domenica, 23 settembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Suicidi e qualunquismo
Pubblicato il 10-01-2012


Il verso di Dante riferito a Catone l’Uticense, il suicida in nome della libertà immaginato come guardiano del Purgatorio, segna da secoli un discrimine culturale – appunto il valore assoluto della libertà – nel giudizio sulla liceità della scelta di rinunciare alla vita. Il gesto catoniano si ripete in ogni epoca, tra chi sceglie il suicidio come testimonianza. Si pensi ai bonzi tibetani, a Jan Palach loro epigono nella primavera di Praga, al giovane tunisino Mohamed Bouaziz il cui analogo gesto ha dato avvio a quella che non a caso è stata definita la primavera araba, forse già tradita all’interno e soprattutto all’esterno da quell’Occidente sempre meno cosciente della sua storia di culla dei diritti dell’uomo. Suicidio, dunque. Libertà, dunque. Ma libertà di che? E soprattutto libertà da che? Sulla questione del suicidio c’è nell’atteggiamento delle nostre società una sorta di cedimento inquietante all’individualismo, una quasi giustificazione implicita della solitudine dell’essere umano. La vita come bene individuale disponibile. Il punto non è più il significato del gesto, ma la sostenibilità o meno delle ragioni individuali.

E allora vale per il carcerato, per il pensionato che non arriva a fine mese, vale per l’imprenditore fallito, sia che si uccida, come accadeva in passato, per non sopportare il disonore o anche il disastro provocato ai lavoratori della sua azienda, sia che a un tale gesto lo spinga la paura della povertà o, magari, del carcere. Basta dire: scelta sua. In queste ore spunta persino qualche grillo parlante che di quello di Pinocchio ha solo il nome e su una questione tanto drammatica – l’ultimo caso è quello dei due coniugi dei quali hanno riferito le cronache di queste ore –  parla di «anno dei suicidi» e si limita al sarcasmo becero sui politici come unica categoria che non si uccide mai.

E sembra rimpiangere implicitamente una stagione in cui è accaduto, un tempo in cui un giustizialismo appoggiato sia da legittimo sdegno popolare, ma anche da populismo becero ha gettato l’Italia in una lunga e penosa stagione di antipolitica della quale paghiamo tutti il prezzo. Abbiamo chiamato casta una categoria per assolvere tutte le altre e abbiamo dato spazio e credito a questi improbabili tribuni del qualunquismo. Ma la realtà è diversa. Oggi la gente muore poco a poco di crisi, di disoccupazione. E quando a questo poco a poco si sostituisce un gesto estremo, di stanchezza che non riesce a scorgere riposo, di disillusione che non riesce più a cercare ragioni di speranza, si fanno superficiali analisi sociologiche. Ma la domanda vera non ce la si pone.

Perché la domanda vera è domanda di senso. Ci si può uccidere per tanti motivi, per amore senza speranza, per una malattia senza speranza, per una condizione di schiavitù senza speranza. Ma ora si arriva ad uccidersi per lo spread o per un altro qualunque di quei parametri che una finanza senza identità sociale, senza collocazione in un progetto comunitario, sia esso nazionale o sovranazionale, ci ha imposto di riconoscere come unica misura. A questa finanza anonima e vagabonda, per ripetere l’efficace definizione usata da Paolo Nasso in un recente editoriale su questo giornale, deve rispondere la politica. Anche in materia di suicidi. Perché è la politica a dover cancellare quel «senza speranza» dal panorama sociale. A dover difendere la vita come primo diritto delle persone, un diritto che non può essere lasciato senza protezione collettiva, abbandonato alla sconfitta imposta ai deboli senza tutela.

Odisseo

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. La tragedia è,che, purtroppo non esistono più delle ancore di salvezza alle quali aggrapparsi; così per alcuni il suicidio rappresenta il modo “più semplice” per non affrontare i problemi più o meno gravi, che la vita ci pone davanti quando meno ce lo aspettiamo…mi auguro che una volta toccato l fondo, si possa riaffiorae sulla superficie per osservare nuovamente la luce del sole.

Lascia un commento