mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il bar è il più grande spettacolo del mondo
Pubblicato il 10-02-2012


“Che birre hai? Ceres, Corona e Becks. Ah, e ce l’hai la Bud? Ti ho detto Ceres, Corona e Becks. Quindi la Bud non c’è? No. E l’Heineken ci sta?” I tavoli all’ingresso sono occupati tutti da studenti, ore ed ore seduti sfogliando giornali e sorseggiando caffè o latte e menta. Al bancone Nick e Dan discutono se è meglio un cavolo per merenda o una merenda col cavolo, e mentre sorseggiano Vov ghiacciato ammirano con la coda dell’occhio le formosità vecchie ma ancora piacenti della Doris, cameriera pressoché mobilio di questo sudicio ritrovo. I divanetti in fondo sono occupati da coppiette che limonano, una di fianco all’altra, come in un’orgia vestita. Al bar il vecchio Marcus prepara cocktail alla vecchia maniera, come in un hotel a cinque stelle. La calma oramai è diventata la sua forza e dalle risse ora resta alla larga. Poi c’è John, il laviapiatti, il ”negro” come lo chiamano qui con affetto: un omone di colore di quasi due metri. Ogni volta che gli dicono ”hey negro vieni a pulire qua”, lui risponde senza timore ”arrivo spazzatura bianca”. E poi ci sono io, squattrinato ventenne, che di questo posto ha fatto la sua seconda casa, o forse la prima direi: senza un soldo, con pochi amici, finita la scuola ho subito preferito guadagnarmi il pane lavorando, ed il mio colorino giallastro suggerisce una certa malsanità di cui però vado fiero.

Scotch con ghiaccio e Martini Dry sono le bevande più gettonate dai nostri clienti, per di più scapoli o disoccupati di mezza età, qualche marinaio di passaggio in cerca d’amore, studenti, giovani coppie, vecchie consumate dal tempo in cerca di un bicchiere offerto o di un’ultima chance. Da piccolo bar di periferia, negli anni Moogy’s ha acquistato una buona rispettabilità, soprattutto grazie alla rivalutazione dell’area, da ultimo quartiere prima dei dock, a zona semi-modaiola al confine col porto turistico. Il locale è una nube di sigarette e sigari in costante evoluzione, come una perenne nuvola che viene attraversata da mongolfiere sbronze. La musica è bassa e spesso a gran richiesta si ascolta il notiziario. Oltre Dan e Nick, la maggor parte dei nostri clienti sono sempre gli stessi, da anni.

I pochi che scompaiono è perché o sono morti o sono stati arrestati. C’è Alfred, una vita da spacciatore, cinque figli, due divorzi, e ora solo pochi spicci per qualche whisky. Le giovani Clara e Hester: troppo giovani per aver perso la speranza, troppo giovani per conoscere a memoria le stanze da letto di quasi tutti i nostri clienti. Poi ancora qualche uomo d’affari che con gusto ama perdere credibilità nelle ore dopo lavoro, cocainomani che di soldi per la droga ne hanno ma per pagare il whisky no, i miei amici, disperati alcolizzati, Mary Lourdes, la mia nuova amante. Ogni tanto al Moogy’s abbiamo ospitato anche qualche personaggio famoso. Ricordo quando a un tavolo si sedette quel vecchio attore francese, Colette o Polette, non ricordo.

La Doris lo riconobbe per primo e non perse tempo per slacciarsi qualche bottone in più della camicia. Al bancone era tutto un mormorio, ma il vecchio attore era abituato a quel genere di scompiglio, e con sguardo assente non perse tempo a finire il suo caffè e ad abbandonare quelle povere anime senza presente né futuro. Ricordo un’altra volta, mentre ero impegnato a sparecchiare, accanto a me si sedette proprio John Carvin. Sì, proprio il Carvin di quei romanzi pulp che tanto vanno di moda tra i ragazzi d’oggi; e anch’io non posso nascondere di essere un suo ammiratore. Tentennando gli dissi che anche io sognavo di diventare un giorno scrittore ma che la possibilità di un probabile insuccesso mi demoralizzava molto. Lui mi rispose solo ”scrivi ragazzo, scrivi”.

Al Moogy’s lavoro quasi tutti i giorni della settimana, e spesso arrivo anche prima dell’orario di lavoro per fumare qualche sigaretta in pace, sorseggiare un whisky e discutere di sport con alcuni dei clienti; tutti grandi intenditori, tutti allenatori, fin quando spesso la discussione si trasforma in rissa, e allora sì che il buon John gliela fa vedere a quei musi pallidi. Qui ho preso la mia prima sbronza, il mio primo cazzotto, la mia prima cotta, e nemmeno a farlo apposta a farmi diventare ometto è stata proprio la Doris, il giorno stesso che ho attraversato questa soglia per la prima volta, e vi assicuro che ero veramente ubriaco.

Non penso di avere ambizioni al di fuori di queste mura, i clienti sono diventati la mia famiglia, la Doris la mia mamma, Marcus il mio fratello maggiore, il mio mentore: è stato lui ad insegnarmi a guardare la gente dall’alto verso il basso, lui ad insegnarmi a menare per primo, perché chi mena per primo mena due volte. Sono figlio di un bar, uno che crede che all’interno di queste quattro mura ci sia più scuola che in tante università. La mia famiglia son queste anime sole, e spesso stare con chi sta peggio di me mi fa star bene.

Paco Cianci

Scrittore - InterRail: italiani prove di fuga!

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