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Opinioni e commenti
 

Cosimo Rega, protagonista del film Orso d’oro, recitare significa riscattarmi da tutto il male fatto
Pubblicato il 21-02-2012


«Questo premio ci dà gioia soprattutto per chi ha lavorato con noi. Sono i detenuti di Rebibbia guidati dal regista Fabio Cavalli che li ha portati al teatro. I detenuti-attori hanno dato se stessi per realizzare questo film». A parlare è Paolo Taviani reduce del successo berlinese del film “Cesare deve morire”. Il teatro come forma di arricchimento personale, come modo per liberare l’anima e potersi esprimere. È questo che ha portato Cosimo Rega, gia’ detenuto del carcere di Rebibbia, nonché protagonista del film Orso d’oro al Festival di Berlino, a sviluppare all’interno del penitenziario romano la passione per l’arte drammatica.

Come vive il trionfo del film a Berlino?
Per me è difficile realizzare tutto quello sta accadendo nel giro di poche ore. Lo vivo come un premio vinto dai fratelli Taviani, che sono stati meravigliosi con noi. È il coronamento di un sogno inaspettato. Sono 12 anni che facciamo teatro a Rebibbia, inizialmente ci siamo messi in discussione da soli con le commedie di De Filippo, poi vedendo che la qualità c’era abbiamo intrapreso questa strada con il regista Cavalli. Ma la soddisfazione più importante è vedere i miei figli orgogliosi.

Che valore ha per la sua attività artistica?
Ho avuto sempre la passione per il teatro, ma non ho mai potuto realizzarla. Farla nel carcere è stato come liberarsi. Soprattutto quando affronto personaggi nuovi, il confronto con le parole dei grandi poeti e drammaturghi mi arricchisce non solo dal punto di vista della proprietà di linguaggio, ma soprattutto nell’anima: mi spinge a riflettere sul mio operato.

Da quanto tempo pratica teatro?
Ho iniziato nel 1999 a Rebibbia, con le scuole che frequentavo all’interno del carcere. Era per me un periodo di crisi perché prendevo consapevolezza di quel luogo. Ero giovane e molte cose non le capivo. Con la presa di percezione di quel posto, un luogo per me senza senso, dove non si vive ma si vegeta, perché ci si abitua a non sentire i sentimenti, ho avuto paura di incattivirmi e mi sono ribellato con uno sciopero della fame durato un mese e mezzo. Fino a quando il garante è intervenuto e mi ha dato la possibilità di esprimere al direttore la mia voglia di vivere. Così iniziammo a mettere in scena le commedie di Eduardo come “Natale in casa Cupiello” e “Napoli milionaria”. Poi alla presentazione di un mio libro di poesie Marroni mi presentò il regista Cavalli e gli proposi di lavorare con noi, anche se non potevamo offrirgli niente.

Cosa significa per lei il teatro?
Noi detenuti siamo un po’ vanitosi e quindi veniamo catturati dal fascino degli applausi. Il teatro, tramite il confronto, fa capire quant’è importante essere invece di apparire. È una terapia molto importante all’interno del carcere, dove non c’è comunicazione. L’arte porta a creare quel minimo di linguaggio più elevato, diverso da quello “malavitoso”. Ho visto ragazzi che qualche anno fa sembrava impensabile potessero recitare. Oggi l’arte, come per magia, li ha coinvolti e non più per apparire, ma come un modo per potersi esprimere. Per quanto mi riguarda, potrà sembrare una frase fatta, ma mi dà la possibilità di esprimere quanto bene vorrei fare al prossimo rispetto a tutto il male che mi sono lasciato alle spalle.

Come definirebbe gli artisti, come Fabio Cavalli, che, spesso anche per volontariato, portano l’arte all’interno delle carceri?
Sono persone straordinarie. L’importante è che ci credano davvero perché il rapporto tra noi e loro deve essere basato su trasparenza e fiducia. Forse, involontariamente, loro non si accorgono neanche di quanto è importante il loro lavoro, che arricchisce le nostre menti.

Prossimi progetti?
Rifare teatralmente il testo dell’opera “Giulio Cesare” che è diverso da quello rappresentato nel film. Probabilmente andremo in scena entro maggio.

Martina Perrone

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