martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il Direttore del Censis, Basta psicologi e filosofi
Pubblicato il 27-02-2012


Precariato, delocalizzazione, mutamento del nucleo familiare e “quote rosa” all’interno del mercato del lavoro. Temi caldi che – con la riforma dell’art. 18 che fa capolino a palazzo Chigi – diventano roventi. E che necessitano  perciò di una “spoliticizzazione” per essere compresi con maggiore lucidità. A parlarne è Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, che in esclusiva all’Avanti!online ha presentato un’analisi precisa e puntuale degli argomenti al centro del dibattito.

Nonostante lo stesso governo abbia lanciato, anche di recente, segnali scoraggianti in questo senso, le famiglie italiane crescono ancora i figli con il mito del posto fisso. Perché?

Perché in Italia regna oggi una paura enorme: la paura che la disponibilità del posto di lavoro sia una chance che si ha una volta sola nella vita. E allora premono sui giovani affinché si buttino sull’ “occasione”, di qualunque natura essa sia, e la sfruttino fino in fondo, anche quando ad esser sfruttati poi alla fine sono loro. Con loro intendo sia i figli, che non vengono pagati e spesso trattati alla stregua di schiavi, sia le famiglie che sono costrette a mantenerli. Questo nel tempo genera anche una sorta di anaffettività all’interno del nucleo familiare, portando i genitori a volersi sbarazzare dei figli quando vedono che a trenta o quarant’anni sono ancora dentro casa.

Come si può intervenire per risolvere la situazione?

È un problema di formazione, e la risposta è molto semplice. L’Italia è un paese prevalentemente manifatturiero, il quinto più importante al mondo. Non possiamo continuare a formare psicologi o filosofi.

Quindi il flusso migratorio interno, altro tema oggi molto sentito, non può cambiare le carte in tavola se il problema è strutturale.

I numeri relativi alla delocalizzazione, particolarmente quella da Sud a Nord, non sono così alti come si pensa: l’80 percento di chi cambia posto di lavoro sceglie di fare il pendolare. E non è difficile capire il perché: con il mercato immobiliare bloccato, oggi non si va da nessuna parte. C’è poi una questione di convenienza: che motivo ha un lavoratore che prende 500 euro in nero al Sud, di trasferirsi a Nord e prenderne 800 o 900 dichiarati, dei quali alla fine ne vedrà sempre e solo 500, fra l’altro trovandosi con un costo della vita relativamente più alto da gestire?

Quindi non è colpa dei giovani, o quantomeno non sono tutti “fannulloni” come si dice in giro.

Innanzitutto non farei di tutta l’erba un fascio. Il concetto di “giovane” ormai è molto sfumato. Personalmente però ho notato che i ventenni di oggi sono molto più intraprendenti di quanto lo erano quelli delle generazioni passate. È naturale tuttavia che a un certo punto, dopo tante frustrazioni, arrivi anche la disillusione.

E volendo invece fare una distinzione, piuttosto che anagrafica, in base al sesso?

Le donne che entrano nel mercato del lavoro sono sicuramente più serie e più competenti. Hanno studiato di più e sono fortemente motivate.

C’è ancora qualche mito da sfatare?

Non parlerei di emancipazione, ormai è un concetto anacronistico. Semmai oggi chi ha qualcosa da dimostrare è proprio il genere maschile, che è diventato la parte più debole delle due.

Raffaele d’Ettorre

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