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Opinioni e commenti
 

“Cesare deve morire” dei Taviani vince a Berlino: il teatro d’evasione prestato al cinema che valica i confini del Paese
Pubblicato il 20-02-2012


Mentre Emma vinceva il 62esimo Festival di Sanremo, in un contesto decisamente più internazionale i fratelli Taviani vincevano il 62esimo Festival di Berlino, regalando l’Orso d’Oro all’Italia dopo ben ventun anni. “Cesare deve morire”, al cinema dal 2 marzo, è un film-documentario che mescola i meta-linguaggi del teatro-nel-film col racconto-verità: siamo a Rebibbia, un gruppo di carcerati prepara e mette in scena il Giulio Cesare di Shakespeare. I protagonisti sono tutti detenuti, la maggior parte sconta pene per criminalità organizzata, molti hanno l’ergastolo, e li vediamo affrontare i provini, interiorizzare il testo, e prepararsi fino alla messa in scena trionfale dell’opera.

EVADERE CON SHAKESPEARE – I temi shakespeariani come potere, tradimento, onore, si intrecciano con le storie personali dei detenuti, e fanno apparire sullo schermo la verità più profonda proprio quando è in scena la recitazione, unica forma di evasione da una realtà tragica. Il film diventa un modo per puntare i riflettori sulla vita in carcere, ma allo stesso tempo per uscirne: il rapporto tra essere umano e opera d’arte diventa universale, non riguarda più solo i carcerati ma tutti noi, nel momento in cui davanti alle immagini capiamo, come ha detto Vittorio Taviani ricevendo il premio, che «anche un detenuto su cui sovrasta una terribile pena è e resta un uomo».

FILM CHE EVADE DAL PAESE – E sono proprio loro, gli uomini della sezione Alta Sicurezza, che Paolo Taviani omaggia: «A loro va il nostro pensiero, mentre siamo qui tra le luci, sono nella solitudine delle loro celle. E quindi dico grazie a Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio, Francesco e Fabione». La vittoria a Berlino dei fratelli Taviani rappresenta un successo per il cinema italiano e un riconoscimento alla capacità di trasformare una testimonianza in una narrazione universale, che travalica i confini delle celle e del Paese in cui è ambientata, per parlare a tutti, cosa che al nostro cinema non sempre riesce, per colpa di storie confinate nelle “due camere e cucina” che raccontano. Le nostre congratulazioni vanno anche a Rai Cinema, coinvolta nella produzione, sperando che la Rai si convinca a fare anche per il piccolo schermo qualcosa che travalichi gli stretti confini della nostra TV.

Maria Lo Bianco

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