martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Affido, un’emergenza nazionale. Urgente riformare la legge
Pubblicato il 03-02-2012


Gli “Amici della Zizzi”, una delle associazioni no profit dedite alla tutela dei minori e all’affido più attive della Toscana, quest’anno compie 25 anni. Il suo fondatore, Riccardo Ripoli, 47 anni, ex commercialista ed ex scapolo d’oro di Livorno, dopo una vita di agi e baldorie, alla morte della mamma,la Zizzi appunto, abbandona quello stile di vita e decide di dedicarsi integralmente ai ragazzi in difficoltà. Accanto a lui la sua compagna, Roberta Filice, 43 anni oggi, che, senza esitazioni, condivise con lui quella scelta radicale, rimanendogli al fianco in tutti questi anni. Sono il “papà” e la “mamma” di una famiglia speciale, che ha accolto tra le sue mura, tra diurni e residenziali, oltre 500 ragazzi. Grazie anche al loro portale, Sos-affido.it, che conta 5.000 contatti al giorno da più di dieci anni, sono diventati un vero e proprio punto di riferimento per i tribunali minorili di tutta Italia. Sono, infatti, tra i primi privati ad aver creato una banca dati considerevole per facilitare l’incontro tra le famiglie affidatarie e i bambini in difficoltà. Cercando di non farsi travolgere dall’energia e l’entusiasmo innate di Riccardo, proviamo a fare con lui un bilancio di un’esperienza così importante.

Che voti darebbe al nostro Paese in tema di affidi?

Direi che merita la media del 4. La situazione cambia radicalmente da regione a regione. Al Piemonte, Lombardia e Veneto darei un bel 7 pieno, se non un 8. Da Roma, compresa, in giù un bello 0 spaccato.

Un notevole spread come si direbbe oggi. Da che dipendono le differenze?

Come tutto nella vita ciò che conta sono solo i finanziamenti. Non ci sono italiani generosi e italiani insensibili. Purtroppo la legge vigente lascia l’intera responsabilità ai comuni, che naturalmente devono fare i conti con i propri bilanci. E come ben sappiamo, più si scende verso il sud e più la situazione è davvero critica. D’altra parte un ragazzo affidato a una struttura riconosciuta, le casa-famiglia che hanno sostituito gli orfanatrofi, costa all’amministrazione pubblica 90 euro al giorno. Conviene di più affidarli alle singole famiglie, che ricevono dai 400 ai 700 euro al mese, oltre a una serie di sgravi fiscali e gli assegni famigliari. Ma qui s’incontrano altre difficoltà, perché difficilmente le persone sono pronte ad accogliere ragazzi di età avanzata e con problematiche non indifferenti. Inoltre i comuni, per lo stesso problema di prima, non fanno abbastanza promozione e cultura dell’affido, come sarebbe nei loro obblighi di legge.

C’è qualcosa di sbagliato nella normativa allora?

Si, molte cose. Innanzitutto,la Legge149 del 28 marzo 2001 regolamenta sia l’adozione che l’affido, che sono mondi comunicanti, ma molto differenti tra loro. I ragazzi in affidamento, temporaneo o sine die, richiedono una serie di professionalità altamente specializzate, quindi  una preparazione e oneri molto più gravosi. L’ideale sarebbe istituire un fondo nazionale per loro, svincolato dalle incertezze delle amministrazioni locali. Altrettanto importante sarebbe anche istituire una banca dati come la nostra, ma centralizzata a cui possano rivolgersi tutti i tribunali italiani e gli assistenti sociali in caso di necessità. Soprattutto per le emergenze. L’obbligo dell’informazione continua e diffusa dovrebbe, poi, essere molto più vincolante. E’ importante coinvolgere quanto più possibile la società civile.

Qual è il rischio maggiore che si corre nella situazione attuale?

Purtroppo il numero ridotto di assistenti sociali e i conti comunali in rosso fanno si che spessimmo si ritardino gli interventi nelle famiglie a rischio. Ci sono intere aree italiane, quartieri famosissimi per fatti di cronaca nera, che nascondono moltissimi casi di abusi, sfruttamento minorile, induzione alla prostituzione, violenza e povertà estrema che tutti conoscono, ma che si fa finta di ignorare. Non ultimo per ragioni di sicurezza. Purtroppo pesa anche una certa pressione mediatica, e quindi dell’opinione pubblica, che spesso fa passare un messaggio distorto. I cattivi sono sempre gli assistenti sociali che strappano i bambini dalle loro case. La crisi economica generale ha, poi, peggiorato ancora di più la situazione, facendo aumentare il numero di famiglie gravemente indigenti. Bisognerebbe davvero intervenire pesantemente e alla svelta.

Noi viviamo in un paese fortemente cattolico, ci sono responsabilità anche della Chiesa?

In realtà le strutture religiose che si occupano del problema lavorano molto bene e costituiscono un ottimo esempio per tutti noi. Però forse sono troppo autoreferenti, tendono cioè a inglobare le iniziative dei privati e ad assumerne in qualche modo il controllo, invece di sostenerle e fare rete.

Esiste un modello ideale di accoglienza per questi bambini?

Le case famiglie tradizionali sono strutture in cui lavorano specialisti del settore, come gli educatori e gli psicologi. Persone con una preparazione specifica ma che si dedicano a quest’attività per lavoro. Noi abbiamo voluto fare qualche cosa di diverso. Roberta ed io viviamo insieme a loro, sono la nostra famiglia. Ci vuole molta passione, entusiasmo, dedizione, ma soprattutto esserci, essere un punto fisso di riferimento. Come in tutte le famiglie, ci vuole un “padre” e una “madre”, con cui condividere le gioie, i dolori, le difficoltà e i piccoli successi. Mangiare, dormire, sfogarsi, confrontarsi, gioire insieme. Quando è stato possibile abbiamo cercato di ospitare anche i genitori biologici. Per lo più le mamme.

Che tipo di “genitori” siete?

Le regole sono tutto, i binari entro i quali muoversi. E’ più difficile sbandare o perdersi. Per i nostri ragazzi il rischio è sicuramente più elevato.

Se dovesse dare un consiglio a chi volesse seguire il vostro esempio?

Amateli.

Cristina Calzecchi Onesti

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