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Opinioni e commenti
 

Rosarno, gli ‘schiavi neri’ e la rivolta
Pubblicato il 08-01-2012


 

Rosarno. Solo a sentirla nominare, questa cittadina della piana di Gioia Tauro, viene quasi automatico associarla alla ‘ndrangheta, agli immigrati, ad una situazione di degrado. Ieri era la ricorrenza di un anniversario triste:  Rosarno, il 7 gennaio del 2010, veniva letteralmente messa a ferro e fuoco dai braccianti africani. Una rivolta vera e propria, una rivolta annunciata. Due anni fa scendevano per le strade,  devastando tutto quello che capitava loro a tiro, creando panico e scompiglio. Ci sono tornata, a Rosarno, con un cameraman, un tecnico del suono e un microfono, per vedere cos’è cambiato da quella giornata tremenda,  da annoverare tra le più buie della nostra storia. Gli  entroterra abbandonati del ‘bosco’ di Rosarno e le campagne sono popolate da migranti che il più delle volte vivono in condizioni disumane, al freddo e con appena il cibo per sopravvivere. Un esercito di schiavi, invisibili, abbandonati a se stessi, quando non lavorano quindici ore al giorno, per appena venti euro. La rivolta, la guerriglia urbana, era l’unico modo, per quei braccianti, per farsi sentire e vedere, per denunciare lo sfruttamento e la negazione di una vita dignitosa, quella che ogni uomo ha diritto ad avere.
E così noto i resti di  un altro polverone alzato,  più perverso e pericoloso, quello mediatico. Due anni fa, Rosarno veniva assediata da telecamere e giornalisti, ognuno dei quali ha dato alla faccenda un’interpretazione diversa. Quella più comune e anche quella più vicina alla realtà, è la paura e l’omertà con la quale i cittadini di Rosarno hanno reagito alla ‘rivoluzione africana’. La pressione è sempre forte, la gente si rifiuta di raccontare come stanno le cose, meno che mai di fronte alle telecamere. E chi parla, lo fa per sfogarsi. C’è l’ombra della ‘ndrangheta in tutta questa storia,  quella che ricatta, che stabilisce ogni cosa, i movimenti, le ore di lavoro degli ‘schiavi neri’, quella ‘ndrangheta che spara addosso agli africani che cercano  di scappare, dalle spranghe, dalle pistole vere o finte, quella ‘ndrangheta che trattiene loro una parte della paga. E la storia protetta di un’omerta concordata e tacita tra istituzioni e criminalità organizzata, fa più paura del silenzio di chi non parla. Assegnare patenti di razzismo e mafiosita’ ad intere comunità è senza dubbio dannoso, ma termini come inclusione e accoglienza dovrebbero essere riempiti da cose concrete. Gli africani arrivano in Italia per trovare tutela, accoglienza, perché provengono da terre già devastate dalle guerre civili, ma sono sistematicamente ignorati dai governi italiani, resi ‘impotenti’ da leggi come la Bossi-Fini e ricattabili dalle trasversali politiche repressive in tema di immigrazione, politiche fallite clamorosamente, che non hanno fatto altro che alimentare un clima diffuso di discriminazione e intolleranza. La giornata trascorsa a Rosarno termina quando si fa buio e gli africani girano disperati per le campagne per trovare un posto dove riposare. Mi chiedo cosa sia cambiato da quel gennaio 2010. Qualcosa si è mosso, le associazioni si sono attivate, le istituzioni locali si sono rese disponibili a collaborare. La ‘ndrangheta, pero’, a Rosarno è sempre più rumorosa. Lo vedo dalle gomme tagliate della macchina, se la parcheggi in un posto un po’ troppo isolato. 
E allora penso che forse, in fondo, non è cambiato ancora nulla.

Giada Fazzalari

Giornalista - PoliticAnti

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Commenti all'articolo
  1. Ecco il frutto del silenzio di chi vive ultimo tra gli ultimi.
    “Ci vuole tanto coraggio a trascinare le proprie suole da una terra che li odia ad un’altra che non li desidera”. Ed è così che sopravvissuti in fuga da paesi stremati da guerre, ingiustizie sociali e povertà arrivano a Rosarno che secondo un rapporto di Medici senza Frontiere è la terza zona in Italia per densità di stranieri dopo Napoli e Foggia.

    Sono centinaia i giovani dell’Africa sub-sahariana e magrebini che alloggiano nelle “Rognette” e che rappresentano la mano d’opera più ambita per le raccolte stagionali. Ogni mattina, all’alba, i pulmini dei caporali li raccolgono per portarli sui campi. Si spaccano la schiena sui campi di pomodori, negli aranceti, non hanno alcuna forma di assistenza, subiscono maltrattamenti e soprusi ed il loro guadagno talvolta non è sufficiente a garantirgli pasti adeguati sebbene siano il motore a basso costo dell’economia agricola del mezzogiorno.

    Ed ogni cosa avviene sotto gli occhi di tutti, perché solo una pervicace indifferenza può renderli invisibili. Ma elusi, dimenticati e pieni di rabbia sono scesi in piazza per lamentarsi della loro misera paga, di doverne dare un quarto alla ndrangheta, di vivere in condizioni al di là del limite dell’immaginabile. Sottoposti a diversi giochi di potere sono costretti a fuggire via perché è qui che si scatena una vera e propria “caccia al negro”.

    Questi avvenimenti portano l’Italia al centro dei riflettori internazionali, sono aspre le critiche poste in essere dai partner internazionali e da organismi quali le Nazioni Unite. L’Onu, infatti, sostiene che “le violenze di Rosarno rivelano razzismo e sollecitano le autorità Italiane a placare il crescente atteggiamento xenofobo nei confronti dei lavoratori migranti e implementare leggi politiche in piena conformità con gli standard internazionali dei diritti umani”.

    La crescente xenofobia in Italia si riflette anche nelle retoriche anti-migranti da parte del Governo e dalle autorità locali. Sembra opportuno che il governo riveda il “pacchetto sicurezza” e che si occupi come tutti gli altri partner europei e internazionali di politiche volte all’integrazione, alla solidarietà e all’eguaglianza. Ad esempio, con l’introduzione del permesso di soggiorno a contratto di lavoro avrebbe dovuto garantire anche un salario minimo, avrebbe dovuto assicurare controlli e assistenza d’ogni genere.

    Chiediamo scusa ai nostri fratelli venuti da lontano, per le umiliazioni, le ingiustizie, i soprusi subiti, per essere stati ciechi dinanzi ai vostri sforzi d’integrazione, di avervi abbandonati all’indegno profitto del caporalato e delle ndrine. Ed un grazie va a voi che protestando contro i soprusi della ndrangheta ci avete fornito un’educazione alla legalità. Quanto alle isituzioni, bè, a partire dalla Lega Nord a finire all’informativa parlamentare del nostro “caro” ministro degli interni, è auspicabile che si inizi dapprima a cambiare toni e posizioni dinanzi ad assenze così incombenti in un paese composto non solo da cittadini residenti ma anche in qualità di terra predisposta ad accogliere chi chiede asilo, chi chiede un futuro più dignitoso e speranzoso che purtroppo la propria terra natale non gli ha potuto donare.
    Francesca Rosa D’Ambra

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