domenica, 16 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Unicredit, dopo il crollo la maxi ricapitalizzazione
Pubblicato il 09-01-2012


Saranno tre settimane di passione per l’aumento di capitale «monstre» da 7,5miliardi di Unicredit. Piazza Cordusio, ieri, ha dato inizio alle danze in un anno che vedrà molti istituti bancari scendere in pista per tentare di reperire le risorse che servono all’agognato rafforzamento patrimoniale. Ci vogliono spalle forti, infatti, per far fronte al deteriorarsi di molti asset colpiti dalla crisi e per attraversare senza danni le forche caudine di Basilea 3 che già si intravedono all’orizzonte. Tuttavia, reperire capitali freschi in un mercato come questo resta impresa a dir poco titanica.

IL CROLLO IN BORSA – Ieri è stata un’altra giornata da tregenda in Borsa per il titolo Unicredit, che ha chiuso a 2,286 euro con una perdita del 12,81% dopo essere finito più volte in asta di volatilità. Molto male, però, sono andati soprattutto i diritti di opzione sull’aumento (esercitabili fino al 27 gennaio), che hanno ceduto il 63% e hanno mandato nel panico i piccoli risparmiatori (ogni diritto consente di acquistare due nuove azioni). Si sa che Unicredit ha una grande diffusione azionaria tra i piccoli e un aumento di capitale così congegnato comporta lacrime e sangue soprattutto per loro. Era stata la stessa banca, infatti, a creare il pandemonio, annunciando mercoledì scorso lo sconto per le nuove azioni pari al 43%. La Borsa non ha perdonato e in tre sedute, tra mercoledì e venerdì, ha mandato giù il titolo per una percentuale quasi equivalente allo sconto (38%), provocando un ridimensionamento della capitalizzazione di Piazza Cordusio che ora è ridotta addirittura a 8miliardi di euro, un tozzo di pane.

LE BANCHE GARANTI – Ai piccoli risparmiatori si potrebbe dire: siate freddi, razionali e non fatevi prendere dal panico, tanto c’è un pool di 27 banche, Mediobanca e Merrill Lynch in testa (1,5miliardi in due), che garantiscono per le nuove emissioni a 1,943 euro per azione. I diritti vengono negoziati separatamente dalle azioni stesse e se le ordinarie calassero sotto il prezzo fissato, allora le banche del pool potrebbero essere ingolosite dalla possibilità di acquisire la gran parte di Unicredit pagandola a 1,943 euro. Ma se nessuno si farà tentare dal titolo nemmeno a prezzi stracciati, a quel punto il consorzio dovrà accollarsi l’emissione per poi ricollocarla sul mercato con ulteriore aggravio sulle quotazioni.

SPAZIO A NUOVI INVESTITORI? – Lo sconto sulle nuove emissioni, in ogni caso, non è certo stato pensato per difendere i soci storici, che comunque hanno dichiarato di voler mantenere le posizioni. Il tonfo continuo in Borsa del titolo e da ieri del diritto di opzione, inoltre, confermano che i vecchi azionisti non possono o non vogliono mettere ancora risorse in Unicredit. Tuttavia, un prezzo davvero ai minimi potrebbe aprire la strada a nuovi investitori e, dunque, dal maxi-aumento di 7,5miliardi potrebbe uscire un nuovo assetto azionario per Piazza Cordusio. Potrebbero magari entrare altre banche internazionali, fondi di investimento, Sgr oppure «hedge» e speculatori di oscura origine e inquietante reputazione. In ogni caso, si capirà solo all’assemblea di aprile se la navigazione nel mare aperto di una ricapitalizzazione così grossa, e affidata in toto al mercato, avrà portato Unicredit a galleggiare in mezzo agli squali. Di sicuro, l’aumento di capitale è stato costruito in modo molto diluitivo (le azioni passeranno da poco meno di due miliardi a quasi 6miliardi). Ciò, normalmente, causa vendite in Borsa, ma nel caso di Unicredit, che è sotto attacco speculativo, hanno ulteriormente pesato fenomeni come uno short selling tanto selvaggio da essere operato anche in versione «naked» (cioè, senza nemmeno prendere a prestito il titolo venduto). Alla faccia dei divieti della Consob.

NULLA COME PRIMA – D’altra parte, però, si può apprezzare il coraggio di una ricapitalizzazione che dovrebbe spingere la banca guidata da Federico Ghizzoni a finanziare con più generosità l’economia reale (ammesso che con la recessione ci sia rimasto granché da finanziare). Inoltre va ricordato che Unicredit è l’unica istituzione bancaria italiana presente tra le 29 Sifi (gruppi finanziari di importanza sistemica, cosiddetti «too big to fail») a livello globale e finora non ha mai chiesto un euro pubblico per tenersi in piedi. Ora la parola è passata appunto al mercato e i soci storici, con le fondazioni in testa, non hanno saputo dire di no, sperando comunque di mantenere il controllo sulle nomine del prossimo Cda. Il problema è che, come detto, l’aumento risulta molto diluitivo, dunque anche il loro portafoglio e i dividendi connessi perderanno peso.

A dire il vero, proprio le fondazioni non hanno mancato negli ultimi giorni di esprimere il loro malumore per la terza richiesta di nuove risorse in poco tempo da parte di Piazza Cordusio. L’epoca delle vacche grasse e delle laute cedole è ormai passato remoto e le fondazioni stesse non possono essere spremute all’infinito. Unicredit paga oggi le tensioni sui titoli sovrani come tanti altri istituti bancari che attraversano la crisi finanziaria globale, crisi di cui sono stati artefici e vittime al tempo stesso. Ma una cosa è certa: dopo questo aumento di capitale Piazza Cordusio non sarà più la stessa, anche se è ancora troppo presto per capire cosa diverrà e quale sarà la sua governance. Gli squali, si sa, sono sempre lì, pronti ad azzannare.

Ulisse Spinnato Vega

 

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