martedì, 18 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Shoah, Pacifici: vietare negazionismo in scuole e università
Pubblicato il 27-01-2012


Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche arrivarono nella cittadina di Auschwitz e, con l’apertura dei cancelli del campo di sterminio, al mondo fu finalmente chiaro l’orrore che si stava perpetrando. Anche se i nazisti cercarono di nascondere le prove del loro tragico operato, i ritrovamenti e soprattutto le testimonianze dei superstiti, hanno reso possibile la conservazione della memoria di una delle più buie pagine della nostra Storia. In Italia, come in altri paesi quali la Gran Bretagna e la Germania, il 27 gennaio è diventato la giornata simbolo della Shoah con l’istituzione del Giorno della Memoria, commemorazione in ricordo delle vittime dell’Olocausto. Il Presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, fa il punto sull’alto valore, simbolico e identitario, che la giornata ha assunto nell’immaginario collettivo e nelle coscienze di tanti.

Che significato ha la celebrazione del Giorno della Memoria?

Credo sia uno degli elementi che ha contribuito a rendere unito il Paese. Vorrei ricordare che la Repubblica si fonda sulla Costituzione, espressione dell’Italia che rinasce sulle ceneri del fascismo, un’ideologia che non può avere piede nel nostro Paese, tanto che è vietata la ricostituzione del suo partito. Ricordare ciò che nazisti e fascisti hanno fatto, non solo agli ebrei, è nostro obbligo. Come ha sottolineato il ministro perla Cooperazione, Andrea Riccardi, lo sterminio nasce nel cuore dell’Europa ed è proprio dalla condanna di Auschwitz che nasce l’Europa unita. La giornata è indirizzata soprattutto ai giovani che devono costruire gli anticorpi per combattere il virus dell’odio per evitare che ad altre categorie succeda ciò che è successo a noi. È importante capire come si è arrivati alla costruzione di quella macchina di sterminio così precisa, nata progressivamente da una crescente oppressione, sapendo di trovare indifferenti tanti.

Quali sono le iniziative della comunità ebraica?

La sera del 26 ci si riunisce nella grande sinagoga a Roma con i sopravvissuti, testimoni della memoria. È un’iniziativa dal successo conclamato: è il terzo anno che organizziamo l’evento e le scolaresche, in un orario non scolastico e quindi non obbligatorio, vengono spontaneamente e, anzi, facciamo fatica ad accogliere tutte le richieste. Quest’anno più che sentire la voce dei sopravvissuti, si ascolteranno i ragazzi, i bambini deportati, i loro canti. Puntiamo al sentimento di dovere nella trasmissione della memoria. Questa è la nostra sola iniziativa, ma aderiamo alle infinite proposte del Paese: l’Italia è in prima linea nell’organizzazione di eventi in memoria della Shoah.

Cosa vi aspettate dalla comunità nazionale nel giorno della memoria?

Nulla. Noi mettiamo i semi, alcuni stanno germogliando, altri sono arbusti solidi. Nelle scuole molti sono i professori attivi: il 27 gennaio è quasi il punto di arrivo dopo mesi di sensibilizzazione. È un’Italia diversa da quando io andavo a scuola, dove mi veniva chiesto se ero nato in Israele, dove c’era l’idea che un ebreo non era italiano. Noi siamo qui da 2000 anni e abbiamo contribuito a fare la nazione.

Quali sono le vostre richieste alle istituzioni?

A livello europeo nel 2008 è stata approvata una legge quadro che prevede l’introduzione del reato di negazionismo della Shoah. In questo l’Italia è rimasta indietro e deve adeguarsi. Non chiediamo certo che vengano puniti coloro che fanno la battuta infelice al bar sotto casa, ma è impensabile che tesi assurde vengano proclamate nelle istituzioni pubbliche. La propaganda delle tesi negazioniste nelle scuole e nelle università dovrebbe essere vietata. Perchè il negazionismo non è opinione, ma è fatto in nome dell’odio. Il negazionismo è la prosecuzione dell’opera dello sterminio.

Come vi interfacciate con associazioni che ancora oggi fanno proprie ideologie fasciste?

Non possiamo tollerare, e non tollereremo oltre, la presenza di soggetti politici che si presentano con le camicie brune. Hanno provato a sfilare a Genova e ci siamo opposti. Non siamo gli ebrei degli anni Trenta che sono disposti a subire queste pagliacciate. Nel rispetto della legalità impediremo le loro azioni. Queste persone non sono degne di vivere nel nostro Paese.

Come dovrebbero porsi le istituzioni nei confronti di questi eventi?

Non dovrebbero dare spazi di ritrovo a questi gruppi, che siano di destra o di sinistra: su questo però non credo debbano intervenire i sindaci quanto il Parlamento. Calpestare un simbolo del vivere civile come il procuratore Pietro Saviotti è un fatto intollerabile. Ho già espresso la mia solidarietà ai familiari e faremo una serata in suo onore.

Martina Perrone

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Commenti all'articolo
  1. Giusto, giustissimo perseguire il negazionismo, le orride manifestazioni di camicie più o meno brune, e non dimenticare, ma vorrei introdurre un altro tema. Come viene usata la parola razza! Ieri alla radio ho sentito un giornalista molto bravo che con angoscia e orrore ricordando la terribile persecuzione subita dagli ebrei, che portò alla morte di milione di persone, a un certo punto ha detto:”con le leggi razziali furono in Italia perseguitati e sterminati uomini, donne e bambini di razza ebraica”. Ho sentito un gran fastidio, alla parola razza, mi sono detta, ANCORA! Non neghiamo, ci indigniamo, ma usiamo ancora quella parola che suona orribile e sinistra. Perchè non possiamo dire:”con le orribili e nefaste leggi del ’38, sinistramente definite”razziali”, furono perseguitati e sterminati gli italiani,-uomini, donne, bambini – di religione ebraica”. Credo sia più giusto e corretto altrimenti si cade nel brutto equivoco che in quelle persone ci potesse essere qualcosa di diverso, e così qualcuno ancora oggi ci specula per negare, per offendere, per seminare odio. Lo dobbiamo a tutti coloro che non ci sono più e a tutti coloro che hanno sofferto e ancora soffrono nel ricordo di una delle pagine più nere della storia dell’umanità in cui qualcuno si eresse e si autodefinì in nome della “razza” al di sopra di altri, tanto da poter decidere liberamente dell’esistenza di questi, come se essi non fossero da annoverare nell’unica grande categoria che può essere definita con la parola razza che è quella della RAZZA UMANA.

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