martedì, 20 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Senese, la pacchia è finita adesso si torna in carcere
Pubblicato il 26-01-2012


Il tribunale della libertà ha accolto l’appello del pubblico ministero verso le ordinanze che sostituivano la custodia in carcere con l’arresto presso una casa di cura per malattia mentale. L’ordinanza del tribunale non è immediatamente esecutiva ma in ogni caso applica nuovamente una custodia in carcere a Michele Senese, presunto boss della malavita romana, detto “o’ pazzo” per la quantità abnorme di perizie psichiatriche alle quali si è sottoposto negli ultimi trent’anni.

L’HA SEMPRE FATTA FRANCA  – Condannato in primo grado a 17 anni, su ricorso dei suoi legali Senese ha ottenuto in appello, lo scorso agosto, di non tornare in carcere. Il motivo: più di una perizia psichiatrica diagnosticavano ritardo mentale, schizofrenia paranoide e disturbo antisociale. E sono così scattati gli arresti ospedalieri, una decisione contro cui la procura si oppone da allora, riuscendo oggi a strappare la prima vittoria.

L’ORDINANZA – Il tribunale ha accolto la richiesta del p.m. sul presupposto della compatibilità della custodia in carcere con la condizione psichica e della permanente pericolosità sociale dello stesso Senese, presunta sia da recente condanna per grave violazione della legge sugli stupefacenti (che segnala il suo inserimento criminale tra trafficanti colombiani e la rete locale di spaccio), sia dal nutrito curriculum delinquenziale, che annovera gravi reati di sangue dai quali è stato prosciolto per vizio totale di mente. Inoltre, il suo stesso stato di salute mentale non gli impedirebbe di essere un soggetto pur sempre autorevole, determinato e anche capace di fare “il pazzo”. Un soggetto che, nelle pieghe istrioniche della sua personalità, ha trovato un modo consono per riscuotere vantaggio e rispetto dai suoi sottoposti.

DETENZIONE ALL’ACQUA DI ROSE – Già “Panorama.it”, il 2 dicembre 2011, aveva denunciato la sicurezza irrisoria della clinica nella quale era “detenuto” il boss. «Entrare nell’ospedale dove è detenuto il boss – precisava il settimanale –  non è poi così difficile. Basta presentarsi al cancello automatico della  clinica di Roma, superare il giardino aperto al pubblico e, ignorati dalla receptionist, guadagnare le scale. Il boss – proseguiva l’articolo – non è piantonato: lungo il corridoio del terzo piano dove si trova la sua stanza nessuna traccia di divise blu. Per aprire una porta basta girare la maniglia. Senese può aggirarsi per la struttura, scendere in giardino, potenzialmente incontrare parenti e sodali, senza che nessuno lo riconosca».

Raffaele d’Ettorre

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