mercoledì, 21 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Signori si nasce, capitani si diventa
Pubblicato il 19-01-2012


Nella tragedia della Concordia i due protagonisti, curiosamente, provengono dalla stessa terra. Meta di Sorrento è la cittadina che ha dato i natali al comandante Francesco Schettino, mentre l’ufficiale Gregorio De Falco è originario di Napoli, ma è cresciuto a Ischia. Due campani che, trovandosi a gestire l’emergenza da capitani, hanno reagito in maniera opposta. «Non farei tanto una distinzione tra buono e cattivo, quanto – ha spiegato il professor Luigi De Maio, psichiatra, anche lui napoletano – tra persone che tendono all’apparire e persone che tendono all’essere. Possiamo accostare il capitano Schettino a don Dummì, interpretato da Marcello Mastroianni in ‘Matrimonio all’italiana’, un uomo al quale piace apparire che poi si rivela fragile, scappando di fronte alle responsabilità. L’ufficiale De Falco invece è assimilabile a Eduardo De Filippo che, in ‘Napoli milionaria’, interpreta don Gennaro, un uomo attento ai valori e, con fermezza, riesce a riprendere le redini della famiglia».

DON DUMMÌ E DON GENNARO – In sostanza a Napoli troviamo sia don Dummì che don Gennaro a rappresentare gli abitanti del capoluogo campano. «Molti napoletani si perdono nel mostrarsi al mondo, ma esistono un gran numero di persone legate al valore del rispetto di sé stessi – ha proseguito De Maio – Schettino si è mostrato una persona a cui piace ‘gigioneggiare’, simpatico, sorridente, che, preso dalla paura ha cercato di salvare il salvabile: nella famosa telefonata sembra un bambino spaventato che non vuole tornare a bordo perché è buio. De Falco invece è legato al valore del vero capitano, che resta sulla nave finché non affonda, che ha un forte senso di responsabilità». La questione dell’approccio ai problemi, secondo il professor De Maio, è quindi legata ad una questione di immagine: «Napoli nel Seicento e nel Settecento era una città molto colta, portatrice di grandi valori culturali e sociali. Questo ruolo è andato perso nella smania di mostrarsi agli altri, nascondendo le proprie debolezze».

NON DEMONIZZARE – Quindi ci troviamo davanti a un codardo incompetente e a un eroe ligio al dovere. Oppure no? «L’importante è non demonizzare – ha continuato De Maio – il capitano è pur sempre una persona che ha avuto un momento di panico, cosa che accade quando si è nel benessere, si sta giocando e tutto a un tratto si entra in contatto con una realtà inaspettata. A quel punto l’unica soluzione è sembrata essere la fuga. Dall’altro lato non è il caso di idealizzare colui che, in fondo, fa quello che dovrebbero fare tutti». «Il capo della Capitaneria di porto di Livorno – conclude De Maio – è diventato simbolo di chi non abbandona il lavoro. Sicuramente, come si evince dalla telefonata con il capitano della Concordia, ha dimostrato grande partecipazione: sembrava che, se avesse potuto, sarebbe andato lui stesso sull’isola, manifestando un senso di protezione quasi patriottico. Tuttavia esaltare esageratamente l’ufficiale lascia pensare che ognuno di noi si senta un po’ Schettino».

Martina Perrone

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