mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il dg Rai Lorenza Lei: «Mai interrotto contratti gravidanza»
Pubblicato il 22-02-2012


“Errori di stampa”, il coordinamento dei giornalisti precari, l’ha battezzata “clausola maternità”, portandola all’attenzione pubblica. Sindacalisti e politici l’hanno invece definita un “provvedimento incivile”, una norma “anacronistica e offensiva”. All’apparenza è soltanto un numero: la clausola 10, che compare sui contratti di lavoro autonomo, quelli cioè ai quali non si applica lo Statuto dei lavoratori. I cosiddetti contratti di precariato. Un’aggiunta contrattuale che prevede l’interruzione unilaterale del rapporto, da parte dell’azienda, nel caso in cui il lavoratore dovesse imbattersi in “spiacevoli” contrattempi, quali la maternità o l’infortunio grave.

LA DENUNCIA CHE HA FATTO TREMARE VIALE MAZZINI – Parte con una lettera aperta, indirizzata alla direttrice generale Lorenza Lei, l’accusa lanciata da Errori di Stampa alla Rai. Il tono è diretto: «La politica di viale Mazzini, da anni, è quella di assumere i giornalisti che lavorano per i programmi di rete con contratti-truffa come quelli da “consulente”, “presentatore-regista” o “programmista-regista”. Etichette dietro alle quali, nella gran parte dei casi, si celano redattori che svolgono attività puramente giornalistica. Assunti però senza uno straccio di tutela, pagati a partita iva e a puntata, a fronte di fatture in cui è vietato inserire la voce Inpgi». Subito dopo, i precari pubblicano il testo integrale della norma al centro della polemica: «Nel caso di sua malattia, infortunio, gravidanza, causa di forza maggiore o altre cause di impedimento insorte durante l’esecuzione del contratto, Ella dovrà darcene tempestiva comunicazione. […] ove i fatti richiamati impedissero a nostro parere, il regolare e continuativo adempimento delle obbligazioni convenute nella presente, quest’ultima potrà essere da noi risoluta di diritto, senza alcun compenso o indennizzo a suo favore». Insomma, se rimani incinta o devi assentarti per motivi gravi di salute, e non hai il lusso (ormai per pochi) di un contratto d’acciaio, per la Rai non sei più ospite gradito. «In Rai – incalza Errori di Stampa – non solo i giornalisti sono “consulenti”, pagati a cottimo e costretti a versare Inps o Enpals al posto dell’Inpgi. Ma hanno anche l’umiliazione di sapere che scegliere un figlio potrebbe implicare la rinuncia coatta al lavoro». L’indignazione del mondo politico non si è fatta attendere ed è stata squisitamente bipartisan: moltissime le reazioni al vetriolo, troppe perché la dirigenza Rai potesse cambiare canale davanti alla sconcertante denuncia dei precari.

LA CORSA AI RIPARI DELLA DG – Lorenza Lei non è rimasta con le mani in mano e, in una nota rilasciata da viale Mazzini, ha imbastito un impianto protettivo apparentemente inattaccabile. La difesa della Rai poggia su tre punti cardine. Il primo e più ovvio sta nella cancellazione della clausola tanto contestata: «Onde evitare inutili strumentalizzazioni – si legge nella nota – a ulteriore testimonianza che la clausola in contestazione non ha il rilievo che le viene attribuito, la Direzione Generale non ha alcuna difficoltà a toglierla dai contratti per una diversa formulazione che non urti suscettibilità». Secondo punto: i precari della Rai non sarebbero veri e propri precari: «La Rai è stata tra le prime aziende, se non la prima, ad assicurare stabilità ai precari, garantendo loro un numero di mesi minimo di lavoro all’anno, nonché l’assunzione a tempo indeterminato al maturare di determinati requisiti temporali». Terzo e ultimo punto, il rifiuto di qualsiasi precedente. L’azienda ha infatti precisato di «non essersi mai sognata di interrompere unilateralmente contratti di collaborazione a causa di maternità, a meno che questo non sia stato richiesto dalle collaboratrici interessate per ragioni attinenti allo stato di salute o alla loro sfera personale».

PERINA (FLI), RAI IPOCRITA – «La clausola “anti maternità” non deve essere riformulata ma cancellata. È una decisione obbligatoria per sanare un comportamento gravissimo». È quanto si legge in una nota rilasciata da Flavia Perina, deputata Fli. «Oltre alle considerazioni di diritto – prosegue Perina – stupisce l’ipocrisia della tv pubblica italiana, che ci inonda di produzioni sdolcinate sulla famiglia e la maternità e poi inventa norme furbesche per licenziare le donne incinte».

META (PD), ALLE PAROLE DEL DG SEGUANO I FATTI – «Con l’annunciata marcia indietro della direzione generale della Rai sull’odiosa “clausola di gravidanza” per i contratti di consulenza, viene riconosciuta la battaglia del coordinamento giornalisti precari “Errori di stampa”». Lo ha dichiarato Michele Meta, capogruppo del Pd in commissione Telecomunicazioni alla Camera. «Non è in alcun modo giustificabile – prosegue – una contrazione dei diritti dei lavoratori, ed in particolar modo delle donne, soprattutto se parliamo di aziende pubbliche come la Rai che invece dovrebbe essere modello di riferimento per quanto riguarda le tutele e la contrattualistica. Ci auguriamo che alle parole del Dg della Rai seguano i fatti, ovvero l’immediata cancellazione della clausola sulla maternità».

Emanuele Ciogli

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Commenti all'articolo
  1. Il caso sollevato mostra nella sua interezza quanta ipocrisia sottendano tutte quelle tipologie di contratti di lavoro cosiddetti atipici posti in essere al solo scopo di eludere tutta una serie di norme di tutela ivi compresa la tutela della maternità.
    Il vero problema è che quelle tipologie contrattuali, di finto lavoro autonomo, mascherano dei veri e propri rapporti di lavoro subordinato che, come tali, sarebbero soggetti al rispetto delle tutele previste da leggi e da contratti collettivi.
    E’ il momento che il governo tecnico sgomberi il campo da tutte quelle forme anomale di lavoro finto autonomo e riconduca il lavoro nell’impresa nei limiti del codice civile dove sono previsti e ben connotati il rapporto di lavoro subordinato e il lavoro autonomo.
    Le prestazioni di lavoro autonomo sono legittime nei limiti previsti dal codice civile. Deve trattarsi di prestazioni rese nell’ambito dell’esercizio di una attività professionale svolta in modo autonomo e organizzata con il proprio lavoro, come quella del falegname, dell’imbianchino, del commercialista, del giornalista e via elencando. A queste prestazioni, e solo a queste, non si applicano i contratti collettivi di lavoro e le tutele, compresa la maternità, previste da leggi.

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