mercoledì, 26 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Travaglio, Il Fatto è un’azienda in attivo e senza contributi
Pubblicato il 04-01-2012


Altro che restare a galla, con il decreto “salva-Italia” rischiano di affondare. Sono i giornali – un centinaio – che contano sui contributi statali all’editoria, per i quali il governo Monti ha previsto un taglio drastico. Otto direttori (tra cui quelli di Avvenire, l’Unità, il Secolo d’Italia, il Manifesto) si sono rivolti direttamente al premier, chiedendo di tornare sui suoi passi e di ripristinare i fondi. Altre testate, come Il Fatto Quotidiano, hanno deciso sin dalla nascita di fare a meno delle sovvenzioni statali. Marco Travaglio è il vicedirettore del quotidiano che, in poco più di due anni di vita, è riuscito a costruirsi una solida base di lettori.

Come è possibile fondare e mandare avanti un giornale senza contributi statali?

“Io credo che il giornale sia un’azienda, e come tutte le aziende deve fornire un’offerta che risponda a una domanda. Se la domanda c’è, bene, altrimenti perché offrire qualcosa che nessuno vuole? Fare un giornale non è un’imposizione dall’alto, non te lo ordina il medico, per intenderci”.

Tecnicamente, come vi siete mossi?

“Siamo partiti con un appello online, chiedendo ai nostri potenziali lettori innanzitutto se esistevano, e poi se volevano un prodotto che avrebbe avuto come linea editoriale la fedeltà alla Costituzione della Repubblica. Se vi interessa, abbiamo chiesto, abbonatevi e così sapremo se sarete in numero sufficiente da permetterci di uscire. Avevamo fissato un punto di pareggio piuttosto basso, a 10-15mila copie, e previsto una redazione di una decina di giornalisti. Abbiamo convinto 30mila persone ad abbonarsi, e quindi abbiamo deciso di partire, perché abbiamo capito che potevamo avere anche qualche lettore in edicola. Due anni dopo le vendite in edicola sono oltre il doppio degli abbonamenti. In redazione lavorano una trentina di giornalisti, più una serie di collaboratori. Siamo in largo attivo, anche in un momento difficile, molto più di quando eravamo partiti due anni fa: abbiamo messo fieno in cascina e lanciato anche il sito, che è il quarto più letto in Italia e il secondo più cliccato su Facebook. In più, vorrei ricordare che a noi manca quasi del tutto la pubblicità, che risente pesantemente dei condizionamenti delle lobby e non va dove ci sono i lettori, ma dove c’è da favorire i potenti”.

Togliendo i contributi all’editoria, però, non si mette a rischio il pluralismo dell’informazione?

“Non c’è pluralismo che debba essere garantito dai soldi dello Stato. Lo Stato non è un’entità impersonale, una categoria dello spirito: lo Stato è rappresentato dal governo in carica, e francamente non è un bello spettacolo vedere i direttori con il cappello in mano di fronte a Palazzo Chigi. I giornali devono essere indipendenti, non ricattati dal governo. La questione è di principio: perché deve esistere un giornale senza lettori? Perché i cittadini devono pagare anche ciò che non vogliono, ciò che non comprano in edicola?”.

Chiudere i giornali significa mandare a casa i loro dipendenti. Non è anche questo un segnale della crisi, come i licenziamenti nelle grandi aziende?

“Che senso ha pagare delle persone per fare qualcosa che non serve a nessuno? Quando le aziende chiudono i motivi sono tanti: padroni senza scrupoli, delocalizzazione, ecc. I giornali, invece, si dimensionano a seconda delle loro vendite. È chiaro che Fiat, ad esempio, è un’azienda strategica per il Paese, come è chiaro che la gente continuerà ad andare in auto e a comprare i giornali, anche se sono fatti male. In caso di chiusura di una testata, ad esempio, si possono trasferire le professionalità sui giornali online, che sono in rapida ascesa. Ma non c’è scritto da nessuna parte che lo Stato debba sostenere queste testate. Forse i giornali in Italia sono troppi, ed è giusto salvare quelli che stanno in piedi da soli”.

Anche l’editoria, quindi, deve fare la sua parte di sacrifici?

“Io ero favorevole all’eliminazione dei contributi anche quando collaboravo con un giornale di partito, che li percepiva, l’Unità di Furio Colombo e Antonio Padellaro. Che però era un giornale da 60-70mila copie, in grado, quindi, di stare sul mercato anche senza le provvidenze. In generale, se il contributo deve essere un piccolo incentivo ai giornali di partito, ben venga: ma dovrebbe riguardare gli organi dei 5-6 gruppi parlamentari più rappresentativi. Non certamente la giungla di partitini e relativi finti giornali che c’è adesso. Bisogna disboscare, e non solo perché siamo in tempi di crisi e di sacrifici”.

Il fronte della protesta contro i tagli, comunque, è straordinariamente trasversale: va dal Secolo d’Italia al Manifesto, passando per la stampa cattolica…

“Tutti tranne noi: sono ben felice di non far parte del gregge. Tutti sono capaci di gridare allo scandalo, ma non di guardare in casa propria. Mi indigno quando vedo queste maggioranze oceaniche: pensassero a farli meglio, i giornali, per soddisfare il pubblico, e non a chiedere denaro al pubblico”.

Chiara Merico

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Commenti all'articolo
  1. Accontentare il pubblico sempre? Si fa presto: basta fare dello scandalismo, dire che si pagano troppe tasse, che il governo è ladro, che la politica è sporca. Forse con il qualunquismo si fa un giornale in attivo, soprattutto in un momentaccio come questo, ma non si propone niente di positivo, non si lavora per un progetto di società. Avanti è sempre stato critica, progetto e proposta. Deve continuare ad esserlo. Buon Lavoro.

  2. Mi sembra che il pensiero di Travaglio si riveli bene alla fine dell’intervista, quando parla a favore di un incentivo ai giornali di partito, ma solo ai 5 o 6 più “rappresentativi”. Un po’ come quando il candidato premier Rutelli sosteneva che la Rai faceva bene a non dedicare uguale spazio a tutte le liste e a privilegiare quelle maggiori. Un concetto di democrazia singolare, direi quasi berlusconiano: le masse sono più importanti dei cittadini. La democrazia plebiscitaria di massa non esiste, Napoleone III sta lì a ricordarcelo sui libri di storia, non è il governo della maggioranza, ma la pienezza dei diritti civili delle minoranze a rendere democratico un paese.

  3. Uno dei tanti mali dell’Italia e’ proprio la presenza di un eccessivo numero di partiti, sintomo di una incapacita’ democratica di dialogo e aggregazione. 5 o 6 partiti sarebbero piu’ che in abbondanza in un paese democratico e pluralista. Soprattutto partiti che rappresentino un pensiero e non un tiramento di X@##* come ultimamente accade. Piu’ di 6 partiti sono solo piccoli orti di guerra da coltivare piu’ o meno legalmente. Sicuramente il Patito Socialista deve essere tra i 5 o 6!

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