giovedì, 14 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Cefisi (Psi), flexicurity perché non bisogna averne paura
Pubblicato il 22-02-2012


La riforma del lavoro in Italia vuol dire ammortizzatori sociali di modello europeo: quindi in primo luogo un reddito di disoccupazione che tuteli, tendenzialmente, a tutti i senza lavoro. In tutta Europa vi è un sistema che tendenzialmente va in questa direzione. In Svezia, Danimarca, Olanda è ampio e ben strutturato, in Gran Bretagna ha resistito alla Thatcher, in Francia esiste da poco, e così in Spagna, dov’è di importo particolarmente modesto, e già minacciato dal nuovo governo popolare.

Ma sempre meglio comunque che in Italia, dove il sistema della cassa integrazione e della mobilità copre, grosso modo, un terzo scarso dei lavoratori dipendenti, sostanzialmente quelli delle grandi imprese, e zero spaccato tutti gli altri. E’ il più grande problema sociale italiano. Da anni parliamo di flexicurity: rivolgersi a tutti i senza lavoro, e proporre garanzie di reddito ed opportunità efficaci. La proposta della  flexicurity può certamente suscitare ansia in quella minoranza di lavoratori già tutelati, perchè rompe il vincolo con il posto di lavoro da cui si proviene.

Ma, a meno che non ci raccontiamo che possiamo abolire per legge il lavoro intermittente, o trasformarlo magicamente in lavoro stabile, la flexicurity è oggi l’unica soluzione seria. Quella della flexicurity è anche una riforma ambiziosa: prevede un allargamento dei diritti, ma anche una seria responsabilità sociale del singolo, a cui viene richiesto di cambiare (nella sicurezza del reddito) attività e modi di vita. La flexicurity costa, e richiede quindi sistemi fiscali e contributivi sani, con poca evasione; richiede anche un salario minimo fissato per legge, perchè salari (e sussidi) non siano umilianti e da fame.

Il principale argomento, anche da parte sindacale, contro la flexicurity, è che in Italia “non siamo pronti”, che l’Italia non è la Danimarca. Pare che già Saragat usasse dirlo, mezzo secolo fa, per consolarsi delle sconfitte della socialdemocrazia italiana, e sull’Avantionline l’ha ripetuto, più o meno, Pietro Larizza.

Ma prima di affermare che le riforme civili e sociali che si fanno in Europa non si possono fare in Italia per nostra congenita arretratezza, e insomma che l’Italia non è in Europa, dovrammo mettere in conto i costi della conservazione del sistema così com’è: il numero crescente di lavoratori precari, la povertà delle famiglie costretta a fare da “welfare sostitutivo” ai figli, il lavoro nero, criminale e sottopagato, che non fa differenze e recluta tutti coloro che siano disperati. I costi umani della situazione in cui siamo sono noti, e sono gravissimi: dire, come faceva Brunetta, e come fanno molti esponenti sindacali, che gli ammortizzatori sociali all’italiana funzionano benissimo, significa chiudere gli occhi sulla realtà.

Luca Cefisi

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