martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il bello di non avere niente
Pubblicato il 28-02-2012


Parte 1ma

Quando quel mezzo indios si è ostinato a rispondermi male per la terza volta ho trovato il coraggio di rispondergli, e ricordargli che se spendiamo soldi in questa sottospecie di isola del piffero è anche per favorire il loro sviluppo, per far campare tutta la loro comunità che sennò resterebbe appesa alle palme a raccogliere noci di cocco. E senza volerlo ho fatto il suo gioco, l’ho imboccato proprio come si aspettava lui: “Siamo qui e paghiamo, per bere, per mangiare. Diamo soldi alla tua gente che vive di turismo”, gli ho fatto. Attorno a noi,  trasandati e avvinazzati turisti americani, qualche crucco accampato, cartacce sulla spiaggia, tutto in contrasto con il mare cristallino, spiagge bianche e piccoli indios giocherelloni semi nudi. “Quello che tu non capisci amico mio” mi ha risposto lui, “è che noi lo sviluppo non lo vogliamo: non abbiamo bisogno del progresso, non abbiamo bisogno di vestiti nuovi, telefonini, macchine all’ultima moda. Siamo felici così. E’ il nostro governo, la globalizzazione, l’inarrestabile avanzata del turismo che ci obbliga a spartire le nostre terre con tutti voi. Il che andrebbe pure bene – ha proseguito – ma noi siamo felici con poco, e i fortunati siamo noi, non voi uomini occidentali che predicate valori ma che avete scordato cosa significa vivere”. Il suo discorso aveva senso, e mi son sentito per la prima volta e per pochi secondi dalla loro parte, e non da quella del turista pretenzioso e spendaccione. “Vedi quell’isola là di fronte – ha proseguito – lì vive la mia famiglia e tutta la comunità indigena di queste isole, circa duemila anime. Noi uomini veniamo qua di giorno al lavoro, poi la sera torniamo con qualche dollaro per la nostra famiglia e viviamo nella nostra piccola comunità senza curarci troppo di quel che accade dall’altra parte del mare. A noi basta la salute, figli sani, cibo e acqua”.

Parte 2a

Eravamo io e Nico ad attraversare gli aspri rilievi dell’Epiro, la regione più povera della Grecia, fino a qualche anno fa la più povera d’Europa. La macchina era quello che era, il caldo torrido, e i tornanti fin troppo a precipizio per andare d’accordo con le mie vertigini. Eravamo diretti a Margariti, un isolato paesino di una decina di anime dove il nonno di Nico abitava da tutta la vita. Dopo un paio di chilometri di strada sterrata e cavallette grosse come una mano, arrivammo finalmente alla piccola tenuta del vecchio Nico (il mio amico  aveva ovviamente ereditato il nome del nonno). “Aftò ine Italos” disse Nico introducendomi al nonno, “Lui è italiano” per intenderci. Con il viso di corteccia, grossi occhi azzurri e un’espressione a dir poco omerica mi chiese “Cumme te chiama”. Indeciso di trovarmi in Epiro o a Vico Equense, Nico mi spiegò che nel dialetto di loro “Vlakos” (o così mi pare si chiamassero gli abitanti della regione”) molte parole erano simili a quelle italiane e a quelle slave. Questo perché nei secoli le popolazioni di quella regione erano migrate, si erano mescolate, e anche la cultura veneziana, che da quelle parti aveva dominato per molto tempo, aveva fatto sì che il loro dialetto fosse un affascinante miscuglio di popoli diversi. Finite le formalità, nonno Nico non perse tempo a farci visitare la piccola tenuta, composta da qualche vigneto, un orto e svariati olivi. All’ombra di uno di essi il vecchio gentile ci fece accomodare attorno a una tavola con sedie ricavate da qualche vecchio albero. Al centro una tavola imbandita con Karpussi, cocomero, e tcippuro, una specie di grappa greca imbevibile e fortissima ricavata dalle vigne del vecchio.

Accettai col sorriso e iniziai a deglutire un bel po’ di quel massacrante distillato fino a quando ebbi perse  le mie remore da straniero ed entrai nel vivo della conversazione con il vecchio. Anche se il mio greco non sempre mi consente di capire tutto, afferrai il fatto che non si era mai spostato dalla sua proprietà, “una sola volta per andare ad Atene”, ci tenne a sottolineare. Stupito, ma nemmeno troppo,  pensai che erano trascorse appena due ore da quando eravamo là e già cominciavo a innervosirmi: il telefonino non aveva campo, avevo lasciato la mia ragazza giù al villaggio e non sapevo cosa stesse combinando, dovevo assolutamente trovare un internet point per sapere i risultati delle partite e capire come andava il fantacalcio. Scolata in tre la bottiglia di quella malefica pozione, iniziai a chiedere al vecchio come stesse vivendo la tanto famigerata crisi economica greca e come si fosse manifestata a lui che viveva di piccolo commercio alimentare e via dicendo. Sorridendomi mi fece cenno di seguirlo fino a una piccola pianta di pomodori. Convinto che non avesse capito nulla di quello che gli avevo chiesto, lo seguii divertito e un po’ strafottente. “Vedi questa piccola pianta – mi disse serenamente – l’anno scorso a causa di molte piogge non ha prodotto pomodori, e io sono rimasto senza per tutta la stagione. Questa è la mia crisi”.

Parte 3a

Per i miei viaggi prediligo sempre località poco turistiche, ho passato tanti anni a visitare le capitali di mezzo mondo, e ora sono stanco, alla fine è sempre tutto uguale. Oggi quando viaggio vado sempre alla ricerca di località semi desertiche, luoghi dove posso entrare a stretto contatto con la popolazione del luogo per assorbirne l’essenza e i valori, ma soprattutto per riconoscermi con loro e non sentirmi solo. Ogni volta che viaggio per il mondo capisco l’inutilità della nostra vita nel così detto mondo occidentale. La sola idea di ritornare in Italia mi riempie di angosce: i problemi, la crisi, il telegiornale, i politici, gli amici altolocati, la corsa a chi ha di più, la gara ha chi sta meglio. La necessità di acquistare, la competitività e le miriadi di possibilità che il nostro mondo occidentale ci offre non sono altro che un grande paraocchi che ci fa dimenticare il vero significato dell’esistenza. Io continuo a viaggiare, sempre, alla ricerca di chi poco possiede nella sua casa ma tanto ha da offrire a uno fortunato come me.

Paco Cianci

Scrittore - InterRail: italiani prove di fuga!

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