lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il direttore di Avvenire su Celentano: una battuta infelice di chi un tempo scriveva sul giornale
Pubblicato il 20-02-2012


«Ė difficile chiedere scusa a se stesso prima che a chiunque altro (nessuno di noi lo aveva preteso) allungando incredibilmente la lista dei presi di mira. Difficile, quasi, come gridare, sperando di essere creduto, che Avvenire e Famiglia Cristiana sono fatti da giornalisti che non si curano di Dio e distolgono lo sguardo dalla vita e della morte degli uomini e delle donne del nostro tempo». Questa la risposta del direttore del quotidiano “Avvenire”, Marco Tarquinio, al fiume di parole prodotto da Adriano Celentano nel corso del Festival di Sanremo. È periodo di attacchi per il mondo cattolico: la stampa che non fa il suo dovere, l’oscurità nella gestione del denaro, i privilegi legati al non pagamento dell’Ici. A spiegare la situazione dal punto di vista del mondo cattolico è proprio il direttore del quotidiano dei vescovi italiani.

A chi è indirizzato il suo giornale?
Basta sfogliarlo per rendersi conto che ha un’ispirazione chiaramente cattolica, ma con una regola di condotta aurea: i fatti vengono raccontati per quello che sono e accanto, ma solo collateralmente, viene riportata l’opinione. In “Avvenire” si trova un mezzo di comunicazione molto rigoroso, alla ricerca dell’informazione corretta.

Qual è la linea editoriale del giornale?
“Avvenire” è frutto del lavoro di giornalisti professionisti, come sono tutti i miei colleghi, che hanno alle spalle diverse esperienze. Lo scopo è quello di proporre uno sguardo diverso e originale sulla realtà. Ad esempio c’è una grande attenzione per la politica estera, che per noi è un vanto, senza dimenticare di dare la giusta rilevanza anche al fattore religioso, in quanto nel nostro Paese la comunità civile e quella religiosa spesso si identificano. Siamo un giornale che non si limita ad ascoltare gli alberi che cadono e fanno un gran rumore, cerchiamo di dare voce a tutto ciò che non fa cronaca, ma che fa grande e bella la nostra Italia, come le operazioni di confisca dei beni alle mafie o le azioni di solidarietà.

Chi ne invoca la chiusura a cosa attenta?
Parlando dell’ultimo episodio accaduto, ovvero l’intervento di Celentano a Sanremo, credo si sia trattato solo di una battuta infelice di chi aveva un motivo sbagliato di risentimento. Sul giornale avevamo fatto presente che con un ingaggio così alto la Rai avrebbe potuto fare tante altre cose, senza contare che in questo periodo di crisi è stato uno schiaffo agli italiani.

E per quanto riguarda la pluralità dell’informazione, che significa auspicare la chiusura di un giornale?
È un’iperbole polemica che rappresenta una follia. Non ho voluto aprire una discussione con Celentano, ma non posso accettare l’espressione “definitivamente” accostata alla chiusura di giornali come “Avvenire” e “Famiglia Cristiana” perché questo mi colpisce e sconcerta. Non si auspica mai la chiusura di un giornale, tantomeno a delle libere voci. Le motivazioni portate per l’affermazione mi fanno pensare che vengano da una persona che da anni non legge “Avvenire”. Eppure Celentano non solo lo leggeva, ma un tempo ci scriveva e ora non ha idea di cosa viene messo in pagina.

L’auspicio del “Molleggiato” affinché chiuda il suo giornale cade in un periodo di crisi del settore aggravato dall’ipotesi di tagli ai contributi per l’editoria. 
Credo che le risorse all’editoria siano distribuite in maniera diseguale e distorta. C’è il monopolio dell’informazione televisiva e una fetta residuale di contributi alla carta stampata. Sarei favorevole ad una riforma del settore, ma non credo si possa rinunciare a sostenere l’editoria vera, che garantisce la pluralità d’informazione.

A proposito di pluralismo dell’informazione, avete fatto una campagna per spiegare la problematica dell’Ici sugli immobili della Chiesa. Cosa ne è venuto fuori?
La realtà è che le attività commerciali riconducibili alle strutture ecclesiali pagano l’Ici da sempre, perché lo prevede la legge. La legge Bersani del 2006 stabilisce le regole per le Onlus, anche se probabilmente non è molto chiara, ed è stata maggiormente specificata dalla circolare – n°2 del 2009  – del ministero delle Finanze che indica quali sono le attività esenti dal pagamento. È vero che è formulazione ambigua e se serve un chiarimento è giusto che venga fatto, ma deve esser chiaro che le attività commerciali già pagano l’Ici. Ci vengono inviati i bollettini che indicano il pagamento dell’imposta da parte degli esercizi commerciali che continuano ad essere accusati di non pagare, spesso dal Partito dei Radicali. La legge impone di pagare, chi non lo fa non sta facendo il proprio dovere, ma questo ha poco a che vedere con le previsioni normative. Mi dispiace per gli sfortunati accusatori, che portano avanti una campagna basata su una distorsione dei fatti.

In cosa consiste questa distorsione?
Si tende ad identificare l’intero mondo del no profit, anche detto welfare sussidiario, con il mondo cattolico che ne è una parte ampia ma non unica. La normativa si riferisce agli enti non commerciali, non c’è nessuna legge ad ecclesiam. C’è una problematica di onestà di fondo: non esistono privilegi per la Chiesa, ma per tutto il mondo del no profit. Chi sostiene il contrario opera un attacco truffaldino e pericoloso, un attacco al sistema di sussidiarietà che nasce dal basso, singolare in questo momento di difficoltà per il Paese. E questo non fa altro che mettere ancora più alla prova la rete di aiuti. Almeno 200mila italiani mangiano ogni giorno nelle mense, chi li sostiene se non questo welfare? Le realtà no profit non possono essere omologate e messe sullo stesso livello del supermercato all’angolo.

Martina Perrone

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