sabato, 24 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Teatro Valle, Alemanno chiagne e fotte
Pubblicato il 30-01-2012


L’Italia è quello strano Paese in cui vittime e carnefici talvolta possono andare a braccetto, senza creare grossi scandali. Il caso del Teatro Valle occupato ne è un caso lampante. La protesta dei lavoratori dello spettacolo, scattata il 14 giugno scorso, è stata provocata dall’ennesimo taglio alla cultura da parte del precedente Governo. Gli occupanti si sostuiscono, di fatto, all’Eti, iscritto a pieno titolo dall’ultima finanziaria Tremonti tra gli Enti inutili. La competenza passa al sindaco Alemanno, che vorrebbe affidarne pro tempore la direzione artistica al Teatro di Roma, in attesa di istituire un bando pubblico europeo.

Nel frattempo, però, il Valle rimane chiuso e si vocifera che in realtà lo si voglia trasformare in un bistrot. A questo punto parte l’autogestione, che oltre a costituire un ottimo esempio di buona cultura ed esemplare gara di solidarietà da parte di artisti e intellettuali che vi partecipano a titolo gratuito, produce costi proprio a carico di quel soggetto pubblico, l’amministrazione capitolina, contro cui si protesta. Che poi in buona sostanza significa a carico dei contribuenti.

I COSTI DELL’OCCUPAZIONE – Gli oneri di gestione medi di un teatro come il Valle si aggirano intorno ai 4.000 euro al giorno. Presumibilmente alcuni di questi costi non hanno potuto gravare sul bilancio degli occupanti, in mancanza di una titolarità per sostenerli. Come nel caso dei diritti Siae, perché solo un direttore è titolato a pagarli. Se così fosse, però, si potrebbero configurare i reati di evasione fiscale e danno erariale. In ogni caso le spese per i consumi correnti, come luce, gas, acqua, aria condizionata, telefonia, internet e servizi accessori, non possono essere stati soppressi. Nel caso del Valle, poi, c’è anche l’affitto corrisposto al marchese Capranica del Grillo per l’area del foyer, ancora di proprietà della sua famiglia, e per la casa del custode. Almeno 300 euro al giorno. E chi paga? Il Comune di Roma. Cioè i cittadini romani.

UN PROBLEMA DI METODO – Secondo gli occupanti questo è giusto, perché stanno offrendo un servizio pubblico. La cultura è un bene comune, come l’acqua e l’aria. Sacrosanto. Proprio per questo non bisognerebbe pagarla o, quanto meno, permetterne il controllo delle spese come per qualsiasi entrata dello Stato. La migliore tradizione delle occupazioni ci parla, invece, d’iniziative a carico personale, in luoghi altrimenti abbandonati, per attività sociali spontanee. Non di una sostituzione “manu militari” di competenze vagliate e pubblicamente riconoscibili. Tra l’altro tra i costi tagliati ci sono proprio quelli relativi alla sicurezza. I vigili del fuoco, per esempio, obbligatori per legge, non possono essere convocati per quella stessa mancanza di titolarità del caso Siae.

E cosa fanno le istituzioni responsabili dell’intera situazione? Ufficialmente hanno lanciato strali e anatemi. Di fatto non hanno mai cercato di ripristinare la situazione, pagano le bollette e sono disponibili a una trattativa se gli occupanti si costituiscono in una qualche forma giuridica riconoscibile dalla burocrazia. Quello che lascia sconcertati, insomma, non è il merito dell’operazione, quanto il metodo. E’ come se la pubblica amministrazione ammettesse che per fare buona cultura l’unica è farsela da soli. E forse, non volendo, è stata aperta la strada a nuovi modelli di democrazia partecipativa.

IN SINTESI – Nel Teatro Valle, a distanza di più di sei mesi, una rappresentanza del mondo dello spettacolo resiste stoicamente agli attacchi di una politica un po’ becera che non esita a tagliare i fondi alla cultura, come se non fosse un valore aggiunto del nostro Paese. Quella stessa politica che, poi, messa alle strette, onde evitare una vera e propria gogna mediatica, finisce per legittimare un sistema quanto meno discutibile, invece che risolvere i nodi strutturali del problema. Il tutto a carico dei contribuenti, che non possono che sperare che i propri soldi siano spesi nel modo più corretto possibile e che alla fine venga garantita l’integrità del più antico teatro di Roma. E come ha recentemente detto Gabriele Lavia sulle pagine dei giornali, non dimentichiamoci che qualcuno i lucchetti del Teatro Valle deve pur averli aperti. Insomma, il Comune e tutte le istituzioni pubbliche coinvolte non possono chiagnere e fottere.

Cristina Calzecchi Onesti

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