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Opinioni e commenti
 

Garante detenuti Lazio Marroni, premio ai Taviani testimonia buon lavoro svolto a Rebibbia
Pubblicato il 21-02-2012


Il trionfo del film dei fratelli Taviani al Festival di Berlino ha portato alla luce l’importante attività culturale svolta nelle carceri italiane, in particolare nella sezione Alta Sicurezza di Rebibbia. “Cesare deve morire” è «il coronamento di un’esperienza straordinaria, di un progetto in cui non credeva nessuno» come ha dichiarato Fabio Cavalli, il regista del film che da anni lavora con i detenuti. Un Orso d’oro frutto del lavoro di Cavalli, della convinzione di Paolo e Vittorio Taviani nonché del talento dei detenuti. A spiegare l’importanza dell’attività culturale all’interno dei penitenziari è il Garante dei detenuti del Lazio, Angelo Marroni.

L’obiettivo rieducativo del carcere passa anche per l’attività artistica. Come viene presa dai detenuti?

C’è una grande pratica di teatro, musica, poesia, letteratura in tante carceri del Lazio, ad un livello anche molto alto, come dimostra la partecipazione al film “Cesare deve morire”. Il teatro si fa in più sezioni a Rebibbia, nel nuovo complesso, e a Latina, soprattutto al femminile. Tanti sono gli spettacoli messi in scena, i libri di poesie presentati, le attività di pittura e di ceramica. L’attività culturale nelle carceri del Lazio è portata avanti in larga misura, perché dona un forte senso di libertà a chi la pratica.

Qual è il valore del teatro all’interno delle carceri?

Il teatro dà una maggiore possibilità di espressione, anche se non si può fare una gerarchia tra le espressioni artistiche, tutte comportano un grande impegno e hanno grande rilevanza. La sezione Alta sicurezza di Rebibbia è un nucleo complesso, che ha dato però grandi frutti. Il film “Cesare deve morire” finora è stato acquistato per essere proiettato da 15 paesi. A Rebibbia è stato raggiunto un livello molto alto, ma anche altre realtà della regione sono caratterizzate da un grande impegno nel settore.

Quali prospettive dà ai detenuti, anche una volta finito di scontare la pena?

Questo è un problema complicato. Qualcuno uno volta uscito è rimasto impegnato nell’ambito artistico, anche come addetto alle luci, alla scenografia o ad altre attività legate al teatro. È un settore che lascia un po’ di spazio. Tuttavia la questione è quanto sia utile all’interno delle carceri per sopportare la pena. Con l’arte si assaggia e si vive la libertà, non solo fisica, ma psichica e concettuale. Lo stesso avviene con i percorsi di studio messi a disposizione: attualmente sono 92 i detenuti impegnati in studi universitari come lettere o giurisprudenza. Anche questa è una forma di libertà.

Il regista di “Cesare deve morire” ha dichiarato di aver avuto difficoltà a reperire fondi a causa dei pregiudizi legati ai detenuti. Cosa deve affrontare chi lavora per la riabilitazione sociale dei detenuti?

I problemi sono tanti: l’affollamento delle carceri, la difficoltà di ottenere la possibilità di entrare nelle strutture, la disponibilità dei detenuti e della polizia penitenziaria, la necessità spesso di avere la mediazione culturale, nonché i mezzi finanziari. C’è tanto volontariato dietro a queste attività, ma la questione è complessa, come lo è il mondo del carcere.

Chi gestisce queste attività culturali?

Ad occuparsene sono cooperative culturali, educatori professionisti, e artisti di vario genere come i registi. Sono figure professioniste del mondo dello spettacolo o della letteratura. Tuttavia questa è una realtà esclusivamente laziale, non avviene lo stesso in altre parti d’Italia, dove il carcere è solo un luogo di deposito.

Come potrebbe essere ampliata questa pratica nelle altre regioni?

Occupandomi della regione Lazio non posso far altro che sollecitare il Dipartimento Amministrativo Penitenziario, ma in ogni caso ci vuole la disponibilità delle forze di territorio. Se non c’è l’humus giusto, il carcere resta isolato.

Emanuele Ciogli

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