prima al posto del PIL andrebbero messi gli interessi sulle obbligazioni e il rialzo della Borsa, che non è vero che salgono ogni anno progressivamente. Ci sono gli anni in cui le Borse scendono e lunghi periodi nei quali i tassi di interesse “reali” (cioè al netto della inflazione) sono negativi. Qualunque sia il sistema di calcolo delle pensioni, è il PIL prodotto annualmente da chi lavora che paga le pensioni a chi ha smesso di produrre. Il PIL si ripartisce tra redditi da lavoro (salari), profitti e rendite (redditi da attività finanziarie): a livello aggregato poco importa quale delle tre componenti del PIL sostenga l’onere del sistema pensionistico, quello che conta affinché un dato ammontare di pensioni sia sostenibile è il livello e il tasso di crescita del PIL nel suo complesso.

PUNTARE ALLA CRESCITA – Quello che conta nel sistema pensionistico sono le variabili demografiche e la crescita economica: anziché ostinarsi a difendere per principio presunti “diritti acquisiti” concentriamoci sulla crescita economica che sola rende possibile il mantenimento di tali diritti. Per decenni a sinistra abbiamo guardato indietro anziché avanti, con il risultato di tutelare pensionati che hanno avuto la fortuna di entrare nel mercato del lavoro in anni di elevata e stabile occupazione e salari crescenti sino al momento della pensione, facendo pagare le loro pensioni a classi di giovani entrati in un mondo del lavoro molto più competitivo (per l’ingresso sulla scena economica mondiale di popoli che ne erano prima esclusi) con salari molto inferiori, decrescenti in termini di potere di acquisto e posti di lavoro precari. E’ il paradosso dei nostri tempi: viviamo sempre più a lungo (la vita media già prossima agli 80 anni è prevista allungarsi ulteriormente) ma la nostra vita economica utile (quella in cui troviamo un lavoro) si accorcia e il livello di salario (e di pensione maturata) si riduce. Dobbiamo preoccuparci oggi di avere le risorse per aiutare almeno a sopravvivere le classi di lavoratori oggi giovani, precari a basso reddito non solo quando saranno pensionati, ma nei periodi in cui saranno disoccupati tra la fine della vita lavorativa e la maturazione del diritto alla pensione. Si noti bene l’effetto pro-ciclico di questa strategia: non si può negare che oggi è molto più difficile tenere un lavoro oltre i 50anni di quanto non fosse anche solo 10anni fa.

FUTURO DA INCUBO – Per il futuro il problema rischia di porsi in termini drammatici per chi ha oggi 30 anni: la sua speranza di vita sarà più alta della nostra, la sua durata di vita lavorativa sarà più breve della nostra, e il suo reddito totale (e conseguente contribuzione pensionistica) sarà molto più basso del nostro. Di cosa vivrà dai 50anni in su? e dopo i 70? Porsi questi interrogativi è essere di sinistra. Una sinistra immemore dei propri padri fondatori, incurante del fatto che senza crescita economica non ci sono diritti e non c’è reddito da re-distribuire, è solo destinata ad implodere. Questo strabismo è duro a morire, anche nel modo in cui viene percepito l’impatto della riforma appena approvata: la classe dei nati nel 1952 sarebbe la più penalizzata perché molti dei nati in quel fatidico anno si vedono spostare di qualche anno l’agognata pensione che avrebbero maturato nel corso del 2012. Ma non si trovano in una situazione peggiore, per esempio, i nati della classe 1955 che mediamente vedono allontanarsi di 5 anni il traguardo della loro pensione? Ed inoltre in caso di licenziamento immediato i nati nella classe 1952 devono vivere senza reddito per meno anni dei nati nel 1955 (per non parlare dei nati nel 1970!). Ma come ragioniamo?

Mario Zanco

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Commenti all'articolo
  1. Condivdo in pieno quanto scritto nell’articolo. Non solo l’andamento demografico, ( meno nascite + allungamento dell’aspettativa di vita), le baby pensioni, ma anche il fatto di avere migliaia di pensionati legati a gestioni in negativo ( vedi i dirigenti d’azienda ed alcune libere professioni – le caste intoccabili in questo paese), che pescano risorse a piene mani dal calderone INPS, contribuiscono a creare nel tempo inevitabili altre modifiche o riforme “peggiorative ” del sistema pensionistico. I nostri figli e nipoti in futuro, alle prese poi con un periodo, spero breve ma non ne sono convinto, di economia recessiva, dovranno pensare a ” sopprimere” le pensioni dei loro genitori per vivere.

  2. Caro Mario,
    non solo a sinistra si è fatto finta di niente.
    Già dagli anni ottanta il calo demografico italiano era chiaro.
    Se non ci fosse stato il flusso degli immigrati l’Italia oggi, forse non andrebbe neanche avanti.
    Indubbiamente il sistema funziona così come lo hai molto bene spiegato.
    Ma non è il sistema che è sbagliato; è la coscienza nazionale, in grave calo, che lo porta fuori dall’equilibrio.
    Pensa al debito pubblico: è la misura della cultura italiana: sprechi, corruzione, clientelismo, sostentamento della politica, ma anche evasione fiscale e lavoro in nero……
    Se riuscissimo a sistemare l’Italia non ci sarebbero problemi.
    Il difficile è riuscirci.
    E’ necessario che mettendo in atto le misure draconiane che ci vengono richieste, si cominci a vedere la via di uscita dal tunnel degli ultimi trent’anni, quelli nei quali si è generato il debito pubblico.
    Poche linee di indirizzo:
    limite superiore ai trattamenti pensionistici (200.000 euro annui massimo), limite agli stipendi dei dirigenti pubblici (400.000 euro massimo), sfoltimento programmato dei dipendenti pubblici, pensionamento “flessibile” da 60 anni in su, mantenimento al lavoro con pensioni dimezzate e part-time, utilizzazione per lavori di utilità sociale di pensionati al minimo ancora validi.
    Insomma, un raddrizzamento delle storture di oggi.
    Non è il socialismo, ma i primi passi per incamminarsi…

  3. Quando si parla di pensioni è tutto vero e tutto opinabile.Che il sistema pensionistico Italiano è tra ,se non il ,migliore al mondo è un dato di fatto.Rimane la sconcertante ridistribuzione del fondo,che è in attivo ma obbligato a coprire altre uscite non di pertinenza.Poi rimane da capire quali sono i reali interessi della previdenza integrativa privata (e quanto questa enorme somma che si sposta attira i buongustai della finanza).Poi cè un problemino di fondo….non è che gli Italiani siamo persone a cui piace l’inattività, perdiamo il posto di lavoro (che è altra cosa)…e consentitemi ..chi ha lavorato x 41 anni ..di cui 35 in ciclo continuo deve essere additato come un delinquente se a 58 anni (oggi) matura i requisiti x la pensione?…Un pensierino per l’allungamento degli anni di vita..io sarò uno sfigato (ancora di più molti miei amici)..non so se è l’aria o pura magia….ma accompagno spesso miei coetanai sessantenni nell’ultimo viaggio.

  4. Un approccio di “intelligente sinistra illuminata” che in sostanza è perfettamente coincidente con una destra becera.
    Qualche osservazione:
    1. la gestione dipendenti dell’inps è in attivo da anni, come a tutti noto, sono invece in passivo alcune gestioni come quella dei dirigenti o telefonici. Questi tagli penalizzano tutti, dunque i dipendenti che oggiosi pagano abbondatemente le loro pensioni, dovranno rinviare la data per poter pagare le pensioni dei dirigenti. Come linea di sinistra è perfetta vero?
    2. Ammesso e non concesso che il sistema sia in squilibrio, visto che lo è come si dice nell’articolo per aver concesso pensioni in età troppo giovane, mi chiedo perchè non toccare anche le pensioni attive godute anzitempo.
    Invece è come se tutti a tavola al ristorante ognino dei commensali si è alzato da tavola ed è sparito senza pagare il conto e dunque quei pochi che sono rimasti a sedere devono pagare il conto per tutti.
    3. Con il calcolo contributivo il pensionato riceve solo una pensione pari ai soldi che lui ha versato. Dunque perchè dovrebbe avere una età crescente? Se la pensione gli è necessaria per esempio a 60 anni perchè ha perso il lavoro, non capisco perchè non può averla, ridotta in proporzione, visto che sono soldi suoi.
    4. La favola dei vecchi che fregano il futuro dei giovani o lo sviluppo a carico dei lavoratori per pagarsi le pensioni sono trucchi che servono a contnuare a prendere in giro la gente.
    5. Perchè l’assistenza non è carico della fiscalità generale?

    I discorsi letti in questo articolo preferisco leggerli dalla destra più estremamente liberista. Mi urta sentirli da gente che si vuol far passare di sinistra

    PS
    Il vostro direttore è ancora Lavitola?

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