martedì, 18 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Uno bianca, per Occhipinti la libertà ha un prezzo
Pubblicato il 10-01-2012


E’ il 19 febbraio del 1988, Carlo Beccari, giovane guardia giurata viene freddata durante l’assalto a un portavalori da Marino Occhipinti, ex poliziotto della squadra Mobile di Bologna, che con i tre fratelli Savi faceva parte della banda della «Uno Bianca». Ventiquattro anni dopo Occhipinti viene messo in semilibertà per lavorare alla Coop Galileo. Questi i fatti.
Evidentemente è stata applicato rigorosamente il codice. Articolo 50 dell’ordinamento penitenziario: Occhipinti aveva già scontato 20 anni di pena, quindi poteva richiedere il regime di semilibertà. La concessione tuttavia è subordinata ai progressi ottenuti durante la detenzione. Il giudice ha attuato il principio della rieducazione dell’individuo, un concetto cardine del nostro codice sancito dalla Costituzione (art. 27, comma 3) ma spesso trascurato, anche e soprattutto per la mancanza di luoghi dove svolgere la rieducazione.

Davanti alla decisione del giudice le reazioni sono state forti e diametralmente opposte. Da un lato coloro che avrebbero voluto maggiore severità e dall’altro quelli che invece si fidano della giustizia, di un sistema garantista e delle decisioni di un giudice che a volte posso essere impopolari.

UNA PERSONA NUOVA – «Comprendo che sia scandaloso da dire, ma siamo di fronte ad una vittoria dello Stato, a una persona che in carcere è cambiata, è diventato un uomo buono, votato al bene proprio e degli altri, un lavoratore». Dice Nicola Boscoletto, Presidente del consorzio di cooperative Rebus, in cui è inserita Galileo, che operano all’interno del carcere di Padova dando da lavorare ad un centinaio di detenuti.

IL DOLORE DEI FAMILIARI – «Siamo fuori dalla grazia di Dio», reagisce Rosanna Zecchi, presidente dell’Associazione vittime della “Uno bianca”. Il più «avvelenato», come si definisce lui stesso, è Luigi Beccari, l’anziano padre di Carlo, la vittima «No. Non accetto niente. Lui deve star dentro, deve marcire dentro». È infermo, in carrozzina e, ricorda, ha la moglie malata di alzheimer in una casa di riposo. «Io ho un figlio morto, sono solo e quel delinquente lì deve star dentro», ribadisce.  «Non che la madre mi telefona da Forlì – continua – chiedendomi di venire a casa mia per domandarmi perdono per suo figlio. Se viene suo figlio a casa mia, lo perdono con una bara. Non esce con i suoi piedi, ma dentro una bara. Ho il coraggio di ammazzarlo, solo così posso star bene».  Tra ragione e sentimento, garantisti e giustizialisti, l’Italia si spacca in due.

Diletta Liberati

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Commenti all'articolo
  1. Complimenti al giornale l’avanti e al suo direttore, questo articolo è il sinonimo di come va fatta l’informazione. Puntuale, precisa, con riferimenti normativi. Informazione e non gossip, bravi!

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